domenica 25 gennaio 2026

Come una nave nella tempesta

E' molto tempo che non scrivo. Molte "tempeste" si sono avvicendate nella mia vita, fino a quest'ultima che, devastante per molti versi, sta condizionando la mia vita.
Ho iniziato un cammino in me stessa, tra alti e bassi, un cammino che mi riporta alla mia vera essenza, a quella che realmente sono, senza infingimenti pietosi. E, forse, proprio per questo, stanno attraversando la mia strada sensazioni, esperienze, emozioni che si ripercuotono anche sul piano fisico. Corpo e spirito sono legati indissolubilmente. Quello che non riesco a risolvere sul piano spirituale, quello che faccio fatica ad accettare, "esplode" sul fisico come un grido di aiuto che sembra voglia dirmi: "Riconoscimi!". 
Mia madre è stata colpita da un ictus che le impedisce una vita "normale". Dall'ospedale è stata ricoverata in una clinica ed ora passerà ad una casa per lungodegenti. La parte destra del suo corpo è paralizzata, non muove né la mano né la gamba destro. Non parla bene, quel che dice a stento si riesce a capire. Non è autosufficiente. 
Questa situazione, piombata improvvisamente nella mia vita come un meteorite, sta facendo emergere sentimenti sempre negati o nascosti, sia nei confronti di mia madre che nei confronti di mia sorella. E' come se stesse impietosamente disvelando il nostro modo di essere e di reagire agli eventi. Una dura lezione di vita e di conoscenza.
I miei sentimenti nei confronti di mia madre e di mia sorella sono contrastanti. Al momento sono venuta alla conclusione che i legami famigliari non sono necessariamente da accettare e sopportare, ma possono anche essere messi in discussione e, se del caso, rifiutati. Per quel che mi riguarda è quello che mi sta accadendo. Non mi sono mai sentita parte integrante della famiglia in cui sono nata. Ne ho sofferto, mi sono arrabbiata, mi sono addolorata, ho fatto del male a me stessa perché non accettavo questa separazione. Ora è diverso.
La diversità di cui mi sento portatrice e che mi separa dalla mia famiglia biologica sto cominciando a viverla come una normalità, come un mio modo di essere che non è necessariamente "cattivo" (come ho creduto finora), ma alternativo. Con mia sorella non c'è più un rapporto ed ho fatto pace con questo. Va bene così, non devo più accettarla come mi era stato imposto un tempo e come mi imponevo anch'io. Del resto non ho scelto questa famiglia, anche se una mia amica sostiene che in qualche modo, in un tempo chissà quanto passato, in una dimensione diversa, io l'abbia fatto.
La malattia invalidante di mia madre l'ho vissuta ed in parte ancora la vivo come una "seccatura", come qualcosa che poteva essere evitato (lei ha cominciato a non prendere le medicine essenziali da non so quanto e questo ictus potrebbe essere stato causato proprio da questo). All'inizio ero arrabbiata con mia madre, con la sua testardaggine, con il suo non ascoltare i consigli. Adesso sono rassegnata. Va così e, forse, è un bene.
Vado in clinica a giorni alternati a quelli di mia sorella, dopo il lavoro. Le dò da mangiare, cerco di capire le frasi incomprensibili che dice, cerco di arginare gli scatti di rabbia che ogni tanto ha. Con il tempo ho imparato a prendere le distanze da lei e dalla sua malattia. Per salvarmi, anche se in parte sto "pagando" quello che è successo prima. Cerco di vivere gli istanti, oltre che i giorni, che mi rimangono liberi da questi "doveri" come meglio posso. Cerco di dar loro significato senza impegolarmi nei pensieri, nelle angosce che questa situazione mi "regala". Cerco di vivere sviluppando lo spirito più che la mente. Non è facile, cado a volte (sempre più raramente, devo dire) nel panico, nell'angoscia, nella tristezza. 
Mi aggrappo ai miei libri, alle mie passioni, al lavoro, alla vita centellinata negli istanti, nei colori, nelle cose e nelle persone belle che mi capita di incontrare e con le quali cerco di interagire. Non rifiuto più la solitudine che mi fa da compagna di viaggio. In questa solitudine ho incontrato tanti insegnamenti, tante vie.
Ho solo bisogno di un pò di serenità, ora. Un pò di tranquillità. Non di felicità. La felicità è eterea e passeggera, la serenità accompagna i passi di ciascuno con costanza ed equilibrio. Mi sono ripromessa di far tesoro di tutti gli insegnamenti che mi sono dati. Spero che tutto questo tsunami fatto di dolore, di rabbia, di sacrificio, di tristezza finisca presto. Ho voglia di vivere serenamente, senza odiare nessuno, avendo saldato, con gentilezza, tutti i conti con le persone con le quali li avevo in sospeso.

