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sabato 11 aprile 2026

Al di là

Sono nella tempesta, prima o poi passerà, lo so. Al momento mi sta "regalando" momenti di tristezza, di malinconia, di rabbia.
Ci sono momenti in cui mi sento avvolta dalla solitudine, dal silenzio e mi prende un pò il panico. Sembra che siano spariti tutti dalla mia vita: amici e parenti. Oppure che mi sia allontanata io da tutti loro quasi senza accorgermene (almeno in alcuni casi, per quel che riguarda altre situazioni il mio allontanamento è stato deliberato, voluto).
Sto imparando a fare le cose da sola, a cercare aiuto da sola, a costruire anche brevi collegamenti in base alle mie esigenze. Mi sembra di essere "regredita" ai primi decenni della mia vita, quando mi guardavo intorno e guardavo il mondo che mi sembrava allora (ed in parte mi sembra anche adesso) una sorta di isola misteriosa ed in parte pericolosa. 
Abbiamo venduto, nel frattempo, la casa dove sia mia sorella che io abbiamo vissuto per trent'anni. Stiamo raccogliendo ricordi, rimasugli di vita, fotografie, posate e bicchieri mai utilizzati, asciugamani ricamati a mano anch'essi mai utilizzati... Ogni cosa, ogni bicchiere, ogni fotografia è un colpo al cuore che bisogna superare in nome dell'impellente consegna dell'appartamento. Trent'anni evaporati nell'arco di pochi mesi. E' così che va la vita, anche così. E credo che sia giusto, in fondo. Si vive il presente e non il passato, il tempo che abbiamo davanti ogni giorno. Ed è così che sto cercando di fare, lasciando il passato al passato, sforzandomi di rimanere centrata nell'attimo presente.
Sono un pò stanca, sia fisicamente che emotivamente. Quando sarà stipulato il rogito e saranno sistemate altre piccole cose che chiuderanno tutto, non so come starò. Mi capita di pensare che potrebbe esserci una sorta di "tracollo emotivo" ma sto lavorando anche su questo, affinché prevalga la salvaguardia della mia salute. Per questo ho iniziato ad andare da uno psicologo, perché voglio guarire emotivamente, voglio pensare a me stessa, a recuperare quella che realmente sono. Voglio finalmente guardarmi al di là dei condizionamenti e delle sovrastrutture che mi sono state costruite intorno e che mi sono costruita anch'io.
Voglio finalmente iniziare a volermi bene sul serio.

domenica 22 febbraio 2026

Addio

Mia madre è morta nel giorno del mio compleanno. Adesso è libera. Gliel'ho sussurrato quando le ho dato l'ultimo saluto, quando lei giaceva già nella bara, oramai lontana, libera da quel corpo che le aveva procurato tanti dolori.
Non so come mi sento. Ci sono tante cose in sospeso e tante cose sulle quali sto riflettendo. Non sono riuscita a piangere perché sono solo contenta che abbia smesso di soffrire. Qualche giorno dopo la sua morte, mentre ero in cucina intenta a preparare la cena, è apparso, agli occhi della mia mente, il suo volto di quando non stava ancora tanto male. Aveva un'espressione addolorata, ma ho percepito che non era per sé stessa. Ho sentito anche la sua voce dirmi "Mi dispiace". Sono rimasta immobile. Credevo di aver sognato o che la mia immaginazione mi stesse creando un brutto scherzo, ma non era così. Io quel volto l'ho visto davvero e quelle parole le ho veramente sentite.
So che, ora, lei è a conoscenza di molte cose che riguardano la mia vita, il mio sentirmi sempre fuori posto ovunque e con chiunque, mai supportata o incoraggiata ad essere serenamente quella che sono ma ostinatamente indirizzata verso quello che avrei dovuto essere. E lei, mia madre, è parte di questa storia. Ora lei lo sa.
Ho faticato e fatico ancora a volermi bene, perché non mi è stato mai "insegnato" a volermene. Ero sempre quella sbagliata, quella che non si adattava, quello strano "oggetto" che nessuno riusciva a capire, tanto ero diversa da tutto il parentame. Per questo hanno tentato di cambiarmi invece che di amarmi per quella che ero.
Adesso mia madre sa che tutte quelle ribellioni, quei silenzi, quei diari scritti tra lacrime di rabbia e di dolore erano grida di aiuto, richieste di comprensione, di amore, di abbracci. So che le dispiace, ma ora non c'è molto più da fare se non imparare ad amarmi da sola. A conoscermi. Ad apprezzare quelle doti che mi sono state date. La morte appiana un pò tutto. Passa e spazza via anche le cose immateriali. E lascia così, con le mani vuote, senza sentimenti e recriminazioni.
Al momento non provo granché. A volte sono triste e cupa. Spesso me ne sto in silenzio. Altre volte sono nervosa e scontrosa. Ma niente lacrime. Anch'io sono morta, molto ma molto tempo fa. Quello spirito così vivo, così ribelle, così assetato di affetto e di vita è morto. Gli sono state erette intorno le sbarre di un conformismo che impediva di coltivare un'esistenza "pericolosa" della quale, forse, vergognarsi più che essere orgogliosi.
Non voglio pensare più a cosa o chi potevo essere. Ora ho a che fare con quella che sono, anche se, a volte, mi sale su un pò di amarezza e qualche cenno di rimpianto.
Al "mi dispiace" sussurrato da mia madre ho risposto solo: "Lo so, non fa niente. Ora non si può più fare niente".

martedì 10 febbraio 2026

Per aspera ad astra

Abbiamo ricoverato mia madre in una struttura per lungo degenza fuori città. Avrà, spero, le cure e le attenzioni che noi non possiamo darle e che non le hanno mai date durante la degenza in clinica.
La situazione della sanità, a giudicarla da quello che mi è capitato di vedere, è drammatica. Mia madre è rimasta con le lenzuola sporche di sangue per almeno tre giorni, se non pure di più. Le hanno tolto le giacche del pigiama insanguinate e le hanno chiuse, bagnate, in un sacchetto della mondezza. La terapia gliela somministravano due giorni si e tre no. Una clinica pessima, alla quale spediscono letteralmente le persone che non possono essere ricoverate al Policlinico. Forse perché anziane, penso. Qui i poveri disgraziati rimangono per 60 giorni, poi devono sloggiare ed andare altrove, vale a dire in strutture private, perché prima che il "pubblico" trovi una struttura a prezzi decenti, bisogna necessariamente ricorrere al privato, i cui costi sono veramente ingiusti. Si specula sulla pelle di chi ha bisogno in modo indegno.
Comunque sia andata, ho promesso di non arrabbiarmi e non cadrò in questo tranello. Sono sufficientemente serena. La vicenda di mia madre mi ha "regalata" una dermatite da stress che sto cercando di far passare. Ho sempre pensato che certi eventi non siano casuali, quindi anche la dermatite ha un suo perché. La ragione l'ho cercata nel mio "antico" problema con la rabbia. Almeno queste le considerazioni che, nel passato, mi hanno costretta a soffocare un sentimento che, se vissuto
Adesso posso fare ancora qualcosa. Non voglio fare più dietrologia. Il passato non può essere più modificato né vissuto. Adesso è il momento in cui vivo. Hic et nunc. Per troppo tempo ho rimuginato, rievocato, rimpianto il passato. Tempo perso e questo un pò, lo confesso, lo rimpiango.
Comunque dermatite e rabbia. Sto prendendo dei rimedi naturali e sto facendo un grosso lavoro su me stessa. Sto lavorando sulla rabbia e sul lasciare andare, sul non mettere troppo i puntini sulle "i". Non è facile, ma sono abbastanza determinata a difendere la mia salute e la mia vita. 



