Visualizzazione post con etichetta cambiamenti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cambiamenti. Mostra tutti i post

sabato 11 aprile 2026

Al di là

Sono nella tempesta, prima o poi passerà, lo so. Al momento mi sta "regalando" momenti di tristezza, di malinconia, di rabbia.
Ci sono momenti in cui mi sento avvolta dalla solitudine, dal silenzio e mi prende un pò il panico. Sembra che siano spariti tutti dalla mia vita: amici e parenti. Oppure che mi sia allontanata io da tutti loro quasi senza accorgermene (almeno in alcuni casi, per quel che riguarda altre situazioni il mio allontanamento è stato deliberato, voluto).
Sto imparando a fare le cose da sola, a cercare aiuto da sola, a costruire anche brevi collegamenti in base alle mie esigenze. Mi sembra di essere "regredita" ai primi decenni della mia vita, quando mi guardavo intorno e guardavo il mondo che mi sembrava allora (ed in parte mi sembra anche adesso) una sorta di isola misteriosa ed in parte pericolosa. 
Abbiamo venduto, nel frattempo, la casa dove sia mia sorella che io abbiamo vissuto per trent'anni. Stiamo raccogliendo ricordi, rimasugli di vita, fotografie, posate e bicchieri mai utilizzati, asciugamani ricamati a mano anch'essi mai utilizzati... Ogni cosa, ogni bicchiere, ogni fotografia è un colpo al cuore che bisogna superare in nome dell'impellente consegna dell'appartamento. Trent'anni evaporati nell'arco di pochi mesi. E' così che va la vita, anche così. E credo che sia giusto, in fondo. Si vive il presente e non il passato, il tempo che abbiamo davanti ogni giorno. Ed è così che sto cercando di fare, lasciando il passato al passato, sforzandomi di rimanere centrata nell'attimo presente.
Sono un pò stanca, sia fisicamente che emotivamente. Quando sarà stipulato il rogito e saranno sistemate altre piccole cose che chiuderanno tutto, non so come starò. Mi capita di pensare che potrebbe esserci una sorta di "tracollo emotivo" ma sto lavorando anche su questo, affinché prevalga la salvaguardia della mia salute. Per questo ho iniziato ad andare da uno psicologo, perché voglio guarire emotivamente, voglio pensare a me stessa, a recuperare quella che realmente sono. Voglio finalmente guardarmi al di là dei condizionamenti e delle sovrastrutture che mi sono state costruite intorno e che mi sono costruita anch'io.
Voglio finalmente iniziare a volermi bene sul serio.

domenica 25 gennaio 2026

Come una nave nella tempesta

E' molto tempo che non scrivo. Molte "tempeste" si sono avvicendate nella mia vita, fino a quest'ultima che, devastante per molti versi, sta condizionando la mia vita.
Ho iniziato un cammino in me stessa, tra alti e bassi, un cammino che mi riporta alla mia vera essenza, a quella che realmente sono, senza infingimenti pietosi. E, forse, proprio per questo, stanno attraversando la mia strada sensazioni, esperienze, emozioni che si ripercuotono anche sul piano fisico. Corpo e spirito sono legati indissolubilmente. Quello che non riesco a risolvere sul piano spirituale, quello che faccio fatica ad accettare, "esplode" sul fisico come un grido di aiuto che sembra voglia dirmi: "Riconoscimi!". 
Mia madre è stata colpita da un ictus che le impedisce una vita "normale". Dall'ospedale è stata ricoverata in una clinica ed ora passerà ad una casa per lungodegenti. La parte destra del suo corpo è paralizzata, non muove né la mano né la gamba destro. Non parla bene, quel che dice a stento si riesce a capire. Non è autosufficiente. 
Questa situazione, piombata improvvisamente nella mia vita come un meteorite, sta facendo emergere sentimenti sempre negati o nascosti, sia nei confronti di mia madre che nei confronti di mia sorella. E' come se stesse impietosamente disvelando il nostro modo di essere e di reagire agli eventi. Una dura lezione di vita e di conoscenza.
I miei sentimenti nei confronti di mia madre e di mia sorella sono contrastanti. Al momento sono venuta alla conclusione che i legami famigliari non sono necessariamente da accettare e sopportare, ma possono anche essere messi in discussione e, se del caso, rifiutati. Per quel che mi riguarda è quello che mi sta accadendo. Non mi sono mai sentita parte integrante della famiglia in cui sono nata. Ne ho sofferto, mi sono arrabbiata, mi sono addolorata, ho fatto del male a me stessa perché non accettavo questa separazione. Ora è diverso.
La diversità di cui mi sento portatrice e che mi separa dalla mia famiglia biologica sto cominciando a viverla come una normalità, come un mio modo di essere che non è necessariamente "cattivo" (come ho creduto finora), ma alternativo. Con mia sorella non c'è più un rapporto ed ho fatto pace con questo. Va bene così, non devo più accettarla come mi era stato imposto un tempo e come mi imponevo anch'io. Del resto non ho scelto questa famiglia, anche se una mia amica sostiene che in qualche modo, in un tempo chissà quanto passato, in una dimensione diversa, io l'abbia fatto.
La malattia invalidante di mia madre l'ho vissuta ed in parte ancora la vivo come una "seccatura", come qualcosa che poteva essere evitato (lei ha cominciato a non prendere le medicine essenziali da non so quanto e questo ictus potrebbe essere stato causato proprio da questo). All'inizio ero arrabbiata con mia madre, con la sua testardaggine, con il suo non ascoltare i consigli. Adesso sono rassegnata. Va così e, forse, è un bene.
Vado in clinica a giorni alternati a quelli di mia sorella, dopo il lavoro. Le dò da mangiare, cerco di capire le frasi incomprensibili che dice, cerco di arginare gli scatti di rabbia che ogni tanto ha. Con il tempo ho imparato a prendere le distanze da lei e dalla sua malattia. Per salvarmi, anche se in parte sto "pagando" quello che è successo prima. Cerco di vivere gli istanti, oltre che i giorni, che mi rimangono liberi da questi "doveri" come meglio posso. Cerco di dar loro significato senza impegolarmi nei pensieri, nelle angosce che questa situazione mi "regala". Cerco di vivere sviluppando lo spirito più che la mente. Non è facile, cado a volte (sempre più raramente, devo dire) nel panico, nell'angoscia, nella tristezza. 
Mi aggrappo ai miei libri, alle mie passioni, al lavoro, alla vita centellinata negli istanti, nei colori, nelle cose e nelle persone belle che mi capita di incontrare e con le quali cerco di interagire. Non rifiuto più la solitudine che mi fa da compagna di viaggio. In questa solitudine ho incontrato tanti insegnamenti, tante vie.
Ho solo bisogno di un pò di serenità, ora. Un pò di tranquillità. Non di felicità. La felicità è eterea e passeggera, la serenità accompagna i passi di ciascuno con costanza ed equilibrio. Mi sono ripromessa di far tesoro di tutti gli insegnamenti che mi sono dati. Spero che tutto questo tsunami fatto di dolore, di rabbia, di sacrificio, di tristezza finisca presto. Ho voglia di vivere serenamente, senza odiare nessuno, avendo saldato, con gentilezza, tutti i conti con le persone con le quali li avevo in sospeso.

lunedì 31 marzo 2025

In viaggio con me stessa

Ho intrapreso il viaggio più difficile, quello dentro me stessa. 
In me stessa porto ancora quella bambina bisognosa di affetto ed attenzioni. E' lì, con i suoi capelli lisci a caschetto e la frangia sugli occhi. E' lì che mi guarda, con quei grandi occhi tristi, ad implorarmi di volerle bene, di fare attenzione alla sua esistenza. Di prenderla per mano.
Ho una gran tenerezza nei confronti della me bambina. Avverto tutta la sua fragilità, quella che, in parte, ancora mi affligge. Avverto il suo bisogno di avere sicurezze, affetto, conforto. So anche che solo io posso darle tutto questo. Dovrò trovare le parole giuste, rovistando nelle cassepanche dell'esperienza, del cammino finora fatto, di quello che ho letto. Ma, credo, la cosa che più di ogni altra è fondamentale è un grande, caldo abbraccio. Per farla sentire al sicuro.
Il mondo è diventato un posto pericoloso, brutto, sciatto, popolato di pupazzetti plastificati, rifatti, preoccupati solo del loro aspetto fisico e non del niente che hanno dentro. La me stessa bambina è spaventata, si sente indifesa, fragile. Spesso si stringe a me chiedendomi con gli occhi aiuto, protezione.
Lo smarrimento che spesso provo è anche il suo. Il suo è primordiale, popolato di mostri, di rumori improvvisi che non conosce; il mio è più mediato dalla ragione, dall'analisi dei fatti. E' uno smarrimento che non deriva da mostri e rumori strani. E' uno smarrimento per la sensazione di mancanza di umanità, di bellezza, di empatia da parte di quelli che si definiscono donne e uomini.
Ciascuno ha la sua strada da percorrere, comunque. Addentriamoci, mano nella mano la me bambina ed io, in questa foresta in cui l'oscurità è appena filtrata dalle fronde di alberi sconosciuti. Mettiamo bene i piedi sul terreno e teniamo saldo il cuore. Coltiviamo la fiducia che non siamo nati per morire o per essere infelici. Dobbiamo crederci fino in fondo. E cerchiamo la bellezza anche nell'oscurità. Perché sono convinta che la bellezza c'è, magari un pò strapazzata, un pò nascosta. Bisogna "avere occhi" per vederla. Ci guiderà lei e la fiducia che omnia vincit amor...
Andiamo, dunque.

domenica 15 dicembre 2024

Cupio dissolvi...