lunedì 31 marzo 2025

In viaggio con me stessa

Ho intrapreso il viaggio più difficile, quello dentro me stessa. 
In me stessa porto ancora quella bambina bisognosa di affetto ed attenzioni. E' lì, con i suoi capelli lisci a caschetto e la frangia sugli occhi. E' lì che mi guarda, con quei grandi occhi tristi, ad implorarmi di volerle bene, di fare attenzione alla sua esistenza. Di prenderla per mano.
Ho una gran tenerezza nei confronti della me bambina. Avverto tutta la sua fragilità, quella che, in parte, ancora mi affligge. Avverto il suo bisogno di avere sicurezze, affetto, conforto. So anche che solo io posso darle tutto questo. Dovrò trovare le parole giuste, rovistando nelle cassepanche dell'esperienza, del cammino finora fatto, di quello che ho letto. Ma, credo, la cosa che più di ogni altra è fondamentale è un grande, caldo abbraccio. Per farla sentire al sicuro.
Il mondo è diventato un posto pericoloso, brutto, sciatto, popolato di pupazzetti plastificati, rifatti, preoccupati solo del loro aspetto fisico e non del niente che hanno dentro. La me stessa bambina è spaventata, si sente indifesa, fragile. Spesso si stringe a me chiedendomi con gli occhi aiuto, protezione.
Lo smarrimento che spesso provo è anche il suo. Il suo è primordiale, popolato di mostri, di rumori improvvisi che non conosce; il mio è più mediato dalla ragione, dall'analisi dei fatti. E' uno smarrimento che non deriva da mostri e rumori strani. E' uno smarrimento per la sensazione di mancanza di umanità, di bellezza, di empatia da parte di quelli che si definiscono donne e uomini.
Ciascuno ha la sua strada da percorrere, comunque. Addentriamoci, mano nella mano la me bambina ed io, in questa foresta in cui l'oscurità è appena filtrata dalle fronde di alberi sconosciuti. Mettiamo bene i piedi sul terreno e teniamo saldo il cuore. Coltiviamo la fiducia che non siamo nati per morire o per essere infelici. Dobbiamo crederci fino in fondo. E cerchiamo la bellezza anche nell'oscurità. Perché sono convinta che la bellezza c'è, magari un pò strapazzata, un pò nascosta. Bisogna "avere occhi" per vederla. Ci guiderà lei e la fiducia che omnia vincit amor...
Andiamo, dunque.

domenica 15 dicembre 2024

Cupio dissolvi...