domenica 25 gennaio 2026

Come una nave nella tempesta

E' molto tempo che non scrivo. Molte "tempeste" si sono avvicendate nella mia vita, fino a quest'ultima che, devastante per molti versi, sta condizionando la mia vita.
Ho iniziato un cammino in me stessa, tra alti e bassi, un cammino che mi riporta alla mia vera essenza, a quella che realmente sono, senza infingimenti pietosi. E, forse, proprio per questo, stanno attraversando la mia strada sensazioni, esperienze, emozioni che si ripercuotono anche sul piano fisico. Corpo e spirito sono legati indissolubilmente. Quello che non riesco a risolvere sul piano spirituale, quello che faccio fatica ad accettare, "esplode" sul fisico come un grido di aiuto che sembra voglia dirmi: "Riconoscimi!". 
Mia madre è stata colpita da un ictus che le impedisce una vita "normale". Dall'ospedale è stata ricoverata in una clinica ed ora passerà ad una casa per lungodegenti. La parte destra del suo corpo è paralizzata, non muove né la mano né la gamba destro. Non parla bene, quel che dice a stento si riesce a capire. Non è autosufficiente. 
Questa situazione, piombata improvvisamente nella mia vita come un meteorite, sta facendo emergere sentimenti sempre negati o nascosti, sia nei confronti di mia madre che nei confronti di mia sorella. E' come se stesse impietosamente disvelando il nostro modo di essere e di reagire agli eventi. Una dura lezione di vita e di conoscenza.
I miei sentimenti nei confronti di mia madre e di mia sorella sono contrastanti. Al momento sono venuta alla conclusione che i legami famigliari non sono necessariamente da accettare e sopportare, ma possono anche essere messi in discussione e, se del caso, rifiutati. Per quel che mi riguarda è quello che mi sta accadendo. Non mi sono mai sentita parte integrante della famiglia in cui sono nata. Ne ho sofferto, mi sono arrabbiata, mi sono addolorata, ho fatto del male a me stessa perché non accettavo questa separazione. Ora è diverso.
La diversità di cui mi sento portatrice e che mi separa dalla mia famiglia biologica sto cominciando a viverla come una normalità, come un mio modo di essere che non è necessariamente "cattivo" (come ho creduto finora), ma alternativo. Con mia sorella non c'è più un rapporto ed ho fatto pace con questo. Va bene così, non devo più accettarla come mi era stato imposto un tempo e come mi imponevo anch'io. Del resto non ho scelto questa famiglia, anche se una mia amica sostiene che in qualche modo, in un tempo chissà quanto passato, in una dimensione diversa, io l'abbia fatto.
La malattia invalidante di mia madre l'ho vissuta ed in parte ancora la vivo come una "seccatura", come qualcosa che poteva essere evitato (lei ha cominciato a non prendere le medicine essenziali da non so quanto e questo ictus potrebbe essere stato causato proprio da questo). All'inizio ero arrabbiata con mia madre, con la sua testardaggine, con il suo non ascoltare i consigli. Adesso sono rassegnata. Va così e, forse, è un bene.
Vado in clinica a giorni alternati a quelli di mia sorella, dopo il lavoro. Le dò da mangiare, cerco di capire le frasi incomprensibili che dice, cerco di arginare gli scatti di rabbia che ogni tanto ha. Con il tempo ho imparato a prendere le distanze da lei e dalla sua malattia. Per salvarmi, anche se in parte sto "pagando" quello che è successo prima. Cerco di vivere gli istanti, oltre che i giorni, che mi rimangono liberi da questi "doveri" come meglio posso. Cerco di dar loro significato senza impegolarmi nei pensieri, nelle angosce che questa situazione mi "regala". Cerco di vivere sviluppando lo spirito più che la mente. Non è facile, cado a volte (sempre più raramente, devo dire) nel panico, nell'angoscia, nella tristezza. 
Mi aggrappo ai miei libri, alle mie passioni, al lavoro, alla vita centellinata negli istanti, nei colori, nelle cose e nelle persone belle che mi capita di incontrare e con le quali cerco di interagire. Non rifiuto più la solitudine che mi fa da compagna di viaggio. In questa solitudine ho incontrato tanti insegnamenti, tante vie.
Ho solo bisogno di un pò di serenità, ora. Un pò di tranquillità. Non di felicità. La felicità è eterea e passeggera, la serenità accompagna i passi di ciascuno con costanza ed equilibrio. Mi sono ripromessa di far tesoro di tutti gli insegnamenti che mi sono dati. Spero che tutto questo tsunami fatto di dolore, di rabbia, di sacrificio, di tristezza finisca presto. Ho voglia di vivere serenamente, senza odiare nessuno, avendo saldato, con gentilezza, tutti i conti con le persone con le quali li avevo in sospeso.

domenica 3 novembre 2024

Adesso basta

Deviantart.com

E' il momento degli addii, del distacco, del "a non più rivederci". Definitivo. Irreversibile. Io sono così: difficilmente torno sui miei passi, perché ci penso e ripenso e quando prendo una decisione che molti potrebbero definire "drastica" è perché l'ho maturata nel corso dei giorni, dei mesi.
In questo periodo - in realtà un mese - che ho cambiato (finalmente!) lavoro, sto prendendo coscienza di molte cose. Non sempre piacevoli, è onesto dirlo.
Il periodo appena passato della mia vita mi ha vista quasi "mendicare" un pò di amicizia, di attenzione. Il mendicare comporta, però, dover rinunciare ad una parte di quel che si è per adeguarsi a chi vogliamo che si interessi a noi. Il che, tradotto in soldoni, vuol dire adeguarsi, spesso tacere, altre volte assentire malgrado le perplessità.
Ora credo che nessuna amicizia degna di questo nome valga questi compromessi. 
Nel momento del distacco dalla "vecchia" vita, molte conoscenze (oramai penso siano e siano state solo tali) sono scolorite, evaporate, dissolte. Per me è arrivato il momento della solitudine. Trovarmi in una sorta di deserto senza avere punti di riferimento (al di là della mia amica storica, ovviamente, che purtroppo non vive nella mia stessa regione). Ma penso che sia proprio questo quello che doveva accadere: il deserto. Imparare a contare su me stessa, imparare a non aver timore di esprimermi perché non c'è nessuno da perdere. E pure se fosse, pure se rischiassi di perdere qualcuno, evidentemente non valeva la pena di tenerlo al mio fianco, quel qualcuno.
Il deserto è camminare nelle strade della mia città da sola, attraversando la folla senza lasciarmene fagocitare. Significa resistere alla "tentazione" di mendicare. Non c'è niente da mendicare. E' il momento di avvolgermi nel mio abbraccio e ritornare a me stessa.
Adesso devo smaltire ancora un pò di risentimento, di rabbia, di tristezza. Tutto così profondamente umano... Ma è anche il momento di non forzare i tempi. Di assaporare la bellezza di essere sola, avvolta dal tempo, dal vento, dal mondo, dalla lentezza. Senza avere paura. Non è come, appena bambina, mi gettarono in piscina nell'acqua alta, io che ho sempre avuto paura dell'acqua. Non è più così.
Adesso sto imparando a lasciarmi andare. Sia quel che sia. Dopotutto siamo solo in parte costruttori del nostro destino. Ci sono forze imponderabili (per fortuna, mi vien da dire) che provvedono a non farci cadere rovinosamente, a non perderci. Per fortuna. Devo solo lasciare che sia. Abbandonarmi. Vivere giorno per giorno ed essere quella che sono. 
Il cammino è iniziato. Con qualche esitazione, è vero, ma indietro non ci torno.



domenica 24 marzo 2024

Tempo di silenzio

Deviantart - Amicizia

Sto operando una sorta di epurazione, nella mia vita. Non ho più voglia di stare con chi mi fa sentire a disagio. Questo disagio, lo riconosco, in parte deriva da sensazioni, emozioni non risolte. Ed è proprio il mio intento di risolverle che mi fa allontanare da certe persone.
Un detto afferma che non è che la gente cambia, ma, piuttosto, che si rivela.  Ed è vero. C'è molta ipocrisia, in giro. Del resto viviamo in un'epoca che fonda tutto sull'immagine che si da' agli altri.
Al momento sono sola, nel senso che le amicizie sono, oramai, evaporate. Ho bisogno di silenzio e di cercarmi, trovarmi, capire dove voglio andare, qual è il mio sentiero. Alle volte la "vecchia me" si lascia prendere dalla malinconia per non poter condividere i miei pensieri e le mie sensazioni con un'amica o un amico. Poi passa. E' bene che stia sola per un po'. E' bene che non torni a perdermi nuovamente, ignorando gli stimoli a cercare qualcosa di più e di diverso dall'ipocrisia, dalla noia, dall'esteriorità.
Differentemente dal passato, questa solitudine non mi pesa più di tanto. Sono, in fondo, in compagnia delle mie sensazioni e delle mie emozioni che, spesso, non riesco a comunicare perché non riesco a trovare le parole per farlo.
Mi sto riavvicinando alla fede. In realtà non me ne sono mai allontanata. Credo che la fede faccia profondamente parte di quel che sono. Permei le mie cellule ed il mio spirito. Inutile che io lo neghi. E' difficile credere malgrado il silenzio e Dio è anche silenzio. Io devo accettare il silenzio di questi giorni, di questo periodo così particolare e così difficile. Devo resistere alla "smania" di accendere la tivvù, di ravanare sul cellulare, di aprire diecimila libri. Devo esercitare la pazienza, perché il silenzio, prima o poi, mi parlerà.
Alle persone che sono entrate e che stanno uscendo dalla mia vita auguro ogni bene. Spero che possano essere felici e serene, che possano realizzare i loro sogni, che godano sempre di buona salute. Non ho recriminazioni da muovere nei loro confronti: quella "me" non c'è più. Vorrò sempre loro bene, in qualche modo, ma non apparteniamo alla stessa "onda". Siamo un mare diverso, siamo cieli differenti, siamo voli non uguali.



domenica 17 marzo 2024

Il tritacarne lavoro...