Sono stanca. A volte i genitori sanno essere egoisti. Il loro destino si compie fagocitando il destino dei figli. Scopro che sono, in realtà, un insieme di pensieri non miei. Un insieme di regole, di valori - anche - che non appartengono a me. I miei sogni sono andati a farsi friggere in nome del dovere ed ora non mi resta che un pugno di mosche. Ho sbagliato tutto, questa è la mia sensazione.Sto facendomi del male. Sto svilendo ed "uccidendo" me stessa per punirmi di non aver saputo oppormi a quel "fagocitare i propri figli" che insegna la mitologia greca. I genitori vorrebbero che i loro pargoli siano riproduzioni di se stessi. Vorrebbero che percorressero le strade che loro hanno o non hanno percorso. Quasi che potessero vivere una seconda vita attraverso di loro.
Avrei dovuto oppormi quando avevo la forza e gli anni per farlo. Ma, adesso lo so, non ero completamente conscia di quello che stava accadendo. Adesso mi ritrovo, adulta, con un pugno di mosche in mano. Non ho potuto fare, nella vita, quel che avrei voluto fare (l'archeologa, per inciso). Ho fatto quello che dovevo fare, come un burattino senza volontà, senza desideri, senza sogni.
Eppure io i sogni li avevo. E tanti. Li ho lasciati andare come una bambina lascia al vento i palloncini colorati. Ho lasciato andare i miei sogni in nome di un prepotente dovere che, al pari di un inflessibile ragioniere, mi presentava il conto dei miei doveri. Ho chinato la testa. Ho trovato il posto fisso. Ho provato ad iscrivermi, all'università, ad una facoltà che poteva introdurmi al meglio nel mondo del lavoro. Ma non l'ho terminata. Non era quella la mia strada.
Che ne ho fatto della mia vita? Che ne ho fatto dei miei sogni, della mia bella mente? Mi ritrovo qui, ora, a scrivere su un blog, un bicchiere di birra da una parte, circondata dal disordine che ho dentro e che ho replicato fuori di me. Cosa ne è di me stessa? Credo di essermi "uccisa" diversi anni fa. Mi sento un lemure, un pallido fantasma, che vaga alla ricerca di un senso alla sua esistenza. Trascinando le pesanti catene di un destino che altri hanno deciso per me.
Forse per questo, tanti anni fa ormai, dicevo che era meglio nascere orfani. Perché sarei stata una tabula rasa, una lavagna sulla quale imparare a scrivere quel che avevo dentro. Perché non avrei avuto esempi o regole da seguire, né tantomeno avrei avuto degli imperativi categorici ai quali obbedire.
Ora sono qui, seduta a scrivere, a pensare, a piangere, a bere...
Istintivamente forse è anche per tutto questo che non ho avuto né voluto figli. Troppo doloroso è stato ed è ancora quello che ho portato come figlia in questo viaggio chiamato vita.
Dicono che non è mai troppo tardi, ma io mi sento in terribile ritardo sulla vita stessa. Cosa ho realizzato? Cosa sono? Chi sono? In certi momenti vorrei perdere la memoria. In certi altri vorrei sparire definitivamente, perché se il fine della vita è la morte, non ha senso prolungare l'agonia.

domenica 3 novembre 2024

Adesso basta

Deviantart.com

E' il momento degli addii, del distacco, del "a non più rivederci". Definitivo. Irreversibile. Io sono così: difficilmente torno sui miei passi, perché ci penso e ripenso e quando prendo una decisione che molti potrebbero definire "drastica" è perché l'ho maturata nel corso dei giorni, dei mesi.
In questo periodo - in realtà un mese - che ho cambiato (finalmente!) lavoro, sto prendendo coscienza di molte cose. Non sempre piacevoli, è onesto dirlo.
Il periodo appena passato della mia vita mi ha vista quasi "mendicare" un pò di amicizia, di attenzione. Il mendicare comporta, però, dover rinunciare ad una parte di quel che si è per adeguarsi a chi vogliamo che si interessi a noi. Il che, tradotto in soldoni, vuol dire adeguarsi, spesso tacere, altre volte assentire malgrado le perplessità.
Ora credo che nessuna amicizia degna di questo nome valga questi compromessi. 
Nel momento del distacco dalla "vecchia" vita, molte conoscenze (oramai penso siano e siano state solo tali) sono scolorite, evaporate, dissolte. Per me è arrivato il momento della solitudine. Trovarmi in una sorta di deserto senza avere punti di riferimento (al di là della mia amica storica, ovviamente, che purtroppo non vive nella mia stessa regione). Ma penso che sia proprio questo quello che doveva accadere: il deserto. Imparare a contare su me stessa, imparare a non aver timore di esprimermi perché non c'è nessuno da perdere. E pure se fosse, pure se rischiassi di perdere qualcuno, evidentemente non valeva la pena di tenerlo al mio fianco, quel qualcuno.
Il deserto è camminare nelle strade della mia città da sola, attraversando la folla senza lasciarmene fagocitare. Significa resistere alla "tentazione" di mendicare. Non c'è niente da mendicare. E' il momento di avvolgermi nel mio abbraccio e ritornare a me stessa.
Adesso devo smaltire ancora un pò di risentimento, di rabbia, di tristezza. Tutto così profondamente umano... Ma è anche il momento di non forzare i tempi. Di assaporare la bellezza di essere sola, avvolta dal tempo, dal vento, dal mondo, dalla lentezza. Senza avere paura. Non è come, appena bambina, mi gettarono in piscina nell'acqua alta, io che ho sempre avuto paura dell'acqua. Non è più così.
Adesso sto imparando a lasciarmi andare. Sia quel che sia. Dopotutto siamo solo in parte costruttori del nostro destino. Ci sono forze imponderabili (per fortuna, mi vien da dire) che provvedono a non farci cadere rovinosamente, a non perderci. Per fortuna. Devo solo lasciare che sia. Abbandonarmi. Vivere giorno per giorno ed essere quella che sono. 
Il cammino è iniziato. Con qualche esitazione, è vero, ma indietro non ci torno.



domenica 17 marzo 2024

Il tritacarne lavoro...