Sono stanca. A volte i genitori sanno essere egoisti. Il loro destino si compie fagocitando il destino dei figli. Scopro che sono, in realtà, un insieme di pensieri non miei. Un insieme di regole, di valori - anche - che non appartengono a me. I miei sogni sono andati a farsi friggere in nome del dovere ed ora non mi resta che un pugno di mosche. Ho sbagliato tutto, questa è la mia sensazione.Sto facendomi del male. Sto svilendo ed "uccidendo" me stessa per punirmi di non aver saputo oppormi a quel "fagocitare i propri figli" che insegna la mitologia greca. I genitori vorrebbero che i loro pargoli siano riproduzioni di se stessi. Vorrebbero che percorressero le strade che loro hanno o non hanno percorso. Quasi che potessero vivere una seconda vita attraverso di loro.
Avrei dovuto oppormi quando avevo la forza e gli anni per farlo. Ma, adesso lo so, non ero completamente conscia di quello che stava accadendo. Adesso mi ritrovo, adulta, con un pugno di mosche in mano. Non ho potuto fare, nella vita, quel che avrei voluto fare (l'archeologa, per inciso). Ho fatto quello che dovevo fare, come un burattino senza volontà, senza desideri, senza sogni.
Eppure io i sogni li avevo. E tanti. Li ho lasciati andare come una bambina lascia al vento i palloncini colorati. Ho lasciato andare i miei sogni in nome di un prepotente dovere che, al pari di un inflessibile ragioniere, mi presentava il conto dei miei doveri. Ho chinato la testa. Ho trovato il posto fisso. Ho provato ad iscrivermi, all'università, ad una facoltà che poteva introdurmi al meglio nel mondo del lavoro. Ma non l'ho terminata. Non era quella la mia strada.
Che ne ho fatto della mia vita? Che ne ho fatto dei miei sogni, della mia bella mente? Mi ritrovo qui, ora, a scrivere su un blog, un bicchiere di birra da una parte, circondata dal disordine che ho dentro e che ho replicato fuori di me. Cosa ne è di me stessa? Credo di essermi "uccisa" diversi anni fa. Mi sento un lemure, un pallido fantasma, che vaga alla ricerca di un senso alla sua esistenza. Trascinando le pesanti catene di un destino che altri hanno deciso per me.
Forse per questo, tanti anni fa ormai, dicevo che era meglio nascere orfani. Perché sarei stata una tabula rasa, una lavagna sulla quale imparare a scrivere quel che avevo dentro. Perché non avrei avuto esempi o regole da seguire, né tantomeno avrei avuto degli imperativi categorici ai quali obbedire.
Ora sono qui, seduta a scrivere, a pensare, a piangere, a bere...
Istintivamente forse è anche per tutto questo che non ho avuto né voluto figli. Troppo doloroso è stato ed è ancora quello che ho portato come figlia in questo viaggio chiamato vita.
Dicono che non è mai troppo tardi, ma io mi sento in terribile ritardo sulla vita stessa. Cosa ho realizzato? Cosa sono? Chi sono? In certi momenti vorrei perdere la memoria. In certi altri vorrei sparire definitivamente, perché se il fine della vita è la morte, non ha senso prolungare l'agonia.