Foto da deviantart - città surreale

A volte mi sembra di vivere in uno di quei film di fantascienza di quelli inquietanti, tristi, angoscianti, che lasciano ben poche speranze di cambiamento in meglio. Mi sembra di essere aliena a tutto quello che mi circonda e nel quale, mio malgrado, sono immersa: città, ritmi, gente.
Succede spesso quando, la mattina presto, me ne sto seduta in macchina vicino al lavoro. Arrivo sempre presto, non avendo l'accesso (sono tra i paria!) al garage devo anticipare i tempi. Succede d'inverno, quando il giorno stenta a scoprire il cielo e le luci degli uffici, intorno, sembrano spettrali, irreali, quanto il silenzio ed il buio che mi avvolge.
Non c'è quasi mai nessuno, quando arrivo nel parcheggio. Sistemo il mio macinino e mi lascio avvolgere, cullare quasi, dall'assenza irreale di rumori, di voci. 
Vado avanti, ultimamente, molto sulle forze. Il "problema" principale è proprio il lavoro. Il mondo del lavoro è cambiato drammaticamente, oserei dire. Siamo "unità lavoro" senza quasi diritti e solo con doveri. "Unità lavoro" da spremere fino allo sfinimento, all'alienazione mentale.
Questo bellissimo e disgraziato Paese somiglia sempre più alle fredde architetture che mi circondano nelle mattine invernali. Ostile, non accogliente, indifferente. Qui si riesce ad avere un pò di serenità solo se si è raccomandati da qualcuno politicamente importante, oppure se si è sufficientemente leccaculo, se ci si prostra ad ogni richiesta e chissenefrega del prossimo, oppure si è disposti a tutto, salvo poi pentirsi come coccodrilli che hanno mangiato troppo.
Le architetture della periferia sud di Roma sono lo scenario ideale di questa nuova era, di questa umanità che è disumanità. Quei palazzi tutti uguali, quei lampioni dalla luce fioca, quelle strade semibuie, quelle aree semiabbandonate, quei marciapiedi devastati dalle radici dei pini e dalle piante promiscue mai estirpate. Quelle aree preda dell'incuria, che il buio della mattina occulta... 
Me ne sto lì, tutte le mattine, dal lunedì al venerdì, pioggia o freddo che ci sia, ad osservare, a cercare una ragione a quei terribili cambiamenti di questa società spietata, fredda, non empatica. Non ci sono ragioni se non l'avidità ad ampio spettro. Non c'è rimedio alcuno, almeno non ne vedo i prodromi. Chi ha un'anima, una sensibilità, chi è empatico fatica a vivere alla luce fredda di questo mondo freddo.
Io fatico a vivere, ultimamente. Fatico a lavorare, ad interagire con gli altri. Mi sto rendendo sempre più conto che mi sto ritirando in me stessa, che mi sto "compiacendo" del silenzio che mi avvolge, che non mi sembra di aver niente da dire a nessuno. Mi sembra di non essere più capace di far niente. Mi sento come una bambina che si è persa, troppo inesperta per cercare una soluzione, una via d'uscita. Mi sento nuda, al freddo, sola, anche se sola non sono.
Ho capito che mi sono "sdoppiata". C'è una me stessa che ama l'archeologia, l'arte, la buona tavola, le risate di gusto, la vita all'aria aperta, i viaggi. E c'è una me stessa che, invece, è sempre più simile ad un'automa: non pensa, non ama niente, prova disgusto di tutto. 
Credo di dover prendere, quanto prima, una decisione che investa l'intera mia vita. La decisione di salvarmi, di non ammalarmi. La decisione di mandare tutto e tutti al diavolo e di ricominciare senza curarmi del tempo passato o dell'età o di quello che so o non so. Ci sto pensando da molto tempo. Non voglio che la mia anima muoia.


venerdì 30 luglio 2021

Tempo di salpare

Vorrei andar via. Salpare per mari sconosciuti. Distendere le vele come si distendono le braccia al cielo in cerca di un abbraccio.
Mi sembra di essere rimasta intrappolata in una sorta di labirinto senza uscita, almeno in apparenza. Il vivere si è fatto difficile, aspro, a tratti scoraggiante. Ci sono momenti in cui avverto profondamente l'inutilità di continuare. Mi aggrappo al mio Dio e piano piano mi calmo, razionalizzo, cerco di non gettare all'aria le conquiste fatte, di non arrendermi.
A tutti i problemi pregressi si è aggiunta una grave situazione familiare. E' piovuta dal cielo come la grandine in agosto. Inaspettata, terribile. Improvvisamente è cambiato tutto, per il mio piccolo nucleo familiare. Ci siamo sentiti tutti fragili, impauriti, smarriti. Sensazioni che ben conosce chi si è trovato e si trova di fronte ad una di quelle malattie talmente tanto terribili che si evita persino di nominarle.
I contraccolpi sono stati intensi, ancor più amplificati dalla mia situazione personale. Sono aumentati i sintomi dell'ansia che, nel contempo, ho dovuto imparare a gestire per fornire un minimo di supporto emotivo. Sicché mi sono resa conto che stavo dando l'impressione di una persona sostanzialmente tranquilla e con i nervi saldi, quando dentro mi si era aperta una voragine oscura.
E' un periodo bruttissimo, iniziato lo scorso anno, amplificato dalla pandemia, dalla confusione di notizie sul virus, dal mio trasferimento in un posto che mi ha regalato l'ansia e gli attacchi di panico di cui ancora soffro. Ho certezza che, da qualche parte, esista la luce, la fine di questo incubo che sembra volerci ingoiare tutti.
Ho fatto interessanti scoperte su me stessa, questo devo riconoscerlo. La vita, in qualche modo, mi ha messo per l'ennesima volta con le spalle al muro per farmi capire di ritornare a me stessa. Per farmi comprendere che non è compiacendo gli altri che si cresce, ma ascoltando se stessi malgrado chi vorrebbe tirarci per la giacchetta da tutte le parti. Non mi sono mai conosciuta bene. Ho finito per fare cose che "pensavo" di volere, in realtà così non era.
Adesso ho solo voglia di lasciare. Partire. Salpare per quei mari che non ho mai esplorato. Sono stanca dell'immobilità e delle abitudini. Ci sono cose che non ho visto, paesaggi, città, borghi, mari, monti, fiori. Non è mai troppo tardi. Non solo per partire, ma anche per non aver più paura.