Foto da deviantart - città surreale

A volte mi sembra di vivere in uno di quei film di fantascienza di quelli inquietanti, tristi, angoscianti, che lasciano ben poche speranze di cambiamento in meglio. Mi sembra di essere aliena a tutto quello che mi circonda e nel quale, mio malgrado, sono immersa: città, ritmi, gente.
Succede spesso quando, la mattina presto, me ne sto seduta in macchina vicino al lavoro. Arrivo sempre presto, non avendo l'accesso (sono tra i paria!) al garage devo anticipare i tempi. Succede d'inverno, quando il giorno stenta a scoprire il cielo e le luci degli uffici, intorno, sembrano spettrali, irreali, quanto il silenzio ed il buio che mi avvolge.
Non c'è quasi mai nessuno, quando arrivo nel parcheggio. Sistemo il mio macinino e mi lascio avvolgere, cullare quasi, dall'assenza irreale di rumori, di voci. 
Vado avanti, ultimamente, molto sulle forze. Il "problema" principale è proprio il lavoro. Il mondo del lavoro è cambiato drammaticamente, oserei dire. Siamo "unità lavoro" senza quasi diritti e solo con doveri. "Unità lavoro" da spremere fino allo sfinimento, all'alienazione mentale.
Questo bellissimo e disgraziato Paese somiglia sempre più alle fredde architetture che mi circondano nelle mattine invernali. Ostile, non accogliente, indifferente. Qui si riesce ad avere un pò di serenità solo se si è raccomandati da qualcuno politicamente importante, oppure se si è sufficientemente leccaculo, se ci si prostra ad ogni richiesta e chissenefrega del prossimo, oppure si è disposti a tutto, salvo poi pentirsi come coccodrilli che hanno mangiato troppo.
Le architetture della periferia sud di Roma sono lo scenario ideale di questa nuova era, di questa umanità che è disumanità. Quei palazzi tutti uguali, quei lampioni dalla luce fioca, quelle strade semibuie, quelle aree semiabbandonate, quei marciapiedi devastati dalle radici dei pini e dalle piante promiscue mai estirpate. Quelle aree preda dell'incuria, che il buio della mattina occulta... 
Me ne sto lì, tutte le mattine, dal lunedì al venerdì, pioggia o freddo che ci sia, ad osservare, a cercare una ragione a quei terribili cambiamenti di questa società spietata, fredda, non empatica. Non ci sono ragioni se non l'avidità ad ampio spettro. Non c'è rimedio alcuno, almeno non ne vedo i prodromi. Chi ha un'anima, una sensibilità, chi è empatico fatica a vivere alla luce fredda di questo mondo freddo.
Io fatico a vivere, ultimamente. Fatico a lavorare, ad interagire con gli altri. Mi sto rendendo sempre più conto che mi sto ritirando in me stessa, che mi sto "compiacendo" del silenzio che mi avvolge, che non mi sembra di aver niente da dire a nessuno. Mi sembra di non essere più capace di far niente. Mi sento come una bambina che si è persa, troppo inesperta per cercare una soluzione, una via d'uscita. Mi sento nuda, al freddo, sola, anche se sola non sono.
Ho capito che mi sono "sdoppiata". C'è una me stessa che ama l'archeologia, l'arte, la buona tavola, le risate di gusto, la vita all'aria aperta, i viaggi. E c'è una me stessa che, invece, è sempre più simile ad un'automa: non pensa, non ama niente, prova disgusto di tutto. 
Credo di dover prendere, quanto prima, una decisione che investa l'intera mia vita. La decisione di salvarmi, di non ammalarmi. La decisione di mandare tutto e tutti al diavolo e di ricominciare senza curarmi del tempo passato o dell'età o di quello che so o non so. Ci sto pensando da molto tempo. Non voglio che la mia anima muoia.


lunedì 1 gennaio 2024

Uscire dal buio

Primo giorno di un nuovo anno. Intorno c'è il silenzio. Tutti dormono. Ieri sera ci sono stati festeggiamenti che si son prolungati fino alle ore piccole. E ci sono stati i botti, un modo discutibile (a parer mio) di terminare un ciclo ed aprirne un altro.
I ricordi - inevitabili in questo periodo dell'anno - mi hanno riportata, per un po', ai tanti capodanni passati fuori casa. Avevo una sana voglia di stare con gli amici e divertirmi. Un anno sono andata via persino con la febbre. Ricordo i "famigerati" trenini con il sottofondo della samba, le risate, i brindisi, l'allegria tipica di chi è giovane e avido di vita.
Questi ultimi anni sono stati un po' sotto tono. L'età ha in parte il suo peso, ma anche la sensazione di essere intrappolata in una sorta di prigione dalla quale non riesco del tutto a liberarmi.
Ieri ho prenotato una visita culturale per domenica prossima. Sono mesi che non esco dalla tana. Mesi che non mi nutro di bellezza. Mi sono avvolta nella tristezza e nella routine come se fossero delle coperte. Alla fine, però, mi hanno quasi soffocata. C'è tanto, fuori, da vedere. Devo riprendere la vecchia me per mano e sradicarla da una situazione che si è fatta stagnante come una pericolosa palude.
Mi sono resa conto, mentre i fuochi d'artificio rompevano, ieri sera tardi, il silenzio, che mi sono adagiata su una situazione che, per certi versi, non posso cambiare perché non dipendente del tutto da me. Sono diventata poco reattiva, quasi rassegnata. Non ho cercato un modo per andare avanti, non ho attivato tutto quello che poteva distrarmi dal periodo che stavo vivendo. Ho rinunciato ad avere una vita ed a coltivare le cose che ho sempre amato: archeologia, arte, fotografia, passeggiate, viaggi...
E' tempo di cambiare. Un passo alla volta. Non mi sento, in verità, molta forza. Il "leone ruggente" che ho dentro di me e che si sente ferito e arrabbiato, mi succhia un bel po' di energia. Certe volte non mi capisco, vorrei cambiare il modo di approcciare gli eventi ma mi sembra sempre di fallire. Non riesco a coltivare l'autostima, il "ben pensare" di me. Forse l'educazione, forse chissà...
E' tempo di cambiare. Lo credo fermamente. Sono giunta ad un'età nella quale più forte è il richiamo alla riflessione, al conoscere me stessa. Gli anni della spensieratezza e della leggerezza sono lontani. E' tempo di raccogliere i frutti anche di quei tempi leggeri.
Sabato scorso ero al Campidoglio, in attesa che aprissero i cancelli per poter visitare una mostra. Mi sono seduta sulla stessa panchina sulla quale ero seduta tanti anni fa quando - a 16-17 anni - venivo qui a pensare, a fare i conti con una certa qual solitudine, la stessa - più o meno - che mi accompagna fraternamente anche adesso.
Improvvisamente è come se la me stessa di allora fosse seduta accanto a me. Quella ragazzina sola e pensierosa, che aveva gli occhi fissi su quel panorama di rovine e che si sentiva lontana anni luce dal mondo e da quel momento. Ed è stato come guardare un'altra me, una me che non era più, quasi un'estranea. Un fantasma. Avrei voluto prendere per mano quell'adolescente e farle compagnia, ascoltarla parlare, confidarsi, confessare le sue paure e le sue speranze. Le foglie di questo strano inverno continuavano a cadere leggere e silenziose. Ho percepito chiaramente quanto sono diversa da quella che ero un tempo e non è solo una questione anagrafica.
Tornando a casa, dopo essermi immersa nella bellezza, ho deciso che è ora di uscire dal buio in cui mi sono cacciata da sola. E' ora di prendere per mano quell'adolescente e di ripartire. Da me. Per vie altre. Voglio tirar fuori da me il coraggio e la determinazione per far questo viaggio che non posso più rimandare.

lunedì 25 dicembre 2023

Natale 2023

Natale. Sono un pò malinconica. Forse colpa dell'età o, forse, colpa degli eventi. O, ancora, forse colpa di entrambi. Inevitabilmente la memoria va ad un tempo più sereno, quando l'unica preoccupazione era preparare l'albero, il presepe e la tavola ed aspettare la mezzanotte per i regali. Nessuna preoccupazione, nessun sogno infranto, nessun desiderio disatteso.
Molte delle persone con le quali ho festeggiato quei natali non ci sono più. E' la vita. Per me il natale è sensazioni ed emozioni, più che festeggiamenti a base di scorpacciate e bevute.
Oggi me ne sto a casa con un pò di tosse. Il tempo è grigio e triste. Non c'è niente di speciale, in questo giorno. Cristo non si stanca di rinascere per regalarci un pò di speranza. Malgrado le guerre, le devastazioni, gli odi tribali, le truffe, gli inganni, l'indifferenza. Cristo è un bell'esempio di resilienza, davvero! Tenacemente, ogni anno, torna a ricordarci che cambiare è possibile, una vita più spirituale è possibile, che la materia non può darci quella felicità e quella serenità delle quali siamo così affamati.
C'è silenzio, intorno, oggi. Come ieri sera, la sera della vigilia, quando ci si siede tutti a tavola con parenti e affini a consumare il rito della cena della vigilia. Un silenzio che non sa di commozione o di fervida attesa, ma di rassegnazione, quasi. O sono io ad avvertirlo in questo modo. Ieri non ho nemmeno aspettato la mezzanotte. 
Tante persone hanno "attraversato" la mia vita, in questi anni. Fugaci lampi di un'età più verde mi illuminano per un attimo i ricordi. Ci sono momenti che vorrei tornare a quegli anni. A quell'incoscienza. Inevitabilmente a natale, un pò come alla fine dell'anno, si fanno i conti con quello che si è fatto ma, soprattutto, con quello che non si è riusciti a fare. Con i "fallimenti", con i sogni che sono rimasti tali e via elencando. La vita va avanti, non c'è tempo per rimuginare, nemmeno per avere rimpianti. Non ha senso. Il passaggio su questa terra è così breve.
Ogni giorno si rinasce un pò, ogni giorno si comincia daccapo, come se non ci fosse stato uno ieri, altrimenti non se ne esce vivi. Il tempo che è stato mi ha formata per quella che sono. Ora è venuto un altro tempo. Più riflessivo, più intimista, oserei dire scomodando un'espressione tanto cara a filosofi e compagnia cantante. Ora misuro i miei passi con più attenzione, quasi mi vien da contarli. Ed i miei pensieri si sono fatti più silenziosi, più raccolti. Ora vivo le mie emozioni con una libertà che "prima" non mi era consentita. Mi capita di piangere e di non nascondere lo smarrimento a chi mi sta intorno. Non me ne vergogno come un tempo perché penso che la vera forza stia anche nella capacità di vivere la propria fragilità.
Ecco. Il natale è questo insieme di sensazioni ed emozioni, per me. Ed il mio pensiero va a quello che nel mondo sta andando storto. Va a chi muore sotto le bombe, qualunque sia la sua nazionalità, la sua religione, il colore della sua pelle. E va anche a chi soffre in un ospedale, a chi non ha una casa nella qual ripararsi e riscaldarsi. Potremmo vivere tutti meglio di quanto viviamo, ma qualcuno ha deciso che rompere le palle al prossimo è il suo sport preferito. Questo mondo può nutrire tutti se lo trattiamo responsabilmente, se ci impegniamo a trasformare il sogno di un paradiso terrestre in realtà. Ma gli umani, evidentemente, recano in loro l'imprinting della disobbedienza, della contraddizione, della violenza.
Buon natale, per quel che questo mio augurio può valere. Decidete voi cosa auguravi. Io vi auguro di non avere rimpianti, ma solo ricordi.