domenica 3 novembre 2024

Adesso basta

Deviantart.com

E' il momento degli addii, del distacco, del "a non più rivederci". Definitivo. Irreversibile. Io sono così: difficilmente torno sui miei passi, perché ci penso e ripenso e quando prendo una decisione che molti potrebbero definire "drastica" è perché l'ho maturata nel corso dei giorni, dei mesi.
In questo periodo - in realtà un mese - che ho cambiato (finalmente!) lavoro, sto prendendo coscienza di molte cose. Non sempre piacevoli, è onesto dirlo.
Il periodo appena passato della mia vita mi ha vista quasi "mendicare" un pò di amicizia, di attenzione. Il mendicare comporta, però, dover rinunciare ad una parte di quel che si è per adeguarsi a chi vogliamo che si interessi a noi. Il che, tradotto in soldoni, vuol dire adeguarsi, spesso tacere, altre volte assentire malgrado le perplessità.
Ora credo che nessuna amicizia degna di questo nome valga questi compromessi. 
Nel momento del distacco dalla "vecchia" vita, molte conoscenze (oramai penso siano e siano state solo tali) sono scolorite, evaporate, dissolte. Per me è arrivato il momento della solitudine. Trovarmi in una sorta di deserto senza avere punti di riferimento (al di là della mia amica storica, ovviamente, che purtroppo non vive nella mia stessa regione). Ma penso che sia proprio questo quello che doveva accadere: il deserto. Imparare a contare su me stessa, imparare a non aver timore di esprimermi perché non c'è nessuno da perdere. E pure se fosse, pure se rischiassi di perdere qualcuno, evidentemente non valeva la pena di tenerlo al mio fianco, quel qualcuno.
Il deserto è camminare nelle strade della mia città da sola, attraversando la folla senza lasciarmene fagocitare. Significa resistere alla "tentazione" di mendicare. Non c'è niente da mendicare. E' il momento di avvolgermi nel mio abbraccio e ritornare a me stessa.
Adesso devo smaltire ancora un pò di risentimento, di rabbia, di tristezza. Tutto così profondamente umano... Ma è anche il momento di non forzare i tempi. Di assaporare la bellezza di essere sola, avvolta dal tempo, dal vento, dal mondo, dalla lentezza. Senza avere paura. Non è come, appena bambina, mi gettarono in piscina nell'acqua alta, io che ho sempre avuto paura dell'acqua. Non è più così.
Adesso sto imparando a lasciarmi andare. Sia quel che sia. Dopotutto siamo solo in parte costruttori del nostro destino. Ci sono forze imponderabili (per fortuna, mi vien da dire) che provvedono a non farci cadere rovinosamente, a non perderci. Per fortuna. Devo solo lasciare che sia. Abbandonarmi. Vivere giorno per giorno ed essere quella che sono. 
Il cammino è iniziato. Con qualche esitazione, è vero, ma indietro non ci torno.



domenica 24 marzo 2024

Tempo di silenzio

Deviantart - Amicizia

Sto operando una sorta di epurazione, nella mia vita. Non ho più voglia di stare con chi mi fa sentire a disagio. Questo disagio, lo riconosco, in parte deriva da sensazioni, emozioni non risolte. Ed è proprio il mio intento di risolverle che mi fa allontanare da certe persone.
Un detto afferma che non è che la gente cambia, ma, piuttosto, che si rivela.  Ed è vero. C'è molta ipocrisia, in giro. Del resto viviamo in un'epoca che fonda tutto sull'immagine che si da' agli altri.
Al momento sono sola, nel senso che le amicizie sono, oramai, evaporate. Ho bisogno di silenzio e di cercarmi, trovarmi, capire dove voglio andare, qual è il mio sentiero. Alle volte la "vecchia me" si lascia prendere dalla malinconia per non poter condividere i miei pensieri e le mie sensazioni con un'amica o un amico. Poi passa. E' bene che stia sola per un po'. E' bene che non torni a perdermi nuovamente, ignorando gli stimoli a cercare qualcosa di più e di diverso dall'ipocrisia, dalla noia, dall'esteriorità.
Differentemente dal passato, questa solitudine non mi pesa più di tanto. Sono, in fondo, in compagnia delle mie sensazioni e delle mie emozioni che, spesso, non riesco a comunicare perché non riesco a trovare le parole per farlo.
Mi sto riavvicinando alla fede. In realtà non me ne sono mai allontanata. Credo che la fede faccia profondamente parte di quel che sono. Permei le mie cellule ed il mio spirito. Inutile che io lo neghi. E' difficile credere malgrado il silenzio e Dio è anche silenzio. Io devo accettare il silenzio di questi giorni, di questo periodo così particolare e così difficile. Devo resistere alla "smania" di accendere la tivvù, di ravanare sul cellulare, di aprire diecimila libri. Devo esercitare la pazienza, perché il silenzio, prima o poi, mi parlerà.
Alle persone che sono entrate e che stanno uscendo dalla mia vita auguro ogni bene. Spero che possano essere felici e serene, che possano realizzare i loro sogni, che godano sempre di buona salute. Non ho recriminazioni da muovere nei loro confronti: quella "me" non c'è più. Vorrò sempre loro bene, in qualche modo, ma non apparteniamo alla stessa "onda". Siamo un mare diverso, siamo cieli differenti, siamo voli non uguali.



domenica 17 marzo 2024

Il tritacarne lavoro...