domenica 11 aprile 2021

Confessioni - Quarta parte

E rieccomi. Queste "confessioni" mi stanno risultando un po' difficili. Certe volte mi sembra di scrivere di un'altra persona. Mi meraviglio di tante cose che non corrispondono a quella che sono. Eppure... eppure ero io.
Comunque, scrivevo dell'amicizia, in precedenza. Già, l'amicizia. Sempre idealizzata, cercata, ambita, desiderata, agognata. Avrei voluto avere un amico del cuore, qualcuno al quale confidare tutto quello che tenevo custodito nel mio animo. A quindici anni ce l'hanno quasi tutti. Già. Quasi.
Le mie confidenze a quindici anni le facevo ad un diario, un'agenda rossa riciclata, sulle cui righe amavo scrivere con la penna stilografica. Ce l'ho ancora, quell'agenda. Ogni tanto vado a sbirciare tra le pagine oramai ingiallite e non mi ritrovo. Rivedo l'adolescente che ero con tutte le sue paranoie, ma non mi riconosco. 
Quelle righe vergate da una scrittura regolare, quasi infantile, parlano di una sete d'affetto, di amore, incredibile. Forse inestinguibile. E l'amicizia è una forma d'amore. Ed io quell'amore non lo avevo, all'epoca. Se ripercorro i rari ricordi di allora, mi rammento che non riuscivo a comprendere cosa di me non piacesse agli altri. Una volta davo la colpa agli occhiali troppo spessi, un'altra al fatto di avere forme un po' generose; un'altra ancora al fatto che non ero troppo "sveglia", nel senso che non capivo le dinamiche degli adolescenti, dei loro desideri. Forse per un'educazione troppo severa, che aveva teso a proteggermi da tante (troppe!) cose.
Comunque di amici, nella mia vita, ne sono transitati pochi. Pochi veri, intendo. Le amicizie superficiali, invece, sono state diverse ed appaganti quanto può essere un piatto di pasta quando hai fame. Poi, però, finisce tutto.
Adesso? Ogni tanto soffro di crisi di astinenza, lo confesso. Il vuoto affettivo è rimasto, se pure mitigato da altri amori, da altre compensazioni che non sono un modo per accontentarmi. Quando ero più giovane avvertivo una voragine, adesso c'è solo uno spazio vuoto che tale è rimasto: quello dell'amico o dell'amica del cuore. Spesso, quando sto male (e l'anno passato, per motivi diversi, è stato per me un annus horribilis) mi viene una sorta di ansia che deve essere placata: devo parlare con qualcuno, cercare chi conosca il mio linguaggio ed il mio vissuto. Puntualmente non trovo mai nessuno. Scorro la rubrica sul cellulare e non provo l'istinto di chiamare nessuno.
Questo mi fa riflettere, molto più di quanto già non riflettessi un tempo. Se non c'è nessuno che vorrei chiamare vuol dire che, in realtà, non c'è nessuno che io consideri un amico vero. Sto cercando di accettare la mia fondamentale solitudine, che è la solitudine di molti, in definitiva. Il che non esclude che possa avere relazioni pseudo amicali a breve termine. Le accetto per quello che sono e per quel che durano. Anche se il vuoto resta lì.
Passo molto tempo in silenzio, ora, cercando di superare anche quegli attacchi di panico e quella sensazione di soffocamento che spesso mi assalgono. Cerco, in ufficio, di non alzarmi più alla ricerca di qualche anima buona che si faccia due chiacchiere con me. Rimango seduta. Respiro profondamente. Mi concentro. Cerco di calmare la mente e lo spirito e di sentire il silenzio per quello che è. Fuori e dentro di me.
Ci sono persone con le quali dialogo. Al momento ho rinunciato ad utilizzare il termine "amico". Non lo farò finquando non avrò messo a posto le "cose" dentro di me. Non ci sentiamo di frequente. Spesso i dialoghi sono incentrati sul lavoro e le frustrazioni del lavoro. Ci si vede, raramente (adesso, poi, per niente!) si va a cena fuori. Quando succedeva, prima dell'era covid, personalmente mi sentivo spesso a disagio. Ma, forse, era "colpa" del personaggio che mi ero costruita, il camaleonte. L'ansia da prestazione, insomma.
Adesso sento l'esigenza primaria di fare amicizia con me, di vivere me stessa come realmente sono e di superare i timori della non accettazione da parte degli altri. Di correre questo "rischio", il rischio di volermi realmente bene e di accettarmi per quella che sono. Malgrado avverta i "morsi" della fame di amicizia, devo imparare ad ignorarli. Per il momento. Devo imparare a stare da sola. In silenzio.

sabato 10 aprile 2021

Confessioni - Terza parte

Sia la pandemia che il cambio del lavoro, dopo un bel po' di tempo (un anno) mi stanno insegnando a guardare meglio dentro me stessa. A conoscermi meglio. A non adeguarmi all'ambiente circostante come se fossi un'iguana. A non cercare sempre di essere all'altezza delle aspettative degli altri, ma sforzarmi di imparare ad essere all'altezza delle mie aspettative.
I rapporti amicali hanno un loro peso, in questa fase del mio cammino. Al di fuori del lavoro, non ho amicizie. Dovrei riannodare i fili di alcune di queste, ma se lo facessi ora ho timore che commetterei i soliti errori. Adesso devo fare amicizia con me stessa. Finora non ho fatto altro che fuggire da me.
La solitudine, lo confesso, un po' mi spaventa. Ma è necessaria. E' nella solitudine che le cose si chiariscono, che i nodi vengono al pettine. Per troppo tempo sono sfuggita dalla solitudine. Ho allacciato rapporti che, forse, in momenti più equilibrati, avrei evitati. Questo, dunque, per me, è un momento di solitudine odiata ed amata e proprio per questo necessaria come l'acqua.
Meglio non deambulare oltre 😊. Sul lavoro ho incontrato delle persone con le quali ho stretto amicizia nel corso degli anni. Credo che la cosa che le abbia maggiormente attratte nei miei confronti sia sicuramente la cultura, innanzitutto, e poi una sorta di non conformismo. Insomma la curiosità è stato il pungolo ed io mi sono sentita lusingata e privilegiata da questi "avvicinamenti". Erano persone di una certa levatura, appartenevano a quello che mi sembrava - all'epoca - una sorta di "circolo esclusivo", all'interno dell'ufficio.
Non mi sentivo alla loro altezza, ma questo era dovuto ad una bassa autostima, un problema che mi ha sempre afflitta e che, certamente, mi auguro di risolvere grazie a questa forzata solitudine, a questa pandemia che si sta rivelando fonte di insegnamento, oltre che di dolore e di insofferenza. O, forse, proprio perché fonte di dolore e insofferenza alla fine bisogna trovarci dentro qualche senso che ne giustifichi l'esistenza.
Dal momento che non mi sentivo all'altezza di queste amicizie, ho cominciato a "costruirmi" un personaggio, a cercare di indovinare quali fossero le "regole guida" che modulavano i rapporti con queste persone. Ho cominciato a trasformarmi in un iguana, insomma 😄. Cercavo di carpire gli argomenti di conversazione che queste persone più gradivano, l'ironia, le cose che li divertivano e via elencando. A lungo andare è stato spersonalizzante. Me ne prendo tutta la responsabilità. Le mie ataviche e non risolte difficoltà hanno finito per consigliarmi nel modo sbagliato.
Queste amicizie durano da anni. Più o meno stancamente. Tra alti e bassi. La vita ci ha cambiato un po' tutti. La vita o il tempo. Riscoprendo la mia individualità, mi rendo conto di quanto poco mi sia rispettata, nella scelta delle amicizie. Non ho rispettato la mia anima, i miei desideri, i miei progetti di vita, quello che sentivo, insomma.
(continua...)

martedì 6 aprile 2021

Confessioni - prima parte

Questi tempi così difficili e tragici mi stanno facendo riflettere su molte cose. Innanzitutto sullo stare sola con me stessa. Il virus, volenti o nolenti, ci ha allontanati dagli altri, ci ha costretti a camminare con le nostre malferme gambe. Con le mie malferme gambe.
Lentamente sto realizzando quanto poco mi conosca. Quanto poco conosca i moti del mio animo, i miei desideri, le mie paure, i miei smarrimenti. Lo scorso anno è stato come trovarmi in mezzo ad un tornado. Non che ne sia uscita, beninteso! E' che adesso sto raccogliendo tutto quello che il tornado ha sparpagliato intorno a me.
E' stato come se qualcuno fosse entrato in casa mia e l'avesse messa completamente a soqquadro. Di fronte al caos, al disordine, mi sono sentita smarrita ed ancora un po' lo sono. Alla pandemia si è aggiunto un trasferimento lavorativo che non ho ancora metabolizzato, in un settore che mi sta procurando non poco stress ed altri problemi di carattere psicologico. Finora non ne ho scritto perché ero consapevole di essere confusa, di non pensare chiaramente. Le poche righe che mi capitava di scrivere erano una sorta di caos di sentimenti, di emozioni, di paure.
Dunque mi sono resa conto di non conoscermi così bene come credevo. La me stessa ante covid è una persona che adesso mi è del tutto estranea, sconosciuta. Una persona che, per certi versi, viveva una vita non completamente sua. La me stessa di qualche tempo fa sembrava vivere per compiacere gli altri, per corrispondere all'idea che gli altri si erano fatta di lei. Per "sete" di affetto, di compagnia, di considerazione. Il prezzo è stato perdere me stessa. Lentamente e senza che me ne rendessi conto fino ad ora. Ora che ho a che fare con tutti i miei irrisolti, tutte le mie paure, tutte le mie "mancanze" che, lo so bene, non possono essere del tutto colmate.
Sto imparando che non si cresce necessariamente allo stesso modo. C'è chi matura prima, c'è chi certe cose le comprende più tardi. Ma, poi, mi chiedo, esiste davvero un "prima" ed un "dopo"? All'inizio mi sono colpevolizzata non poco perché non ero "all'altezza" degli altri, che certe cose le hanno capite e fatte prima di me. Pensavo che i miei tempi fossero sbagliati. Pensavo di dover "essere all'altezza" di una certa opinione di me che avevo maturato negli anni, vale a dire che dovevo essere idealista, amante della giustizia, onesta, leale, corretta e via elencando. Era un po' come fare i compiti in classe, insomma, ma questo l'ho capito solo da poco.
Il fatto è che non devo recitare una parte. Quelle qualità, quei valori, erano e sono i miei valori ma non andavano "recitati" come in una piece teatrale. Soprattutto non andavano esibiti come medaglie su una giacca. Alla fine c'è stato una sorta di "scollamento", in me. La giustizia si è trasformata in una malcelata rabbia per le ingiustizie che subivo (e non solo io, beninteso!) ogni giorno, soprattutto sul lavoro. L'idealismo ha sfiorato quasi l'assolutismo, quello che fa dire: chi non è con me è contro di me e va punito. Ho portato tutto all'esasperazione, all'estremizzazione. Una sorta di delirio.

