Questi tempi così difficili e tragici mi stanno facendo riflettere su molte cose. Innanzitutto sullo stare sola con me stessa. Il virus, volenti o nolenti, ci ha allontanati dagli altri, ci ha costretti a camminare con le nostre malferme gambe. Con le mie malferme gambe.
Lentamente sto realizzando quanto poco mi conosca. Quanto poco conosca i moti del mio animo, i miei desideri, le mie paure, i miei smarrimenti. Lo scorso anno è stato come trovarmi in mezzo ad un tornado. Non che ne sia uscita, beninteso! E' che adesso sto raccogliendo tutto quello che il tornado ha sparpagliato intorno a me.
E' stato come se qualcuno fosse entrato in casa mia e l'avesse messa completamente a soqquadro. Di fronte al caos, al disordine, mi sono sentita smarrita ed ancora un po' lo sono. Alla pandemia si è aggiunto un trasferimento lavorativo che non ho ancora metabolizzato, in un settore che mi sta procurando non poco stress ed altri problemi di carattere psicologico. Finora non ne ho scritto perché ero consapevole di essere confusa, di non pensare chiaramente. Le poche righe che mi capitava di scrivere erano una sorta di caos di sentimenti, di emozioni, di paure.
Dunque mi sono resa conto di non conoscermi così bene come credevo. La me stessa ante covid è una persona che adesso mi è del tutto estranea, sconosciuta. Una persona che, per certi versi, viveva una vita non completamente sua. La me stessa di qualche tempo fa sembrava vivere per compiacere gli altri, per corrispondere all'idea che gli altri si erano fatta di lei. Per "sete" di affetto, di compagnia, di considerazione. Il prezzo è stato perdere me stessa. Lentamente e senza che me ne rendessi conto fino ad ora. Ora che ho a che fare con tutti i miei irrisolti, tutte le mie paure, tutte le mie "mancanze" che, lo so bene, non possono essere del tutto colmate.
Sto imparando che non si cresce necessariamente allo stesso modo. C'è chi matura prima, c'è chi certe cose le comprende più tardi. Ma, poi, mi chiedo, esiste davvero un "prima" ed un "dopo"? All'inizio mi sono colpevolizzata non poco perché non ero "all'altezza" degli altri, che certe cose le hanno capite e fatte prima di me. Pensavo che i miei tempi fossero sbagliati. Pensavo di dover "essere all'altezza" di una certa opinione di me che avevo maturato negli anni, vale a dire che dovevo essere idealista, amante della giustizia, onesta, leale, corretta e via elencando. Era un po' come fare i compiti in classe, insomma, ma questo l'ho capito solo da poco.
Il fatto è che non devo recitare una parte. Quelle qualità, quei valori, erano e sono i miei valori ma non andavano "recitati" come in una piece teatrale. Soprattutto non andavano esibiti come medaglie su una giacca. Alla fine c'è stato una sorta di "scollamento", in me. La giustizia si è trasformata in una malcelata rabbia per le ingiustizie che subivo (e non solo io, beninteso!) ogni giorno, soprattutto sul lavoro. L'idealismo ha sfiorato quasi l'assolutismo, quello che fa dire: chi non è con me è contro di me e va punito. Ho portato tutto all'esasperazione, all'estremizzazione. Una sorta di delirio.

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