Foto da deviantart - città surreale

A volte mi sembra di vivere in uno di quei film di fantascienza di quelli inquietanti, tristi, angoscianti, che lasciano ben poche speranze di cambiamento in meglio. Mi sembra di essere aliena a tutto quello che mi circonda e nel quale, mio malgrado, sono immersa: città, ritmi, gente.
Succede spesso quando, la mattina presto, me ne sto seduta in macchina vicino al lavoro. Arrivo sempre presto, non avendo l'accesso (sono tra i paria!) al garage devo anticipare i tempi. Succede d'inverno, quando il giorno stenta a scoprire il cielo e le luci degli uffici, intorno, sembrano spettrali, irreali, quanto il silenzio ed il buio che mi avvolge.
Non c'è quasi mai nessuno, quando arrivo nel parcheggio. Sistemo il mio macinino e mi lascio avvolgere, cullare quasi, dall'assenza irreale di rumori, di voci. 
Vado avanti, ultimamente, molto sulle forze. Il "problema" principale è proprio il lavoro. Il mondo del lavoro è cambiato drammaticamente, oserei dire. Siamo "unità lavoro" senza quasi diritti e solo con doveri. "Unità lavoro" da spremere fino allo sfinimento, all'alienazione mentale.
Questo bellissimo e disgraziato Paese somiglia sempre più alle fredde architetture che mi circondano nelle mattine invernali. Ostile, non accogliente, indifferente. Qui si riesce ad avere un pò di serenità solo se si è raccomandati da qualcuno politicamente importante, oppure se si è sufficientemente leccaculo, se ci si prostra ad ogni richiesta e chissenefrega del prossimo, oppure si è disposti a tutto, salvo poi pentirsi come coccodrilli che hanno mangiato troppo.
Le architetture della periferia sud di Roma sono lo scenario ideale di questa nuova era, di questa umanità che è disumanità. Quei palazzi tutti uguali, quei lampioni dalla luce fioca, quelle strade semibuie, quelle aree semiabbandonate, quei marciapiedi devastati dalle radici dei pini e dalle piante promiscue mai estirpate. Quelle aree preda dell'incuria, che il buio della mattina occulta... 
Me ne sto lì, tutte le mattine, dal lunedì al venerdì, pioggia o freddo che ci sia, ad osservare, a cercare una ragione a quei terribili cambiamenti di questa società spietata, fredda, non empatica. Non ci sono ragioni se non l'avidità ad ampio spettro. Non c'è rimedio alcuno, almeno non ne vedo i prodromi. Chi ha un'anima, una sensibilità, chi è empatico fatica a vivere alla luce fredda di questo mondo freddo.
Io fatico a vivere, ultimamente. Fatico a lavorare, ad interagire con gli altri. Mi sto rendendo sempre più conto che mi sto ritirando in me stessa, che mi sto "compiacendo" del silenzio che mi avvolge, che non mi sembra di aver niente da dire a nessuno. Mi sembra di non essere più capace di far niente. Mi sento come una bambina che si è persa, troppo inesperta per cercare una soluzione, una via d'uscita. Mi sento nuda, al freddo, sola, anche se sola non sono.
Ho capito che mi sono "sdoppiata". C'è una me stessa che ama l'archeologia, l'arte, la buona tavola, le risate di gusto, la vita all'aria aperta, i viaggi. E c'è una me stessa che, invece, è sempre più simile ad un'automa: non pensa, non ama niente, prova disgusto di tutto. 
Credo di dover prendere, quanto prima, una decisione che investa l'intera mia vita. La decisione di salvarmi, di non ammalarmi. La decisione di mandare tutto e tutti al diavolo e di ricominciare senza curarmi del tempo passato o dell'età o di quello che so o non so. Ci sto pensando da molto tempo. Non voglio che la mia anima muoia.