lunedì 16 dicembre 2019

Passaggi lenti

In questi giorni percepisco chiaramente tutta la mia fragiltà, tutti i miei limiti, tutte le mie paure. Mi sento letteralmente in alto mare. Sarà perché ho seriamente messo in discussione una serie di scelte e di atteggiamenti (miei, ovviamente). Sarà perché, anche, ho deciso di vivere più profondamente la mia fede, dopo aver "lottato" per diverso tempo con una parte di me stessa, con il mondo intero (più o meno) e con la mia problematica autostima.
In questa fase di ritorno dalla convalescenza sto camminando pianissimo, così come mi è stato consigliato dalla fisioterapista. Ed anche questo mi sta offrendo una visione del mondo diversa ed anche una visione della vita e delle cose della vita che prima non avevo, presa com'ero a cercare di tornare a casa dal lavoro il prima possibile, a cercare di sopravvivere in un ambiente lavorativo ostile e deprimente. Non devo sopravvivere, devo, piuttosto, vivere. Anche se le condizioni intorno non sono favorevoli, non sono quelle che desidererei. C'è sempre qualcosa di buono da portare a casa, basta cercare, basta fare attenzione.
Non credo che le cose capitino a caso, penso, piuttosto, che ogni cosa che accade abbia qualcosa da insegnarmi. Spesso le "lezioni" non sono proprio una passeggiata di salute, soprattutto perché mi sono accorta che spesso sono io a rifiutarmi di apprendere. Anche questa recente pausa forzata, dovuta ad un intervento più complesso del previsto, è sicuramente stata un'ottima occasione per capire come e cosa devo cambiare nella mia vita.
Riavvicinarmi alla fede è un'operazione piuttosto lunga, ma necessaria. Non sono mai stata atea, in definitiva. Ho sempre creduto, dapprincipio per educazione, visto che provengo da una famiglia cattolica, poi per convinzione personale. Avverto la mancanza di una dimensione trascendente, più spirituale che fa parte di me, lo so. Che è una necessità, oltre che essere una scelta.
In questi ultimi 10 anni ho fatto una full immersion nella realtà che non è stata salutare, perché mi sono lasciata investire da vicende e da situazioni che mi hanno lentamente logorata. E, in fondo, il mio sentirmi fuori posto, stanca, un po' depressa temo sia anche frutto di questo concentrarmi troppo sul negativo della vita. Per intenderci: troppa cronaca nera, troppi telefilm in cui la violenza, i delitti, la paura la facevano da padrone. Lentamente queste cose è come se tutto questo mi avesse avvelenata. Non ho saputo (o voluto?) filtrare le esperienze, le situazioni, le notizie, gli umori, le reazioni. Sono andata - ancora una volta - troppo di fretta a catalogare, arrabbiarmi, additare, detestare. Ad un certo punto, non so precisamente quando ma poco importa, ho cominciato a vedere tutto nero, irrimediabilmente: mondo, umani, situazioni... Non vedevo più via d'uscita, non vedevo riscatto, non vedevo soluzione.
Ora è tempo di venirne fuori. Venir fuori da questa "disperazione esistenziale" che ha lentamente eroso il mio fondamentale positivismo, la mia fiducia, la mia grinta. Mi chiedo se, forse, era necessario questo perché approdassi ai convincimenti ed alle risoluzioni che sto attualmente esplorando. Devo accettare anche che non ci siano, spesso, risposte. Devo accettare, anche, di lasciar andare, di non pensare. Devo accettare che bisogna assaporare la vita, non tragugiarla senza memorizzarne il sapore, l'odore. Non ci deve essere fretta, ma consapevolezza.
Tutto questo comporta, inevitabilmente, uno stravolgimento dei ritmi di vita. In positivo, beninteso. Lentezza, consapevolezza, tempo, osservazione, ascolto. A volte prevale la vecchia tentazione di gettarmi nelle "braccia" metaforiche di quelle situazioni nelle quali mi sono sempre mossa. A volte cedo, poi, però, capisco e mi riprendo, cosa che prima non accadeva. Se c'è un programma che mi inquieta, per televisione, per esempio, invece di guardarmelo fino in fondo con morbosa curiosità, adesso cambio canale. Mi cerco un programma sugli animali, per esempio, o sulle bellezze di questo nostro splendido Paese. Voglio alleggerire la mia testa e il mio animo, non pensare, non angustiarmi per situazioni che non posso risolvere perché non sta a me farlo. Non voglio vivere con una nuvola nera costantemente avviluppata attorno alla mia testa e al mio cuore.
Al momento questa decisione mi sta scuotendo non poco. Avverto tutta una sorta di malesseri sia fisici che interiori. Turbolenze, voglia di piangere, attacchi di panico, ipocondria... e chi più ne ha più ne metta. Non sempre riesco a rimanere serena e consapevole. Ho avuto due episodi di totale smarrimento, nei quali ho pianto e mi sono disperata come una bambina impaurita. E tale mi sentivo.
Ho fiducia che tutto questo contribuirà a creare una me stessa migliore, ma al momento mi fa tremare le vene ed i polsi... Panta rei, tutto scorre. Tutto passa.

venerdì 13 dicembre 2019

Vado avanti...

Ritorno al lavoro.
Una pioggia stizzosa e l'allarme meteo hanno funestato un po' questo rientro dopo due mesi di convalescenza. Stamattina faceva un freddo pungente e le strade erano tutte bagnate. Oltretutto, per lavori sulla linea, ho dovuto prendere il tram ad una fermata diversa, più lontana. Devo camminare piano, fare attenzione a come muovo il piede. E' come se dovessi muovere per la prima volta i passi.
Confesso che una sorta di sensazioni diverse e contrastanti mi ha attraversata ad ondate, durante il periodo della convalescenza ed anche, in parte, adesso. Innanzitutto l'impazienza di guarire, di tornare a camminare, di star bene; poi la frustrazione di dovermi adeguare ai tempi di ripresa del mio fisico, che non erano quelli che mi aspettavo e che avrei voluto; poi, mano a mano che andavo riprendendomi, la consapevolezza di dover apportare dei cambiamenti alla mia vita.
Qualcuno direbbe, con espressione mutuata dalla lingua inglese, "work in progress". Si, è così, sono in pieno "lavori in corso". E non a caso durante il periodo prenatalizio. Un periodo indubbiamente particolare e non perché "siamo tutti più buoni". Perché è un periodo di riflessione per chi ha voglia di riflettere seriamente.
Cambiare, anche se non drammaticamente, la propria vita non è un processo facile. Anche gli aggiustamenti costano e si riflettono, inevitabilmente, sul fisico. Ci sono cose, poi, che si possono cambiare ed altre che bisogna lasciar stare, lasciar andare, così come sono. E questo è ancora più difficile.
Per quel che mi riguarda sono stanca di combattere contro i mulini al vento. E' poco intelligente. I mulini a vento sono mulini a vento. Niente di più e niente di meno. Inoltre ritengo che bisogna ammettere la "sconfitta", anche se battaglia non c'è stata. Le cose stanno così. Le persone sono così. Amen. Mi prendo la responsabilità di non averlo capito prima e di aver creduto di poter fare qualcosa in nome di ideali che, oramai, sopravvivono solo in qualche stucchevole film.
Mi arrendo e sto nel mio. Basta. Non ho voglia di combattere, di opporre resistenza. Mi lascio andare. Sia quel che sia. Evidentemente non ho la stoffa della lottatrice. Onestamente non riesco ad andare fino in fondo, non ce la faccio sia fisicamente che spiritualmente. Forse sto invecchiando.
Oggi, dunque, ho iniziato questo mio primo giorno post convalescenza con alcuni punti fermi. Spero di riuscire a mantenerli per il futuro, per quanto lungo questo sia. Il pensionamento (mi fa tristezza, comunque, il solo pensarci) è di là da venire e non so quanto durerà l'attuale "regime". Al momento non vedo lumi e non ho certezze. Sono solo stanca. Tanto.

