giovedì 8 aprile 2021

Confessioni - seconda parte

 

E' da un po' di tempo che sto prendendo in considerazione i miei pochi rapporti amicali. "Colpa" della pandemia, che ha reso necessario una sorta di "redde rationem" su diversi aspetti della mia vita.
Sto cercando di capire cos'è per me l'amicizia, cosa sono in grado di "offrire" ad un/una amico/a e cosa mi piacerebbe ricevere. Scrutare dentro me stessa comporta anche questo, capire. Soprattutto capire.
La pandemia ci ha tutti un po' isolati, costretti a chiuderci nelle case, nella solitudine di un ufficio dove siamo uno per stanza. Niente cene, niente aperitivi, niente gelati. Solo telefonate o videochiamate che appagano in parte la socialità, la voglia di comunicare. In questo contesto la solitudine è pesante. A me, perlomeno, sta pesando molto. A volte ho una sorta di attacchi di panico, mi sembra di girarmi e rigirarmi in una piscina, dove sono sul fondo e non riesco a riemergere. Sono assalita da un affanno immotivato: cerco qualcuno con cui comunicare, non importa cosa, basta parlare, dire, dirsi, guardarsi negli occhi, in faccia.
Non ho molti amici. Con il passare degli anni è come se avessi fatto (o avessi subìto) una sorta di scrematura. Le persone sono passate e andate via dalla mia vita. Ho capito che è un processo naturale, anche se avrei voluto avere un'amica o un amico fedele, che crescesse con me, che attraversasse con me le tempeste ed i momenti di calma. 
Ho incontrate molte persone. A vent'anni avevo pure una sorta di compagnia (come si chiamava allora) con la quale dividere le giornate festive, tra partite con il pallone, giochi all'aria aperta e cantate con la chitarra. E' stato un periodo molto bello che - lo confesso - qualche volta ho rimpianto.
Poi c'è stata la parrocchia e ci sono stati altri amici. Dodici anni divisi tra le prove del coro parrocchiale e le uscite serali in localini senza pretese, ma con tanta, tantissima allegria e voglia di stare insieme.
Con il lavoro, però, le cose sono sensibilmente cambiate. Non è stato un cambiamento improvviso, ma, piuttosto, lento e protratto nel tempo. Le amicizie si sono diradate. All'inizio per un rapporto affettivo sbagliato ho finito per perdere la maggior parte degli amici di un tempo. Poi ho iniziato a frequentare un gruppo di volontari che sono stati i miei amici per dieci bellissimi anni. Abbiamo condiviso tantissime cose: la passione per l'archeologia, i viaggi, le scampagnate, le cene, la vita... E' stata l'esperienza che ho più rimpianto in questi ultimi anni. Adesso ci penso con un sorriso. Credo di essere riuscita a metabolizzare, come molti amano dire. Avevo buone ragioni per lasciare il gruppo e a tutt'oggi credo di aver preso la giusta decisione.
Dopo queste "tumultuose" esperienze, sempre meno persone si sono affacciate nella mia vita. Sporadici rapporti amicali, alcuni dei quali con colleghe d'ufficio. Rapporti che tuttora perdurano ma sui quali sto riflettendo molto. Per quel che penso, i rapporti nati sul posto di lavoro rischiano di essere inficiati da qualche problema. Innanzitutto il fatto di condividere il luogo di lavoro con tutte le problematiche conseguenti. E poi, mi son chiesta, fino a che punto ci si sceglie? Fino a che punto queste amicizie sono condizionate dal condividere tempi e spazi?
(continua... forse)

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