lunedì 1 gennaio 2024

Uscire dal buio

Primo giorno di un nuovo anno. Intorno c'è il silenzio. Tutti dormono. Ieri sera ci sono stati festeggiamenti che si son prolungati fino alle ore piccole. E ci sono stati i botti, un modo discutibile (a parer mio) di terminare un ciclo ed aprirne un altro.
I ricordi - inevitabili in questo periodo dell'anno - mi hanno riportata, per un po', ai tanti capodanni passati fuori casa. Avevo una sana voglia di stare con gli amici e divertirmi. Un anno sono andata via persino con la febbre. Ricordo i "famigerati" trenini con il sottofondo della samba, le risate, i brindisi, l'allegria tipica di chi è giovane e avido di vita.
Questi ultimi anni sono stati un po' sotto tono. L'età ha in parte il suo peso, ma anche la sensazione di essere intrappolata in una sorta di prigione dalla quale non riesco del tutto a liberarmi.
Ieri ho prenotato una visita culturale per domenica prossima. Sono mesi che non esco dalla tana. Mesi che non mi nutro di bellezza. Mi sono avvolta nella tristezza e nella routine come se fossero delle coperte. Alla fine, però, mi hanno quasi soffocata. C'è tanto, fuori, da vedere. Devo riprendere la vecchia me per mano e sradicarla da una situazione che si è fatta stagnante come una pericolosa palude.
Mi sono resa conto, mentre i fuochi d'artificio rompevano, ieri sera tardi, il silenzio, che mi sono adagiata su una situazione che, per certi versi, non posso cambiare perché non dipendente del tutto da me. Sono diventata poco reattiva, quasi rassegnata. Non ho cercato un modo per andare avanti, non ho attivato tutto quello che poteva distrarmi dal periodo che stavo vivendo. Ho rinunciato ad avere una vita ed a coltivare le cose che ho sempre amato: archeologia, arte, fotografia, passeggiate, viaggi...
E' tempo di cambiare. Un passo alla volta. Non mi sento, in verità, molta forza. Il "leone ruggente" che ho dentro di me e che si sente ferito e arrabbiato, mi succhia un bel po' di energia. Certe volte non mi capisco, vorrei cambiare il modo di approcciare gli eventi ma mi sembra sempre di fallire. Non riesco a coltivare l'autostima, il "ben pensare" di me. Forse l'educazione, forse chissà...
E' tempo di cambiare. Lo credo fermamente. Sono giunta ad un'età nella quale più forte è il richiamo alla riflessione, al conoscere me stessa. Gli anni della spensieratezza e della leggerezza sono lontani. E' tempo di raccogliere i frutti anche di quei tempi leggeri.
Sabato scorso ero al Campidoglio, in attesa che aprissero i cancelli per poter visitare una mostra. Mi sono seduta sulla stessa panchina sulla quale ero seduta tanti anni fa quando - a 16-17 anni - venivo qui a pensare, a fare i conti con una certa qual solitudine, la stessa - più o meno - che mi accompagna fraternamente anche adesso.
Improvvisamente è come se la me stessa di allora fosse seduta accanto a me. Quella ragazzina sola e pensierosa, che aveva gli occhi fissi su quel panorama di rovine e che si sentiva lontana anni luce dal mondo e da quel momento. Ed è stato come guardare un'altra me, una me che non era più, quasi un'estranea. Un fantasma. Avrei voluto prendere per mano quell'adolescente e farle compagnia, ascoltarla parlare, confidarsi, confessare le sue paure e le sue speranze. Le foglie di questo strano inverno continuavano a cadere leggere e silenziose. Ho percepito chiaramente quanto sono diversa da quella che ero un tempo e non è solo una questione anagrafica.
Tornando a casa, dopo essermi immersa nella bellezza, ho deciso che è ora di uscire dal buio in cui mi sono cacciata da sola. E' ora di prendere per mano quell'adolescente e di ripartire. Da me. Per vie altre. Voglio tirar fuori da me il coraggio e la determinazione per far questo viaggio che non posso più rimandare.