lunedì 9 dicembre 2019

Disfatta totale

Venerdì prossimo tornerò in ufficio. Mi piace lavorare ma da qualche anno a questa parte ho voglia solo di andarmene in pensione. L'atmosfera che respiro sul luogo di lavoro, la situazione in cui versa l'Ente, trasformato in una sorta di feudo medioevale, il fatto di essere circondata (io e quelli come me) da personaggi disgustosi, pronti a vendersi alla prima offerta, rende penoso e faticoso questo ritorno.
Da un po' di anni a questa parte la situazione è andata sempre più deteriorandosi. Qualità del lavoro e qualità delle persone sono nettamente scadute. Anche la "qualità" di chi ricopre cariche di responsabilità è andata sempre più diventando un miraggio. Adesso per essere un buon dirigente - almeno dove lavoro io - oppure un buon responsabile e sperare di conservare la tua posizione, devi essere "allineato", pronto a venderti e a farti tappetino, pronto anche a mentire spudoratamente ed anche pronto a giocarti la vita privata quando, obbiettivamente, non ce n'è motivo. Non si bada più al bene dell'Ente e ad un certo benessere dei dipendenti quanto piuttosto a razzolare più soldi possibile, anche punendo il personale con mezzi tutto sommato leciti ma poco lecitamente utilizzati, abilmente manipolati. Chi ha il compito di amministrare è un po' come un moderno Nerone: sensibile agli applausi, alle piaggerie di certo parterre, al consenso ipocrita. Ipocrita perché il "nostro" Nerone sa bene che quel consenso mai sarebbe offerto se lui non fosse quel che è.
Dunque, guai ad avere una propria personalità, un proprio modo di vedere le cose, una propria dignità: si viene spazzati via a favore di coloro che sanno piegarsi a 360 gradi, che sanno prostrarsi, che sanno - appunto - prostituirsi. Perché la prostituzione si esercita anche negli enti pubblici, quando si è pronti a soddisfare tutti i comandi e tutte le richieste di chi detiene ed esercita il potere. Non è necessario vi sia un mercimonio sessuale.
Il "bello", metaforicamente parlando, di questa situazione è che innanzitutto non si è provato a fare nemmeno un minimo di resistenza. Nemmeno da parte sindacale. Anzi, il primo obbiettivo di certi sindacalisti è stato proprio quello di conquistarsi poltrone e tutta una serie di garanzie per sé e per i loro protetti. Il che ha inevitabilmente portato ad uno svilimento della funzione sindacale e ad una perdita di forza nei confronti dell'amministrazione che ora guarda ai sindacati come a delle mosche, fastidiose si, ma solo mosche che possono esser cacciate via con una mano.
Ma neanche i dipendenti hanno fatto resistenza, mostrando un fronte compatto. Tutt'altro. Chi è rimasto fuori da questo delirio - come me ed altri pochi colleghi degni di questo nome - siamo una sparuta minoranza. La maggior parte si è svenduta per avere 2-3 ore di straordinario (lo straordinario non è riconosciuto a tutti, ovviamente!), per altre prebende economiche, per avere un trattamento di favore in caso di trasferimenti e compagnia cantante. Chi resiste ha vita grama, circondato da dipendenti-spie pronti a vendere te dopo aver venduto se stessi.
Bel quadretto, vero? E tante altre cose ci sarebbero da dire. Ci si potrebbe scrivere un libro oppure un bell'articolo su qualche giornale serio (sempre che esistano giornali seri), invitando chi può a reperire le prove (che ci sono, se pure ben nascoste) di questo ennesimo modo mafioso di gestire un pubblico servizio.
Se il nostro fosse un Paese serio e non in mano ai corrotti ed ai corruttori, ci sarebbero gli estremi per prendere a pedate nel culo un sacco di gente, spedendoli dritti dritti, nella migliore delle ipotesi, a coltivare cipolle nei campi. Ma così non è. La realtà è un'altra, triste e miserevole.
E' inutile, dunque, continuare a chiedersi come mai l'Italia affonda poco dignitosamente nel fango quando il marcio ha ben attecchito nel mondo del lavoro sia privato che - gravemente - anche nel pubblico. Bisognerebbe fare tabula rasa di molte situazioni, di molti feudi personali, di molta gente autoreferenziale, corrotta e corruttibile, incapace e senza spina dorsale. Ma cui prodest? direbbero i nostri concretissimi progenitori Romani.
Me ne devo fare una ragione. Tornerò a lavorare consapevole (perché già lo so) che a me è stato tolto un altro pezzettino di stipendio. Per cosa poi? Ad altri, ai corruttibili, a quelli che hanno saputo prostituirsi, invece, è stato dato. Oramai non ci credo più nemmeno io che le cose possono cambiare. Perché gli umani non cambiano. Non tutti, purtroppo.

domenica 8 dicembre 2019

Danza silenziosa

Ieri pomeriggio, dopo due mesi di convalescenza a causa di un'operazione, sono uscita a farmi una passeggiata nel quartiere, facendo attenzione a non stancarmi più del dovuto (sono ancora un po' sofferente). Mi piace passeggiare per le vie del quartiere. E' un'abitudine che coltivo da diverso tempo. Dopo due mesi di sosta forzata, poi, mi sembrava che tutto fosse "nuovo": palazzi, panorami, strade, negozi... tutto.
La sosta forzata, devo riconoscere, mi è servita molto. All'inizio non l'ho presa affatto bene: gli orari da rispettare per quel che riguarda le visite mediche, il fatto che immaginavo una convalescenza più rapida e meno invalidante e cose così. Poi, però, dopo aver "frignato" un po' 😊, mi sono resa conto che questo fermo nella mia vita di tutti i giorni non è capitato a caso. Tutt'altro.
Nel tran tran di tutti i giorni, lavoro-casa-spesa-faccende, ho trovato sempre poco tempo se non nessun tempo per stare con me stessa e conoscermi meglio. E' stato sempre tutta una corsa: vuoi per i mezzi pubblici che a Roma sono un "dramma" sociale, vuoi per i problemi lavorativi, che si solidificavano in lamentazioni continue unitamente ad un velo di depressione e senso di impotenza. Arrivavo a casa praticamente sfiancata mentalmente, più che fisicamente. Ed il malumore mi impediva di stare realmente con me stessa.
Questi benedetti - è davvero il caso che io lo dica! - mesi di convalescenza mi hanno aperto nuovi spiragli che, poco a poco, si sono rivelati essere delle finestre su me stessa e su quanto mi circonda. La distrazione con la quale ho guardato al mondo che mi circonda un po' non me la perdono. Ci sono tante cose e tante persone alle quali fare attenzione. Tante sfumature. Tante cose da dare, sentimenti da provare, emozioni...
Venerdì prossimo rientrerò in ufficio, purtroppo. Cercherò di portare con me e di sviluppare questo senso di "koinè", come la chiamavano i greci, di comunità. Mi aspetto che sia un po' difficile, per la situazione che da anni affligge l'ente in cui lavoro, ma sono consapevole che posso e devo "affrontare" tutto con uno spirito diverso: se voglio che le cose cambino devo essere io a cambiare. Il resto arriverà di conseguenza.
Oggi mi godo ancora questi scampoli di pace e di serenità. Mi godo, soprattutto, il silenzio: un bene prezioso fin troppo "snobbato", devo dire. Per la prima volta in tanti anni non ho potuto godermi la festa dell'Immacolata al mio quartiere di origine. Un po' mi è dispiaciuto, soprattutto per mia madre, con la quale pranzavamo e aspettavamo il passaggio della processione; ma mi è dispiaciuto anche per l'atmosfera, i ricordi, le sensazioni che travalicavano la bruttura delle bancarelle (niente da fare: gli anni hanno inciso negativamente sulla qualità della merce!) per approdare a tempi più felici, una sorta di "età dell'oro", a metà tra la fanciullezza e l'adolescenza.
Mi è capitato di pensare che, comunque, anche questa mia assenza non sia stata casuale. In questa giornata di inizio dicembre, la confusione in quartiere è tanta: gente ovunque, musica e richiami a tutto volume, confusione... Invece qui, in casa, il silenzio è così confortante, così liscio e tranquillo, avvolgente. Va bene così. Sto imparando a non forzare troppo la mano alle situazioni ed alle emozioni. Ho sempre creduto che la vita fosse una danza: ora devo solo andare a tempo senza star troppo a pensare ai passi. E, soprattutto, devo riprendermi il mio di tempo. Ascoltare la mia musica, lasciarmi andare, non pensare a quel che penserebbero gli altri se io dicessi o facessi la tal cosa piuttosto che la talaltra.
Voglio vivere la mia vita pienamente. Emozioni, sensazioni, sbagli compresi. Sono meravigliosamente imperfetta e non me ne importa più niente, oramai.