sabato 9 dicembre 2023

Bridge over troubled water


Adesso avrei bisogno proprio di un "traghettatore", che mi aiutasse ad attraversare questo fiume in piena, questo oceano, queste cascate tumultuose. Al di là si aprono praterie sconfinate da esplorare. Devo e voglio farcela. E' tempo di dire "basta".
Ho pianto tanto ed ancora sto piangendo. Ho detto a Dio che sono stanca, che mi aiutasse a cambiare, a rompere certi legami, certi fastidiosi (ormai) legami. Mi aiutasse a prendere le distanze, a non lasciarmi coinvolgere.
Mi sento come se fossi esplosa in mille atomi. Come se fossi polverizzata. Ora devo ricostruirmi. Devo cominciare da zero. Nulla di quello che è stato finora deve più essere.

domenica 21 novembre 2021

Tempi senza futuro

E' da un pò che non scrivo qualcosa. Gli eventi personali si sono accavallati, sovrapposti, dipanati in una sorta di trama di film drammatico.
Mio cognato è morto. Un tumore al fegato, non curabile, non operabile. Un'agonia vissuta quasi in diretta innanzitutto da mia sorella, poi da me, che lo sentivo al cellulare quasi ogni giorno. Sentivo la sua voce farsi più affannata e sofferente. Sentivo le sue parole, ancora improntate alla speranza di uscirne fuori o, forse, a posteriori, volte a dare a me e a chi ci parlava la speranza che sarebbe guarito, che sarebbe andato finalmente in pensione e si sarebbe goduto la vita. 
La morte di mio cognato è stata ed è tuttora un trauma difficile da superare. Soprattutto per mia sorella, naturalmente, che ha seguito in diretta il progressivo frantumarsi delle speranze di guarigioni, il progressivo deteriorarsi della salute di suo marito. Ma è stato un trauma anche per me, che in mio cognato ho trovato il fratello che avrei voluto avere.
Era una persona allegra e leggera, mio cognato. Sorrideva e rideva spesso, era di compagnia, andava d'accordo con quasi tutti ed era benvoluto (che strano utilizzare questo termine) da tutti. Era stato praticamente "adottato" dalla mia famiglia, poiché la sua non era di quelle che possono definirsi famiglie amorevoli ed unite. Una famiglia disfunzionale, l'ho chiamata io, con una madre interessata solo ai soldi ed un fratello praticamente inesistente e legato alla madre in modo simbiotico quasi.
Ora mio cognato, mio fratello, non c'è più. Mia sorella è distrutta. In lei si alternano il dolore, la rabbia, lo sconcerto, la tristezza, la solitudine. Mi sento impotente. Cerco di aiutarla, ma sono consapevole che non posso farlo più di tanto. Non posso sollevarla dal suo dolore, è un'impresa titanica. E sono piombata in qualcosa che somiglia alla depressione anch'io. Sto riprendendo le gocce di calmante (tutte di origine naturale, ovviamente) per riappropriarmi di quella quiete che tanto mi manca.
Si sono sovrapposte troppe cose, ultimamente: la pandemia, il nefasto trasferimento di lavoro, la morte di mio cognato... Troppo spesso sento le lacrime a fior di ciglia e non riesco a piangere. Mi chiedo se c'è una fine a questo tunnel oscuro e quando arriverà. I giorni mi sembrano tutti uguali, monotoni, quasi inutili. Faccio una fatica tremenda a cercare una motivazione per andare avanti, a cercare qualcosa di bello in tutto quello che mi circonda. 
Sono stanca. E' come se fossi caduta a terra e faticassi a rialzarmi. Perché è come se non mi volessi rialzare, come se volessi semplicemente essere lasciata lì, a terra. 
A volte mi assale la paura, lo confesso. Paura di non farcela, di andare sempre più giù, di finire in chissà quale girone infernale che mi risucchi l'anima ed anche la vita. E non è giusto. Non voglio che sia così. Voglio vivere. Voglio godere delle bellezza di questa vita, dei colori, dei luoghi a me cari, del silenzio, del sole, del cielo... E' una resistenza disperata, con le unghie e con i denti. 
Ho paura, un sentimento complesso, sfaccettato, che comprende tante altre sensazioni, emozioni, pensieri, timori. Paura di qualcosa che non so cosa sia, che non vedo ma che avverto solamente a livello emotivo, psicologico, di sensazione. Ed è peggio, penso, aver paura di qualcosa che non si può toccare.
Ce la farò? Non lo so. Ragiono giorno per giorno, vivo giorno per giorno, non riesco a fare più previsioni, non ha senso. Non ha più senso. Un giorno ce la faccio, il giorno seguente mi sembra di annegare. Navigo a vista. Ancora non mi sono adattata alla leggerezza, all'imponderabile, alla lievità. Ancora mi sembra di avere catene che mi tirano in basso.
Mi è rimasta solo la fede...

venerdì 16 aprile 2021

Fluire...

Ho telefonato ad una mia amica, oggi, per il suo compleanno. Non ci sentivamo da tanto, troppo, tempo. Ci siamo conosciute frequentando la stessa associazione, abbiamo fatto viaggi interessantissimi e bellissimi, ci siamo divertite ed abbiamo fatto parte di un gruppo di persone che si vedeva anche al di fuori dell'associazione.
Poi, dopo un po' di anni, è venuto il "tempo della separazione", come lo definisco ora io. Il tempo in cui tutto finisce ed ognuno se ne va per la sua strada; il tempo in cui ci si perde, ci si stanca. Forse, anche. Ma lei ed io, quelle rare volte che ci siamo sentite durante questo tempo di separazione, abbiamo sempre conservato un certo contatto.
Se c'è una cosa che sto imparando e comprendendo è, appunto, rivalutare e ricostruire i rapporti, quelli che interessano, ovviamente. E, soprattutto, non prendermela troppo per chi è "scomparso". 
Ho cominciato a pensare che molto spesso le persone hanno quasi timore o vergogna di ammettere, con se stessi e con gli altri, che ci si può "stancare" degli amici. Che si può sentire il bisogno di prendere qualche boccata d'aria, di guardare altrove, di fare altro, di non sentire, non vedere... Credo sia abbastanza comprensibile. Può succedere. 
Per molto tempo - troppo! - sono stata intransigente: non ammettevo che le amicizie potessero finire senza una spiegazione, un perché, una ragione.  
Ne parlavamo con questa mia amica. Adesso sono più per una linea morbida. La vita forgia, anche a costo di prenderti a pugni. E con me lo sta facendo. Mi sta facendo comprendere, duramente, che è rimanendo fluidi che si può raggiungere la tranquillità. Ma non si impara ad essere fluidi da un momento all'altro. E quando si ha una certa età è pure più difficile lasciarsi andare, fluire.
Comunque, va bene così. Va bene che certe persone si siano allontanate. Spero che stiano bene e che siano serene. Abbiamo fatto insieme un bel tratto di strada, ci siamo divertiti ed abbiamo visto e fatto tante belle cose, che rimarranno incise nei miei ricordi e per le quali li ringrazio. Ho ancora bisogno di metabolizzare qualcosina, ma è poca cosa. I bei ricordi bastano. Ci saranno altre vite da incontrare.
Al momento il mio "parterre" amicale è esiguo, ma va bene così. Non sento di aver bisogno di più di quel che ho perché sento il bisogno di approfondire, riallacciare legami, frequentare. Insomma ho bisogno di fare il punto della situazione, della mia situazione, in questo tornado che mi ha presa e scaraventata non so dove.
Con la mia amica ci siamo ripromesse di sentirci con più frequenza. Lei (fortunata!) è in pensione. Non appena questa situazione sanitaria si regolarizzerà, ci rivedremo anche. E riallacceremo quel legame che avevamo e che non si è mai logorato. Sono contenta.
Adesso è tempo di imparare a fluire. Con la speranza che il tornado che mi ha investito si allontani. 

