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lunedì 9 dicembre 2019

Disfatta totale

Venerdì prossimo tornerò in ufficio. Mi piace lavorare ma da qualche anno a questa parte ho voglia solo di andarmene in pensione. L'atmosfera che respiro sul luogo di lavoro, la situazione in cui versa l'Ente, trasformato in una sorta di feudo medioevale, il fatto di essere circondata (io e quelli come me) da personaggi disgustosi, pronti a vendersi alla prima offerta, rende penoso e faticoso questo ritorno.
Da un po' di anni a questa parte la situazione è andata sempre più deteriorandosi. Qualità del lavoro e qualità delle persone sono nettamente scadute. Anche la "qualità" di chi ricopre cariche di responsabilità è andata sempre più diventando un miraggio. Adesso per essere un buon dirigente - almeno dove lavoro io - oppure un buon responsabile e sperare di conservare la tua posizione, devi essere "allineato", pronto a venderti e a farti tappetino, pronto anche a mentire spudoratamente ed anche pronto a giocarti la vita privata quando, obbiettivamente, non ce n'è motivo. Non si bada più al bene dell'Ente e ad un certo benessere dei dipendenti quanto piuttosto a razzolare più soldi possibile, anche punendo il personale con mezzi tutto sommato leciti ma poco lecitamente utilizzati, abilmente manipolati. Chi ha il compito di amministrare è un po' come un moderno Nerone: sensibile agli applausi, alle piaggerie di certo parterre, al consenso ipocrita. Ipocrita perché il "nostro" Nerone sa bene che quel consenso mai sarebbe offerto se lui non fosse quel che è.
Dunque, guai ad avere una propria personalità, un proprio modo di vedere le cose, una propria dignità: si viene spazzati via a favore di coloro che sanno piegarsi a 360 gradi, che sanno prostrarsi, che sanno - appunto - prostituirsi. Perché la prostituzione si esercita anche negli enti pubblici, quando si è pronti a soddisfare tutti i comandi e tutte le richieste di chi detiene ed esercita il potere. Non è necessario vi sia un mercimonio sessuale.
Il "bello", metaforicamente parlando, di questa situazione è che innanzitutto non si è provato a fare nemmeno un minimo di resistenza. Nemmeno da parte sindacale. Anzi, il primo obbiettivo di certi sindacalisti è stato proprio quello di conquistarsi poltrone e tutta una serie di garanzie per sé e per i loro protetti. Il che ha inevitabilmente portato ad uno svilimento della funzione sindacale e ad una perdita di forza nei confronti dell'amministrazione che ora guarda ai sindacati come a delle mosche, fastidiose si, ma solo mosche che possono esser cacciate via con una mano.
Ma neanche i dipendenti hanno fatto resistenza, mostrando un fronte compatto. Tutt'altro. Chi è rimasto fuori da questo delirio - come me ed altri pochi colleghi degni di questo nome - siamo una sparuta minoranza. La maggior parte si è svenduta per avere 2-3 ore di straordinario (lo straordinario non è riconosciuto a tutti, ovviamente!), per altre prebende economiche, per avere un trattamento di favore in caso di trasferimenti e compagnia cantante. Chi resiste ha vita grama, circondato da dipendenti-spie pronti a vendere te dopo aver venduto se stessi.
Bel quadretto, vero? E tante altre cose ci sarebbero da dire. Ci si potrebbe scrivere un libro oppure un bell'articolo su qualche giornale serio (sempre che esistano giornali seri), invitando chi può a reperire le prove (che ci sono, se pure ben nascoste) di questo ennesimo modo mafioso di gestire un pubblico servizio.
Se il nostro fosse un Paese serio e non in mano ai corrotti ed ai corruttori, ci sarebbero gli estremi per prendere a pedate nel culo un sacco di gente, spedendoli dritti dritti, nella migliore delle ipotesi, a coltivare cipolle nei campi. Ma così non è. La realtà è un'altra, triste e miserevole.
E' inutile, dunque, continuare a chiedersi come mai l'Italia affonda poco dignitosamente nel fango quando il marcio ha ben attecchito nel mondo del lavoro sia privato che - gravemente - anche nel pubblico. Bisognerebbe fare tabula rasa di molte situazioni, di molti feudi personali, di molta gente autoreferenziale, corrotta e corruttibile, incapace e senza spina dorsale. Ma cui prodest? direbbero i nostri concretissimi progenitori Romani.
Me ne devo fare una ragione. Tornerò a lavorare consapevole (perché già lo so) che a me è stato tolto un altro pezzettino di stipendio. Per cosa poi? Ad altri, ai corruttibili, a quelli che hanno saputo prostituirsi, invece, è stato dato. Oramai non ci credo più nemmeno io che le cose possono cambiare. Perché gli umani non cambiano. Non tutti, purtroppo.