martedì 1 ottobre 2019

Far agire il cambiamento

Sono "sopravvissuta" ad una sorta di maratona a fini concorsuali, dove per tre giorni non ho fatto altro che stare in piedi e girare come una trottola. Facevo parte della vigilanza, i "cani da guardia" che hanno il compito di controllare che non si copi, non si parli, non ci si serva di mezzi non concessi per tentare di superare la prova.
Ma non è tanto una stanchezza fisica, quella che sento, quanto una stanchezza psicologica, morale, spirituale persino. La stanchezza di avere a che fare con persone che sono involucri vuoti, privi della più elementare dignità. Una metafora di questo Paese sempre più confuso, arrabbiato, in vendita al miglior offerente, dove la parte sana fatica a vivere e a farsi sentire.
Non è che non sapessi tutte queste cose: le vivo quotidianamente sul posto di lavoro ed anche - purtroppo - fuori del posto di lavoro. Forse, mi son detta durante il fine settimana appena trascorso, dando sfogo alle riflessioni a ruota libera, il "problema" è stato che non volevo crederci fino in fondo. Forse faticavo ad accettare che non c'era e non c'è alcuna speranza di cambiamento, al momento. Perché così è, almeno sul posto di lavoro. Faticavo ad arrendermi all'evidenza, insomma.
Quello che ho visto e vissuto durante tre giorni piuttosto faticosi di sorveglianza è stato estremamente educativo, soprattutto dal punto di vista umano, perché qui non è in gioco la "professionalità", ma la dignità e l'umanità, nel senso più ampio del termine, delle persone.
Mi batto il petto facendo il "mea culpa": sono stata, finora, troppo idealista, troppo proiettata in una dimensione che, a conti fatti, è irreale ed irrealizzabile. Ma non è solo questo. E' anche altro, più personale, più "radicale" nel senso di pertinente alle mie radici. E' qualcosa di più personale.
Ho compreso che la mia rabbia, spesso esagerata, nei confronti di situazioni e persone che incontro sul luogo di lavoro, è molto più atavica di quanto credessi. E' stata una sorta di "illuminazione" tra una camicia da stirare ed un'altra da piegare, domenica pomeriggio, quando ero sola in casa. Le "illuminazioni", evidentemente, avvengono negli attimi più banali della nostra vita. Non si annunciano con squilli di trombe e srotolamento di tappeti rossi. Capitano e basta.
La rabbia nei confronti di favoritismi e clientelismo di vario genere è andata a premere su un tasto evidentemente ancora dolorante: il mio bisogno di attenzione. Un bisogno primordiale, oserei dire. Un bisogno comune a tutti gli umani, indipendentemente dall'età. E quando non si riesce ad ottenere attenzione attraverso canali normali quali l'autorevolezza o l'equilibrio di giudizio, si ricorre ad altri canali, spesso sleali, che vanno a compensare le mancanze personali. Ed ecco, allora, frotte di manipolatori, seduttori e aggressori. Ecco, la mia rabbia era ed è, in realtà, frustrazione per la mancata attenzione.
Non è facile confessarlo, per me, anche se è una sensazione catartica, liberatoria. Mi vergogno un po' di come ho "agito" questa rabbia e di quello che mi ha portata a fare. Mi vergogno un po' delle cazzate che ho combinato, del tempo che ho "sprecato"... Mi vergogno un po' ma è una "diminutio capitis" necessaria. E' come se mi fosse caduto un velo dagli occhi.
Adesso aspetto i frutti di questa nuova consapevolezza. So che non devo andarli a cercare ma che si paleseranno quanto prima. Li farò agire nella mia vita, abbandonandomi (altra cosa piuttosto difficile, per me, ma altrettanto necessaria) a quello che gli antichi chiamavano Fato. Mi farò agire dal cambiamento, cercherò di non interferire.
Per salvarmi.

martedì 30 aprile 2019

Rinascite

Dopo una giornata, quella di ieri, in cui un'imprevista e stizzosa pioggerella ci ha tormentati fino a sera, oggi il cielo pare tornato sereno. Unica nota un pò stonata il freddo che, pungente, corre lungo le strade di Roma intirizzendoci tutti. E' una primavera che non vuole sbocciare, questa.
Ho bisogno di un pò di riposo. La mattina il sonno mi accompagna durante il mio tragitto verso l'ufficio. Sui mezzi pubblici fatico a tenere gli occhi aperti e spesso mi capita di chiuderli per brevi attimi che mi sembrano un'eternità. Attimi brevi ma con l'intensità di un sonno vero, profondo, senza sogni, senza suoni. Ne incontro molti in queste condizioni, la mattina.
Si fatica a fare due chiacchiere, anche perché il rumore del tram o del bus spesso sovrasta il tono della voce. Si fa fatica persino a pensare mentre il tram o il bus buca l'oscurità, si ferma cigolando, raccoglie altri silenziosi mattinieri facendo entrare folate improvvise di aria fredda. La mattina presto è completamente diversa dal vociare confuso e spesso fastidioso delle altre ore della giornata. E' un momento quieto in cui cullarsi ancora un pò prima di essere fagocitati dal ritmo incalzante del resto della giornata.
Ho sempre amato la mattina presto, anche in questi frangenti, quando la stanchezza sembra voler prendere il sopravvento. Mi piace la promessa che contiene ogni mattina, la possibilità di ricominciare, rinascere, riprovare ed anche la sorpresa.
Ultimamente evito di pensare al domani e cerco, piuttosto, di concentrarmi sull'immediato, sul momento presente. Trovo che pensare al domani sia spesso una speculazione azzardata. Ci sarà un domani? Non voglio dire che non bisogna coltivare la speranza, ma che bisogna vivere oggi e non rimandare. Per cui anche le più piccole sensazioni sono importanti, anche le sfumature. Anche per questo ho deciso di prendere a cuor leggero certe "delusioni".
In fondo le delusioni nascono da aspettative disattese. Ti aspetti che una persona sia in un modo e poi ti si rivela in un altro. Ti aspetti che ti ami e poi scopri che ti sei ingannat* e ti vuole solo bene. Penso che quando ci si accorge che le persone non sono in armonia con quel che noi siamo, bisogna solo prendere un pò le distanze. Non si può essere amici di tutti e pure nell'amicizia esistono sfumature.
Per molto tempo ho riversato nelle amicizie e nelle conoscenze il mio vissuto passato, il mio bisogno di affetto, di essere al centro dei pensieri di chi mi era vicino, che fosse amic* o compagno di vita. Ed ho interpretato ogni allontanamento come un tradimento o, peggio ancora, come un rifiuto. Ho lavorato su questo e ci sto ancora lavorando. Adesso non vedo più le cose in questo modo. Quando succede - e recentemente è successo ancora - dico a me stessa "capita!". Il che non vuol dire che non ci rimango male, ma che queste cose fanno parte della vita e che non mi sento più "in colpa", come succedeva prima, ad allontanarmi pure io, quando è necessario.
Mettere in pratica, piano piano, queste "regole di vita" mi sta regalando quella leggerezza alla quale aspiro da tanto tempo. L'animo è leggero e questo mi fa stare bene. Non nutro risentimento nei confronti di nessuno, sono troppo impegnata a voler bene a me stessa.

