Non so come mi sento. Ci sono tante cose in sospeso e tante cose sulle quali sto riflettendo. Non sono riuscita a piangere perché sono solo contenta che abbia smesso di soffrire. Qualche giorno dopo la sua morte, mentre ero in cucina intenta a preparare la cena, è apparso, agli occhi della mia mente, il suo volto di quando non stava ancora tanto male. Aveva un'espressione addolorata, ma ho percepito che non era per sé stessa. Ho sentito anche la sua voce dirmi "Mi dispiace". Sono rimasta immobile. Credevo di aver sognato o che la mia immaginazione mi stesse creando un brutto scherzo, ma non era così. Io quel volto l'ho visto davvero e quelle parole le ho veramente sentite.
So che, ora, lei è a conoscenza di molte cose che riguardano la mia vita, il mio sentirmi sempre fuori posto ovunque e con chiunque, mai supportata o incoraggiata ad essere serenamente quella che sono ma ostinatamente indirizzata verso quello che avrei dovuto essere. E lei, mia madre, è parte di questa storia. Ora lei lo sa.
Ho faticato e fatico ancora a volermi bene, perché non mi è stato mai "insegnato" a volermene. Ero sempre quella sbagliata, quella che non si adattava, quello strano "oggetto" che nessuno riusciva a capire, tanto ero diversa da tutto il parentame. Per questo hanno tentato di cambiarmi invece che di amarmi per quella che ero.
Adesso mia madre sa che tutte quelle ribellioni, quei silenzi, quei diari scritti tra lacrime di rabbia e di dolore erano grida di aiuto, richieste di comprensione, di amore, di abbracci. So che le dispiace, ma ora non c'è molto più da fare se non imparare ad amarmi da sola. A conoscermi. Ad apprezzare quelle doti che mi sono state date. La morte appiana un pò tutto. Passa e spazza via anche le cose immateriali. E lascia così, con le mani vuote, senza sentimenti e recriminazioni.
Al momento non provo granché. A volte sono triste e cupa. Spesso me ne sto in silenzio. Altre volte sono nervosa e scontrosa. Ma niente lacrime. Anch'io sono morta, molto ma molto tempo fa. Quello spirito così vivo, così ribelle, così assetato di affetto e di vita è morto. Gli sono state erette intorno le sbarre di un conformismo che impediva di coltivare un'esistenza "pericolosa" della quale, forse, vergognarsi più che essere orgogliosi.
Non voglio pensare più a cosa o chi potevo essere. Ora ho a che fare con quella che sono, anche se, a volte, mi sale su un pò di amarezza e qualche cenno di rimpianto.
Al "mi dispiace" sussurrato da mia madre ho risposto solo: "Lo so, non fa niente. Ora non si può più fare niente".