domenica 11 aprile 2021

Confessioni - Quarta parte

E rieccomi. Queste "confessioni" mi stanno risultando un po' difficili. Certe volte mi sembra di scrivere di un'altra persona. Mi meraviglio di tante cose che non corrispondono a quella che sono. Eppure... eppure ero io.
Comunque, scrivevo dell'amicizia, in precedenza. Già, l'amicizia. Sempre idealizzata, cercata, ambita, desiderata, agognata. Avrei voluto avere un amico del cuore, qualcuno al quale confidare tutto quello che tenevo custodito nel mio animo. A quindici anni ce l'hanno quasi tutti. Già. Quasi.
Le mie confidenze a quindici anni le facevo ad un diario, un'agenda rossa riciclata, sulle cui righe amavo scrivere con la penna stilografica. Ce l'ho ancora, quell'agenda. Ogni tanto vado a sbirciare tra le pagine oramai ingiallite e non mi ritrovo. Rivedo l'adolescente che ero con tutte le sue paranoie, ma non mi riconosco. 
Quelle righe vergate da una scrittura regolare, quasi infantile, parlano di una sete d'affetto, di amore, incredibile. Forse inestinguibile. E l'amicizia è una forma d'amore. Ed io quell'amore non lo avevo, all'epoca. Se ripercorro i rari ricordi di allora, mi rammento che non riuscivo a comprendere cosa di me non piacesse agli altri. Una volta davo la colpa agli occhiali troppo spessi, un'altra al fatto di avere forme un po' generose; un'altra ancora al fatto che non ero troppo "sveglia", nel senso che non capivo le dinamiche degli adolescenti, dei loro desideri. Forse per un'educazione troppo severa, che aveva teso a proteggermi da tante (troppe!) cose.
Comunque di amici, nella mia vita, ne sono transitati pochi. Pochi veri, intendo. Le amicizie superficiali, invece, sono state diverse ed appaganti quanto può essere un piatto di pasta quando hai fame. Poi, però, finisce tutto.
Adesso? Ogni tanto soffro di crisi di astinenza, lo confesso. Il vuoto affettivo è rimasto, se pure mitigato da altri amori, da altre compensazioni che non sono un modo per accontentarmi. Quando ero più giovane avvertivo una voragine, adesso c'è solo uno spazio vuoto che tale è rimasto: quello dell'amico o dell'amica del cuore. Spesso, quando sto male (e l'anno passato, per motivi diversi, è stato per me un annus horribilis) mi viene una sorta di ansia che deve essere placata: devo parlare con qualcuno, cercare chi conosca il mio linguaggio ed il mio vissuto. Puntualmente non trovo mai nessuno. Scorro la rubrica sul cellulare e non provo l'istinto di chiamare nessuno.
Questo mi fa riflettere, molto più di quanto già non riflettessi un tempo. Se non c'è nessuno che vorrei chiamare vuol dire che, in realtà, non c'è nessuno che io consideri un amico vero. Sto cercando di accettare la mia fondamentale solitudine, che è la solitudine di molti, in definitiva. Il che non esclude che possa avere relazioni pseudo amicali a breve termine. Le accetto per quello che sono e per quel che durano. Anche se il vuoto resta lì.
Passo molto tempo in silenzio, ora, cercando di superare anche quegli attacchi di panico e quella sensazione di soffocamento che spesso mi assalgono. Cerco, in ufficio, di non alzarmi più alla ricerca di qualche anima buona che si faccia due chiacchiere con me. Rimango seduta. Respiro profondamente. Mi concentro. Cerco di calmare la mente e lo spirito e di sentire il silenzio per quello che è. Fuori e dentro di me.
Ci sono persone con le quali dialogo. Al momento ho rinunciato ad utilizzare il termine "amico". Non lo farò finquando non avrò messo a posto le "cose" dentro di me. Non ci sentiamo di frequente. Spesso i dialoghi sono incentrati sul lavoro e le frustrazioni del lavoro. Ci si vede, raramente (adesso, poi, per niente!) si va a cena fuori. Quando succedeva, prima dell'era covid, personalmente mi sentivo spesso a disagio. Ma, forse, era "colpa" del personaggio che mi ero costruita, il camaleonte. L'ansia da prestazione, insomma.
Adesso sento l'esigenza primaria di fare amicizia con me, di vivere me stessa come realmente sono e di superare i timori della non accettazione da parte degli altri. Di correre questo "rischio", il rischio di volermi realmente bene e di accettarmi per quella che sono. Malgrado avverta i "morsi" della fame di amicizia, devo imparare ad ignorarli. Per il momento. Devo imparare a stare da sola. In silenzio.

giovedì 8 aprile 2021

Confessioni - seconda parte

 

E' da un po' di tempo che sto prendendo in considerazione i miei pochi rapporti amicali. "Colpa" della pandemia, che ha reso necessario una sorta di "redde rationem" su diversi aspetti della mia vita.
Sto cercando di capire cos'è per me l'amicizia, cosa sono in grado di "offrire" ad un/una amico/a e cosa mi piacerebbe ricevere. Scrutare dentro me stessa comporta anche questo, capire. Soprattutto capire.
La pandemia ci ha tutti un po' isolati, costretti a chiuderci nelle case, nella solitudine di un ufficio dove siamo uno per stanza. Niente cene, niente aperitivi, niente gelati. Solo telefonate o videochiamate che appagano in parte la socialità, la voglia di comunicare. In questo contesto la solitudine è pesante. A me, perlomeno, sta pesando molto. A volte ho una sorta di attacchi di panico, mi sembra di girarmi e rigirarmi in una piscina, dove sono sul fondo e non riesco a riemergere. Sono assalita da un affanno immotivato: cerco qualcuno con cui comunicare, non importa cosa, basta parlare, dire, dirsi, guardarsi negli occhi, in faccia.
Non ho molti amici. Con il passare degli anni è come se avessi fatto (o avessi subìto) una sorta di scrematura. Le persone sono passate e andate via dalla mia vita. Ho capito che è un processo naturale, anche se avrei voluto avere un'amica o un amico fedele, che crescesse con me, che attraversasse con me le tempeste ed i momenti di calma. 
Ho incontrate molte persone. A vent'anni avevo pure una sorta di compagnia (come si chiamava allora) con la quale dividere le giornate festive, tra partite con il pallone, giochi all'aria aperta e cantate con la chitarra. E' stato un periodo molto bello che - lo confesso - qualche volta ho rimpianto.
Poi c'è stata la parrocchia e ci sono stati altri amici. Dodici anni divisi tra le prove del coro parrocchiale e le uscite serali in localini senza pretese, ma con tanta, tantissima allegria e voglia di stare insieme.
Con il lavoro, però, le cose sono sensibilmente cambiate. Non è stato un cambiamento improvviso, ma, piuttosto, lento e protratto nel tempo. Le amicizie si sono diradate. All'inizio per un rapporto affettivo sbagliato ho finito per perdere la maggior parte degli amici di un tempo. Poi ho iniziato a frequentare un gruppo di volontari che sono stati i miei amici per dieci bellissimi anni. Abbiamo condiviso tantissime cose: la passione per l'archeologia, i viaggi, le scampagnate, le cene, la vita... E' stata l'esperienza che ho più rimpianto in questi ultimi anni. Adesso ci penso con un sorriso. Credo di essere riuscita a metabolizzare, come molti amano dire. Avevo buone ragioni per lasciare il gruppo e a tutt'oggi credo di aver preso la giusta decisione.
Dopo queste "tumultuose" esperienze, sempre meno persone si sono affacciate nella mia vita. Sporadici rapporti amicali, alcuni dei quali con colleghe d'ufficio. Rapporti che tuttora perdurano ma sui quali sto riflettendo molto. Per quel che penso, i rapporti nati sul posto di lavoro rischiano di essere inficiati da qualche problema. Innanzitutto il fatto di condividere il luogo di lavoro con tutte le problematiche conseguenti. E poi, mi son chiesta, fino a che punto ci si sceglie? Fino a che punto queste amicizie sono condizionate dal condividere tempi e spazi?
(continua... forse)