lunedì 29 aprile 2019

Andare via dalla pazza folla

In questo periodo ho rincorso problemi comuni ed anche banali: la rottura del frigorifero, un'automobile che comincia a dare segni di cedimento, la casa che ha bisogno di essere svuotata. Tutte cose che hanno assoribito più energie del dovuto. Talvolta mi faccio prendere troppo dalle preoccupazioni. Il più delle volte cerco di star calma e di ripetermi che tutto troverà un suo equilibrio ed una sua soluzione, basta non perdere la testa.
Al di là di questo ci sono i soliti problemi d'ufficio, ulteriormente gravati dal voltafaccia di una collega che, però, mi ha fatto meno male del previsto. Anzi, mi sono stupita di aver reagito in modo molto "english", come dico io, molto quieto. Forse, mi dico, perché sono contenta che certe "anime nere", alla fine, si palesino per quel che sono e tolgano il disturbo. Mi sono liberata di un peso.
La vita scorre tranquilla, tra incursioni di cronaca e dilemmi personali. Forte e sempre presente è la voglia di andarmene da questa città, i cui ritmi isterici mi stanno sfiancando. Forse per l'età o forse per le nuove consapevolezze maturate nel corso di questi ultimi anni. Ho necessità di ritmi più quieti, più naturali, meno "pompati". Ritrovare me stessa sta significando anche maturare insofferenza per un vissuto che non mi appartiene, non appartiene alle mie corde.
Trovo i ritmi "moderni" eccessivi, spietati, violenti. Tutto questo lo osservo soprattutto nella cronaca, in quella che leggo sul giornale o ascolto dalla televisione ma anche in quella che vivo tutti i giorni. Nelle piccole e grandi prepotenze e sgarberie, nella "guerra tra i poveri" che si consuma sui bus, per le strade, nei negozi, ovunque ci sia un consesso umano. Persino alle casse di un supermercato.
Beninteso, la violenza è parte di ciò che tutti noi siamo. Ma quel che ci distingue, o dovrebbe distinguerci, dal mondo animale è la capacità di mediare questa violenza, la capacità di tradurla in qualcosa di diverso dal puro istinto aggressivo. Purtroppo mi pare che si stia perdendo il senso dell'evoluzione e si stia assistendo ad un'involuzione pericolosissima. La violenza viene esercitata per un nonnulla. Si brandiscono armi, bastoni o si utilizzano le mani anche senza un senso, senza una provocazione, senza un perché. E questo è sconvolgente. Tutto questo mi fa orrore.
Sono consapevole di non poter fare molto di più di quello che faccio. Tante cose non dipendono da me, ma da una sorta di accordo che coinvolge tante persone, da una sorta di volontà collettiva che difficilmente riesce a coagularsi e che se riesce a coagularsi, lo fa per un lasso di tempo troppo breve, presa da un impeto emotivo che si esaurisce quasi subito.
Per questo non ho voglia di esaurirmi, di combattere battaglie donchisciottesche nel vano tentativo di portare la "pace nel mondo". Quelli erano ideali - bellissimi, per carità! - che ho coltivato negli anni dell'adolescenza e della gioventù. Poi è subentrato il realismo dell'età adulta, il confronto con quel che vivevo sulla mia pelle, che sperimentavo nel continuo vivere la realtà dello studio, del lavoro, delle amicizie.

martedì 19 marzo 2019

Rifiuto il pacco e vado avanti

Si cambia. Di nuovo.
Oramai avere a che fare con le persone sembra una sorta di roulette russa, alla quale mi sono stancata di partecipare. Da quest'ultima "avventura", devo dire, traggo solo guadagni: mi libero di una persona noiosa, borbottona, acida e poco empatica. Ora dovrò imparare a gestire i rapporti di lavoro, visto che costei - ahimé! - lavora nel mio stesso servizio.
Ma è qualcosa che ho già visto, qualche anno fa. Per me è difficile fare l'abitudine alla non-armonia. Gestire i conflitti nel campo lavorativo è molto molto delicato, specie in presenza di persone con spiccata tendenza alla permalosità nonché all'infantilismo. Confesso la mia incapacità. Alzo le mani e, soprattutto, chiudo certe porte incautamente aperte. L'amicizia in campo lavorativo è merce rara. Gli amici si scelgono, i colleghi - come i parenti, del resto - no.
Al momento va così. Senza parlarci, con i saluti d'ordinanza, con lei che fa la "splendida" appena mi vede e sta in compagnia di qualche sgallettata par suo. A me fa sorridere. Mi ricorda molto certi adolescenti dispettosi e infantili. Probabilmente lo è anche lei, dispettosa e infantile. I segni c'erano tutti, mi assumo la responsabilità di averli sottovalutati.
Del resto sono ben cosciente che quella specie di tregua che intrattenevamo non poteva durare a lungo. Siamo diversissime sotto molti aspetti. Lei è perennemente scontenta, si lamenta di ogni cosa: si lamenta di avere troppo lavoro ma si lamenta quando non ce n'è molto; si lamenta che il capo interloquisca più con me che con lei; si lamenta perché non può fare gli straordinari e aggiunge che, del resto, preferisce uscir prima piuttosto che rimanere; si lamenta perché non le danno la linea di attività, che - signora mia - son soldi!; si lamenta perché non ha nessuno con cui dividere l'affitto (e chi se l'accolla una lagna del genere?). Credo proprio che ho - se pure maldestramente - scansato un fosso.
Mi tergo metaforicamente il sudore e vado avanti. E' un banco di prova anche per i miei limiti, per le mie paure, per la me stessa che sto costruendo. E' tempo di mollare certi atteggiamenti fin troppo buonisti e condiscendenti. Con certa gente bisogna essere determinati e inflessibili. Certa gente non deve entrare più nella mia vita.

lunedì 11 marzo 2019

Tempo di primavera

Si sente già la primavera nell'aria, in queste giornate. Fa caldo. Alcuni sostengono sia un caldo "anomalo", fuori stagione. Sugli alberi si sono aperte le prime gemme, i turisti girano in tenuta estiva, si comincia a parlare di siccità. Pare che il Po sia in secca. Una situazione molto simile a quella dell'estate 2008, dicono gli esperti.
La primavera mi fa venire in mente le potature, il rinnovamento, il cambiamento. Sento forte il desiderio di rinnovare, dentro di me. Il dubbio è: lasciar fare alla vita oppure prendere in mano la situazione ed "operare" le oramai necessarie cesure? Due "scuole di pensiero" differenti che portano ad altre domande.
Sento che devo prendere il largo. Ci sono situazioni che non si possono cambiare, malgrado lo si voglia fortemente. Bisogna che io accetti che le cose stanno così. Bisogna che io lasci fare alla vita, che è più saggia e più oculata di me, senza dubbio. Riconosco che in alcune situazioni - soprattutto quelle amicali - ho voluto fare di testa mia malgrado avvertissi un certo qual disagio.
Penso che ciascuno di noi sappia, intuisca, "senta" quando le situazioni non vanno, quando le persone non sono adatte a noi. Poi c'è l'ostinazione di perseguire una cosa malgrado le condizioni avverse, ovviamente. Per spirito di contraddizione, spesso. Credo che, comunque sia, ognuno avverta le vibrazioni positive o negative di situazioni e persone.
Ho deciso di dar retta all'istinto che, devo riconoscerlo, mi aveva sempre un pò messo in guardia, attraverso il disagio, nei confronti di una situazione sulla quale sto meditando in questi primi giorni di marzo. Ho deciso anche di mollare le redini e lasciar fare alla vita. Spesso le situazioni finiscono per risolversi da sole: per "morte" naturale o per dissolvimento dei paventati ostacoli. E' così anche nell'amicizia, in fondo. Devo e voglio guardare altrove. Cercare altrove. E' tempo che lo faccia. E' tempo che non mi faccia più guidare dal bisogno, ma dal piacere.
Tempo fa scrivevo da qualche parte - quaderno o chissà dove - che avevo "bisogno" di amici, di amicizie, di un'amica intima come quelle che si hanno quando si è meno che adolescenti e con le quali ci si confida tutto, persino i pensieri più riposti. Ecco, credo che quel "bisogno" mi abbia guidato per strade sbagliate, mi abbia indotto in errore. Il bisogno induce a trascurare molte cose pur di essere soddisfatto. Porta a trascurare la reciprocità, la delicatezza, la sensibilità, l'intimità. Si passa su tutto questo, ma per me tutto questo è necessario. Non posso farne a meno.
Così adesso faccio i conti con questa situazione che voglio cambiare. Tiro una riga, dolorosamente (in fondo ci si "affeziona" e anche se si tratta di un sentimento nato dal bisogno, è pur sempre un legame). Stamattina mi veniva in mente il lavoro del potatore con la sega che taglia i rami secchi di un albero. In realtà non è propriamente così. Si tratta, semplicemente, di comprendere cosa mi fa bene e cosa, invece, mi fa male malgrado mi appaia "appetibile". Quello che a me fa male ad altri, invece, può far bene. Senza disprezzare o dileggiare chi, più o meno volontariamente, mi ha fatto male, decido semplicemente di star bene. Perchè mi voglio bene.