sabato 27 marzo 2021

Annus horribilis

Questa pandemia sta facendo emergere il meglio ed il peggio degli umani (se taluni possono essere ancora definiti tali, beninteso). Siamo diventati più cattivi, più chiusi, più individualisti. Alla solidarietà encomiabile di giovani ed associazioni, corrisponde sempre più spesso una sorta di follia collettiva che porta a prevaricare il prossimo in nome del benessere personale.
Con un termine edulcorato lo si può definire "egoismo", ma essere gentili e buoni e moderati non è più possibile, oramai. Bisogna guardare le cose in faccia come sono e chiamarle con il loro nome. 
I canti sui balconi sono terminati. La grande solidarietà è stata cacciata - almeno sui giornali e sui siti di notizie - all'ultimo posto. Ora le cronache sono zeppe di notizie di aggressioni, di violenza, di baby gang, di furti e compagnia cantante. Un diffuso senso di insicurezza e paura pervade noi tutti. Lo si respira, quasi. E già ci si guardava con diffidenza per via di questo maledetto virus, figuriamoci adesso!
Per quel che riguarda il lavoro, almeno la realtà che vivo in prima persona, le cose sono nettamente peggiorate. Innanzitutto i rapporti umani sono sempre più difficili per non dire quasi inesistenti. Non ci si fida più gli uni degli altri. E' vero, è una situazione pregressa all'epidemia, che affonda le sue radici in una pessima gestione degli uffici pubblici. 
Si, la situazione è pregressa, nell'ente dove lavoro. La pandemia non ha fatto altro che aggravare la situazione. Le vessazioni si sono acuite e moltiplicate. Senza che nessuno muova un dito, senza che nessuno intervenga e questo fa sentire i pochi onesti che ancora resistono in uno stato di sofferenza spesso intollerabile.
La pandemia è diventata la scusa dietro la quale nascondere le più bieche nefandezze. Il guaio è che la pandemia non è una scusa, ma una realtà terribile, che da un anno ci fa "compagnia", che si è portata via quasi una generazione, che ci sta tenendo lontani gli uni dagli altri. Che ci siano soggetti che profittano di questa situazione per i loro porci comodi, mi fa inorridire. Inorridire.
Oramai non mi fido più di nessuno e questo fa male anche a me. Trascorro molto tempo in silenzio. Non ho voglia di sentire nessuno e parlare, dialogare, interloquire mi riesce sempre più difficile. Mi chiedo spesso come saremo una volta che sarà passato questo uragano. Come sarà la società che, oramai, siamo abituati a vedere passare da una zona rossa ad una arancione e viceversa? Come saremo noi tutti?
Onestamente non riesco ad immaginare nemmeno un futuro prossimo. E' tutto buio, impreciso, incerto, labile. Mi contento di vivere alla giornata. Un giorno va bene, il seguente non va per niente per il verso giusto: un'alternanza che sto imparando ad accettare. Del resto che altro potrei fare?
Ma questo non è vivere. E' cercare di cavarsela, di galleggiare. 
Dentro di me avverto il ringhio sordo della rabbia e dell'insoddisfazione. E' come se, dentro di me, ci fosse una belva tenuta per troppo tempo in cattività. Una belva che ha dovuto sopportare, subire, fare buon viso a cattivo gioco e che non ne può più. Confesso che a volte ho paura. Che conseguenze avrà tutto questo sul mio futuro, ammesso che futuro - prossimo o remoto che sia - ci sarà?

lunedì 16 dicembre 2019

Passaggi lenti

In questi giorni percepisco chiaramente tutta la mia fragiltà, tutti i miei limiti, tutte le mie paure. Mi sento letteralmente in alto mare. Sarà perché ho seriamente messo in discussione una serie di scelte e di atteggiamenti (miei, ovviamente). Sarà perché, anche, ho deciso di vivere più profondamente la mia fede, dopo aver "lottato" per diverso tempo con una parte di me stessa, con il mondo intero (più o meno) e con la mia problematica autostima.
In questa fase di ritorno dalla convalescenza sto camminando pianissimo, così come mi è stato consigliato dalla fisioterapista. Ed anche questo mi sta offrendo una visione del mondo diversa ed anche una visione della vita e delle cose della vita che prima non avevo, presa com'ero a cercare di tornare a casa dal lavoro il prima possibile, a cercare di sopravvivere in un ambiente lavorativo ostile e deprimente. Non devo sopravvivere, devo, piuttosto, vivere. Anche se le condizioni intorno non sono favorevoli, non sono quelle che desidererei. C'è sempre qualcosa di buono da portare a casa, basta cercare, basta fare attenzione.
Non credo che le cose capitino a caso, penso, piuttosto, che ogni cosa che accade abbia qualcosa da insegnarmi. Spesso le "lezioni" non sono proprio una passeggiata di salute, soprattutto perché mi sono accorta che spesso sono io a rifiutarmi di apprendere. Anche questa recente pausa forzata, dovuta ad un intervento più complesso del previsto, è sicuramente stata un'ottima occasione per capire come e cosa devo cambiare nella mia vita.
Riavvicinarmi alla fede è un'operazione piuttosto lunga, ma necessaria. Non sono mai stata atea, in definitiva. Ho sempre creduto, dapprincipio per educazione, visto che provengo da una famiglia cattolica, poi per convinzione personale. Avverto la mancanza di una dimensione trascendente, più spirituale che fa parte di me, lo so. Che è una necessità, oltre che essere una scelta.
In questi ultimi 10 anni ho fatto una full immersion nella realtà che non è stata salutare, perché mi sono lasciata investire da vicende e da situazioni che mi hanno lentamente logorata. E, in fondo, il mio sentirmi fuori posto, stanca, un po' depressa temo sia anche frutto di questo concentrarmi troppo sul negativo della vita. Per intenderci: troppa cronaca nera, troppi telefilm in cui la violenza, i delitti, la paura la facevano da padrone. Lentamente queste cose è come se tutto questo mi avesse avvelenata. Non ho saputo (o voluto?) filtrare le esperienze, le situazioni, le notizie, gli umori, le reazioni. Sono andata - ancora una volta - troppo di fretta a catalogare, arrabbiarmi, additare, detestare. Ad un certo punto, non so precisamente quando ma poco importa, ho cominciato a vedere tutto nero, irrimediabilmente: mondo, umani, situazioni... Non vedevo più via d'uscita, non vedevo riscatto, non vedevo soluzione.
Ora è tempo di venirne fuori. Venir fuori da questa "disperazione esistenziale" che ha lentamente eroso il mio fondamentale positivismo, la mia fiducia, la mia grinta. Mi chiedo se, forse, era necessario questo perché approdassi ai convincimenti ed alle risoluzioni che sto attualmente esplorando. Devo accettare anche che non ci siano, spesso, risposte. Devo accettare, anche, di lasciar andare, di non pensare. Devo accettare che bisogna assaporare la vita, non tragugiarla senza memorizzarne il sapore, l'odore. Non ci deve essere fretta, ma consapevolezza.
Tutto questo comporta, inevitabilmente, uno stravolgimento dei ritmi di vita. In positivo, beninteso. Lentezza, consapevolezza, tempo, osservazione, ascolto. A volte prevale la vecchia tentazione di gettarmi nelle "braccia" metaforiche di quelle situazioni nelle quali mi sono sempre mossa. A volte cedo, poi, però, capisco e mi riprendo, cosa che prima non accadeva. Se c'è un programma che mi inquieta, per televisione, per esempio, invece di guardarmelo fino in fondo con morbosa curiosità, adesso cambio canale. Mi cerco un programma sugli animali, per esempio, o sulle bellezze di questo nostro splendido Paese. Voglio alleggerire la mia testa e il mio animo, non pensare, non angustiarmi per situazioni che non posso risolvere perché non sta a me farlo. Non voglio vivere con una nuvola nera costantemente avviluppata attorno alla mia testa e al mio cuore.
Al momento questa decisione mi sta scuotendo non poco. Avverto tutta una sorta di malesseri sia fisici che interiori. Turbolenze, voglia di piangere, attacchi di panico, ipocondria... e chi più ne ha più ne metta. Non sempre riesco a rimanere serena e consapevole. Ho avuto due episodi di totale smarrimento, nei quali ho pianto e mi sono disperata come una bambina impaurita. E tale mi sentivo.
Ho fiducia che tutto questo contribuirà a creare una me stessa migliore, ma al momento mi fa tremare le vene ed i polsi... Panta rei, tutto scorre. Tutto passa.

venerdì 13 dicembre 2019

Vado avanti...

Ritorno al lavoro.
Una pioggia stizzosa e l'allarme meteo hanno funestato un po' questo rientro dopo due mesi di convalescenza. Stamattina faceva un freddo pungente e le strade erano tutte bagnate. Oltretutto, per lavori sulla linea, ho dovuto prendere il tram ad una fermata diversa, più lontana. Devo camminare piano, fare attenzione a come muovo il piede. E' come se dovessi muovere per la prima volta i passi.
Confesso che una sorta di sensazioni diverse e contrastanti mi ha attraversata ad ondate, durante il periodo della convalescenza ed anche, in parte, adesso. Innanzitutto l'impazienza di guarire, di tornare a camminare, di star bene; poi la frustrazione di dovermi adeguare ai tempi di ripresa del mio fisico, che non erano quelli che mi aspettavo e che avrei voluto; poi, mano a mano che andavo riprendendomi, la consapevolezza di dover apportare dei cambiamenti alla mia vita.
Qualcuno direbbe, con espressione mutuata dalla lingua inglese, "work in progress". Si, è così, sono in pieno "lavori in corso". E non a caso durante il periodo prenatalizio. Un periodo indubbiamente particolare e non perché "siamo tutti più buoni". Perché è un periodo di riflessione per chi ha voglia di riflettere seriamente.
Cambiare, anche se non drammaticamente, la propria vita non è un processo facile. Anche gli aggiustamenti costano e si riflettono, inevitabilmente, sul fisico. Ci sono cose, poi, che si possono cambiare ed altre che bisogna lasciar stare, lasciar andare, così come sono. E questo è ancora più difficile.
Per quel che mi riguarda sono stanca di combattere contro i mulini al vento. E' poco intelligente. I mulini a vento sono mulini a vento. Niente di più e niente di meno. Inoltre ritengo che bisogna ammettere la "sconfitta", anche se battaglia non c'è stata. Le cose stanno così. Le persone sono così. Amen. Mi prendo la responsabilità di non averlo capito prima e di aver creduto di poter fare qualcosa in nome di ideali che, oramai, sopravvivono solo in qualche stucchevole film.
Mi arrendo e sto nel mio. Basta. Non ho voglia di combattere, di opporre resistenza. Mi lascio andare. Sia quel che sia. Evidentemente non ho la stoffa della lottatrice. Onestamente non riesco ad andare fino in fondo, non ce la faccio sia fisicamente che spiritualmente. Forse sto invecchiando.
Oggi, dunque, ho iniziato questo mio primo giorno post convalescenza con alcuni punti fermi. Spero di riuscire a mantenerli per il futuro, per quanto lungo questo sia. Il pensionamento (mi fa tristezza, comunque, il solo pensarci) è di là da venire e non so quanto durerà l'attuale "regime". Al momento non vedo lumi e non ho certezze. Sono solo stanca. Tanto.

martedì 10 dicembre 2019

Passaggi

Foto: Eleonora Olivetti
Non è facile districarsi tra le maglie dei pensieri, di un ritmo di vita che non è il mio, di sensazioni ed emozioni che non so come e se governare, di "attraversamenti" che mi tremano le vene e i polsi perché non so dove mi porteranno e come sarò "dopo".
Su internet e sui social ci sono cataste di belle frasi di maestri di vita, tratte da religioni o movimenti spirituali accompagnate da immagini che hanno l'intento di rilassare e predisporre al benessere l'anima e la mente. Guardo le immagini, leggo le frasi e non le sento risuonare dentro come dovrebbero. Mi sembrano un insieme di lettere che formano parole delle quali mi chiedo il significato.
Indubbiamente questa vita - intesa come esistenza in un momento ben preciso, in una società con dei ritmi e delle meccaniche strutturate - per me come per altri ha passaggi difficili da percorrere e, innanzitutto, da accettare. Tutto e tutti vanno troppo veloci, troppo imperniati su una superficialità, un'esteriorità che lascia - almeno a me - l'amaro in bocca ed un senso di vuoto che mi sgomenta. Non riesco ad adattarmi a tutto questo. Si consuma tutto e tutti troppo velocemente. Si scivola sulle vite degli altri come su una pista da sci, incuranti delle acque profonde, incuranti della vita e del vissuto di chi si incontra, di chi si sfiora, di chi si lascia.
In questo momento se mi guardo intorno avverto il vuoto. Mi ripeto costantemente - perché ne sono certa - che è un'esperienza che devo fare consapevolmente, attenta a cogliere i suggerimenti e gli insegnamenti che mi deve lasciare. Ma la mia natura umana, fragile e limitata, è spaventata, si sente indifesa ed esposta a venti e tempeste che non è sicura di potere e sapere governare.
Mi sento come se camminassi in una sorta di bolla enorme. Solo io. Mi volto, cerco una mano amica, un volto, un'attenzione, una sollecitudine... Trovo, è vero, tutto questo nel mio compagno di vita e non voglio assolutamente sminuire il suo contributo a farmi stare meglio di quanto mi senta. Ma c'è solo lui. Siamo solo noi due. Cerco di non chiudermi al mondo, cerco di intrecciare con gli altri un rapporto meno superficiale, meno scontato. Ma, mi dico amaramente, spesso mi sembra di esserci solo io, sembra che agli altri importi poco, occupati come sono a correre, correre, correre ed apparire.
Sono stanca, lo confesso, anche di ascoltare. Mi piace farlo, ma mi si riversano addosso problemi, lamentele, stanchezze che mi angustiano, mi annichiliscono. E non c'è, se non molto raramente, il contraccambio. Qualcosa non va in tutto questo. Devo cambiare qualcosa. Il mio approccio al mondo ma, penso, soprattutto il mio bisogno degli altri che, forse, è talmente manifesto da permettere a taluni di approfittarsene.
Credo che al bisogno devo sostituire il piacere e cominciare a pensare di non avere necessariamente il contraccambio. Come devo cominciare ad arginare il fiume di lamentazioni e sfoghi che mi si riversa addosso con la "scusa" che so ascoltare. E' difficile quest'ennesimo cambiamento. Mi sento come se stessi, immobile, titubante, sull'orlo di un burrone. Dall'altra parte c'è un altro percorso da fare. Devo solo saltare, ma mi chiedo se ce la farò. Se riuscirò a saltare sufficientemente a lungo per atterrare su una nuova pista. Il baratro che vedo, che c'è (o forse no) tra me e l'altra sponda mi spaventa. E' il nulla, il buio, il voto. Non posso, lo so, rimanere a lungo ferma. Devo prendere coraggio e spinta e tuffarmi.
Adesso, oggi, però, mi sento così sfiancata, sola, vuota che ho voglia solo di sedermi e piangere.

domenica 8 dicembre 2019

Danza silenziosa

Ieri pomeriggio, dopo due mesi di convalescenza a causa di un'operazione, sono uscita a farmi una passeggiata nel quartiere, facendo attenzione a non stancarmi più del dovuto (sono ancora un po' sofferente). Mi piace passeggiare per le vie del quartiere. E' un'abitudine che coltivo da diverso tempo. Dopo due mesi di sosta forzata, poi, mi sembrava che tutto fosse "nuovo": palazzi, panorami, strade, negozi... tutto.
La sosta forzata, devo riconoscere, mi è servita molto. All'inizio non l'ho presa affatto bene: gli orari da rispettare per quel che riguarda le visite mediche, il fatto che immaginavo una convalescenza più rapida e meno invalidante e cose così. Poi, però, dopo aver "frignato" un po' 😊, mi sono resa conto che questo fermo nella mia vita di tutti i giorni non è capitato a caso. Tutt'altro.
Nel tran tran di tutti i giorni, lavoro-casa-spesa-faccende, ho trovato sempre poco tempo se non nessun tempo per stare con me stessa e conoscermi meglio. E' stato sempre tutta una corsa: vuoi per i mezzi pubblici che a Roma sono un "dramma" sociale, vuoi per i problemi lavorativi, che si solidificavano in lamentazioni continue unitamente ad un velo di depressione e senso di impotenza. Arrivavo a casa praticamente sfiancata mentalmente, più che fisicamente. Ed il malumore mi impediva di stare realmente con me stessa.
Questi benedetti - è davvero il caso che io lo dica! - mesi di convalescenza mi hanno aperto nuovi spiragli che, poco a poco, si sono rivelati essere delle finestre su me stessa e su quanto mi circonda. La distrazione con la quale ho guardato al mondo che mi circonda un po' non me la perdono. Ci sono tante cose e tante persone alle quali fare attenzione. Tante sfumature. Tante cose da dare, sentimenti da provare, emozioni...
Venerdì prossimo rientrerò in ufficio, purtroppo. Cercherò di portare con me e di sviluppare questo senso di "koinè", come la chiamavano i greci, di comunità. Mi aspetto che sia un po' difficile, per la situazione che da anni affligge l'ente in cui lavoro, ma sono consapevole che posso e devo "affrontare" tutto con uno spirito diverso: se voglio che le cose cambino devo essere io a cambiare. Il resto arriverà di conseguenza.
Oggi mi godo ancora questi scampoli di pace e di serenità. Mi godo, soprattutto, il silenzio: un bene prezioso fin troppo "snobbato", devo dire. Per la prima volta in tanti anni non ho potuto godermi la festa dell'Immacolata al mio quartiere di origine. Un po' mi è dispiaciuto, soprattutto per mia madre, con la quale pranzavamo e aspettavamo il passaggio della processione; ma mi è dispiaciuto anche per l'atmosfera, i ricordi, le sensazioni che travalicavano la bruttura delle bancarelle (niente da fare: gli anni hanno inciso negativamente sulla qualità della merce!) per approdare a tempi più felici, una sorta di "età dell'oro", a metà tra la fanciullezza e l'adolescenza.
Mi è capitato di pensare che, comunque, anche questa mia assenza non sia stata casuale. In questa giornata di inizio dicembre, la confusione in quartiere è tanta: gente ovunque, musica e richiami a tutto volume, confusione... Invece qui, in casa, il silenzio è così confortante, così liscio e tranquillo, avvolgente. Va bene così. Sto imparando a non forzare troppo la mano alle situazioni ed alle emozioni. Ho sempre creduto che la vita fosse una danza: ora devo solo andare a tempo senza star troppo a pensare ai passi. E, soprattutto, devo riprendermi il mio di tempo. Ascoltare la mia musica, lasciarmi andare, non pensare a quel che penserebbero gli altri se io dicessi o facessi la tal cosa piuttosto che la talaltra.
Voglio vivere la mia vita pienamente. Emozioni, sensazioni, sbagli compresi. Sono meravigliosamente imperfetta e non me ne importa più niente, oramai.

martedì 1 ottobre 2019

Far agire il cambiamento

Sono "sopravvissuta" ad una sorta di maratona a fini concorsuali, dove per tre giorni non ho fatto altro che stare in piedi e girare come una trottola. Facevo parte della vigilanza, i "cani da guardia" che hanno il compito di controllare che non si copi, non si parli, non ci si serva di mezzi non concessi per tentare di superare la prova.
Ma non è tanto una stanchezza fisica, quella che sento, quanto una stanchezza psicologica, morale, spirituale persino. La stanchezza di avere a che fare con persone che sono involucri vuoti, privi della più elementare dignità. Una metafora di questo Paese sempre più confuso, arrabbiato, in vendita al miglior offerente, dove la parte sana fatica a vivere e a farsi sentire.
Non è che non sapessi tutte queste cose: le vivo quotidianamente sul posto di lavoro ed anche - purtroppo - fuori del posto di lavoro. Forse, mi son detta durante il fine settimana appena trascorso, dando sfogo alle riflessioni a ruota libera, il "problema" è stato che non volevo crederci fino in fondo. Forse faticavo ad accettare che non c'era e non c'è alcuna speranza di cambiamento, al momento. Perché così è, almeno sul posto di lavoro. Faticavo ad arrendermi all'evidenza, insomma.
Quello che ho visto e vissuto durante tre giorni piuttosto faticosi di sorveglianza è stato estremamente educativo, soprattutto dal punto di vista umano, perché qui non è in gioco la "professionalità", ma la dignità e l'umanità, nel senso più ampio del termine, delle persone.
Mi batto il petto facendo il "mea culpa": sono stata, finora, troppo idealista, troppo proiettata in una dimensione che, a conti fatti, è irreale ed irrealizzabile. Ma non è solo questo. E' anche altro, più personale, più "radicale" nel senso di pertinente alle mie radici. E' qualcosa di più personale.
Ho compreso che la mia rabbia, spesso esagerata, nei confronti di situazioni e persone che incontro sul luogo di lavoro, è molto più atavica di quanto credessi. E' stata una sorta di "illuminazione" tra una camicia da stirare ed un'altra da piegare, domenica pomeriggio, quando ero sola in casa. Le "illuminazioni", evidentemente, avvengono negli attimi più banali della nostra vita. Non si annunciano con squilli di trombe e srotolamento di tappeti rossi. Capitano e basta.
La rabbia nei confronti di favoritismi e clientelismo di vario genere è andata a premere su un tasto evidentemente ancora dolorante: il mio bisogno di attenzione. Un bisogno primordiale, oserei dire. Un bisogno comune a tutti gli umani, indipendentemente dall'età. E quando non si riesce ad ottenere attenzione attraverso canali normali quali l'autorevolezza o l'equilibrio di giudizio, si ricorre ad altri canali, spesso sleali, che vanno a compensare le mancanze personali. Ed ecco, allora, frotte di manipolatori, seduttori e aggressori. Ecco, la mia rabbia era ed è, in realtà, frustrazione per la mancata attenzione.
Non è facile confessarlo, per me, anche se è una sensazione catartica, liberatoria. Mi vergogno un po' di come ho "agito" questa rabbia e di quello che mi ha portata a fare. Mi vergogno un po' delle cazzate che ho combinato, del tempo che ho "sprecato"... Mi vergogno un po' ma è una "diminutio capitis" necessaria. E' come se mi fosse caduto un velo dagli occhi.
Adesso aspetto i frutti di questa nuova consapevolezza. So che non devo andarli a cercare ma che si paleseranno quanto prima. Li farò agire nella mia vita, abbandonandomi (altra cosa piuttosto difficile, per me, ma altrettanto necessaria) a quello che gli antichi chiamavano Fato. Mi farò agire dal cambiamento, cercherò di non interferire.
Per salvarmi.

martedì 30 aprile 2019

Rinascite

Dopo una giornata, quella di ieri, in cui un'imprevista e stizzosa pioggerella ci ha tormentati fino a sera, oggi il cielo pare tornato sereno. Unica nota un pò stonata il freddo che, pungente, corre lungo le strade di Roma intirizzendoci tutti. E' una primavera che non vuole sbocciare, questa.
Ho bisogno di un pò di riposo. La mattina il sonno mi accompagna durante il mio tragitto verso l'ufficio. Sui mezzi pubblici fatico a tenere gli occhi aperti e spesso mi capita di chiuderli per brevi attimi che mi sembrano un'eternità. Attimi brevi ma con l'intensità di un sonno vero, profondo, senza sogni, senza suoni. Ne incontro molti in queste condizioni, la mattina.
Si fatica a fare due chiacchiere, anche perché il rumore del tram o del bus spesso sovrasta il tono della voce. Si fa fatica persino a pensare mentre il tram o il bus buca l'oscurità, si ferma cigolando, raccoglie altri silenziosi mattinieri facendo entrare folate improvvise di aria fredda. La mattina presto è completamente diversa dal vociare confuso e spesso fastidioso delle altre ore della giornata. E' un momento quieto in cui cullarsi ancora un pò prima di essere fagocitati dal ritmo incalzante del resto della giornata.
Ho sempre amato la mattina presto, anche in questi frangenti, quando la stanchezza sembra voler prendere il sopravvento. Mi piace la promessa che contiene ogni mattina, la possibilità di ricominciare, rinascere, riprovare ed anche la sorpresa.
Ultimamente evito di pensare al domani e cerco, piuttosto, di concentrarmi sull'immediato, sul momento presente. Trovo che pensare al domani sia spesso una speculazione azzardata. Ci sarà un domani? Non voglio dire che non bisogna coltivare la speranza, ma che bisogna vivere oggi e non rimandare. Per cui anche le più piccole sensazioni sono importanti, anche le sfumature. Anche per questo ho deciso di prendere a cuor leggero certe "delusioni".
In fondo le delusioni nascono da aspettative disattese. Ti aspetti che una persona sia in un modo e poi ti si rivela in un altro. Ti aspetti che ti ami e poi scopri che ti sei ingannat* e ti vuole solo bene. Penso che quando ci si accorge che le persone non sono in armonia con quel che noi siamo, bisogna solo prendere un pò le distanze. Non si può essere amici di tutti e pure nell'amicizia esistono sfumature.
Per molto tempo ho riversato nelle amicizie e nelle conoscenze il mio vissuto passato, il mio bisogno di affetto, di essere al centro dei pensieri di chi mi era vicino, che fosse amic* o compagno di vita. Ed ho interpretato ogni allontanamento come un tradimento o, peggio ancora, come un rifiuto. Ho lavorato su questo e ci sto ancora lavorando. Adesso non vedo più le cose in questo modo. Quando succede - e recentemente è successo ancora - dico a me stessa "capita!". Il che non vuol dire che non ci rimango male, ma che queste cose fanno parte della vita e che non mi sento più "in colpa", come succedeva prima, ad allontanarmi pure io, quando è necessario.
Mettere in pratica, piano piano, queste "regole di vita" mi sta regalando quella leggerezza alla quale aspiro da tanto tempo. L'animo è leggero e questo mi fa stare bene. Non nutro risentimento nei confronti di nessuno, sono troppo impegnata a voler bene a me stessa.