martedì 1 ottobre 2019

Far agire il cambiamento

Sono "sopravvissuta" ad una sorta di maratona a fini concorsuali, dove per tre giorni non ho fatto altro che stare in piedi e girare come una trottola. Facevo parte della vigilanza, i "cani da guardia" che hanno il compito di controllare che non si copi, non si parli, non ci si serva di mezzi non concessi per tentare di superare la prova.
Ma non è tanto una stanchezza fisica, quella che sento, quanto una stanchezza psicologica, morale, spirituale persino. La stanchezza di avere a che fare con persone che sono involucri vuoti, privi della più elementare dignità. Una metafora di questo Paese sempre più confuso, arrabbiato, in vendita al miglior offerente, dove la parte sana fatica a vivere e a farsi sentire.
Non è che non sapessi tutte queste cose: le vivo quotidianamente sul posto di lavoro ed anche - purtroppo - fuori del posto di lavoro. Forse, mi son detta durante il fine settimana appena trascorso, dando sfogo alle riflessioni a ruota libera, il "problema" è stato che non volevo crederci fino in fondo. Forse faticavo ad accettare che non c'era e non c'è alcuna speranza di cambiamento, al momento. Perché così è, almeno sul posto di lavoro. Faticavo ad arrendermi all'evidenza, insomma.
Quello che ho visto e vissuto durante tre giorni piuttosto faticosi di sorveglianza è stato estremamente educativo, soprattutto dal punto di vista umano, perché qui non è in gioco la "professionalità", ma la dignità e l'umanità, nel senso più ampio del termine, delle persone.
Mi batto il petto facendo il "mea culpa": sono stata, finora, troppo idealista, troppo proiettata in una dimensione che, a conti fatti, è irreale ed irrealizzabile. Ma non è solo questo. E' anche altro, più personale, più "radicale" nel senso di pertinente alle mie radici. E' qualcosa di più personale.
Ho compreso che la mia rabbia, spesso esagerata, nei confronti di situazioni e persone che incontro sul luogo di lavoro, è molto più atavica di quanto credessi. E' stata una sorta di "illuminazione" tra una camicia da stirare ed un'altra da piegare, domenica pomeriggio, quando ero sola in casa. Le "illuminazioni", evidentemente, avvengono negli attimi più banali della nostra vita. Non si annunciano con squilli di trombe e srotolamento di tappeti rossi. Capitano e basta.
La rabbia nei confronti di favoritismi e clientelismo di vario genere è andata a premere su un tasto evidentemente ancora dolorante: il mio bisogno di attenzione. Un bisogno primordiale, oserei dire. Un bisogno comune a tutti gli umani, indipendentemente dall'età. E quando non si riesce ad ottenere attenzione attraverso canali normali quali l'autorevolezza o l'equilibrio di giudizio, si ricorre ad altri canali, spesso sleali, che vanno a compensare le mancanze personali. Ed ecco, allora, frotte di manipolatori, seduttori e aggressori. Ecco, la mia rabbia era ed è, in realtà, frustrazione per la mancata attenzione.
Non è facile confessarlo, per me, anche se è una sensazione catartica, liberatoria. Mi vergogno un po' di come ho "agito" questa rabbia e di quello che mi ha portata a fare. Mi vergogno un po' delle cazzate che ho combinato, del tempo che ho "sprecato"... Mi vergogno un po' ma è una "diminutio capitis" necessaria. E' come se mi fosse caduto un velo dagli occhi.
Adesso aspetto i frutti di questa nuova consapevolezza. So che non devo andarli a cercare ma che si paleseranno quanto prima. Li farò agire nella mia vita, abbandonandomi (altra cosa piuttosto difficile, per me, ma altrettanto necessaria) a quello che gli antichi chiamavano Fato. Mi farò agire dal cambiamento, cercherò di non interferire.
Per salvarmi.

martedì 5 febbraio 2019

L'aiola che oltre che feroci ci rende insofferenti

Quest'inverno sembra non finire mai di dare fastidi e problemi. Roma è diventata una città molto più umida e invivibile del solito. Tutto sembra andare a rotoli: dagli autobus che non passano e quando passano sembrano simili a carrette sgangherate, al manto stradale funestato da vere e proprie voragini; dall'immondizia che sembra aver preso possesso di intere zone di Roma, all'infestante presenza di topi ovunque.
E' sempre più difficile trovare qualcosa di bello a cui aggrapparsi tenacemente. Ogni cosa sembra sommersa dall'incuria, dalla trasandatezza, dal pattume. Che sia una situazione appositamente creata da chi vorrebbe disfarsi dell'attuale Giunta o che sia, piuttosto, l'incapacità dell'attuale Sindaco di gestire il "problema Roma", poco importa. Importa quel che si vede ogni giorno, quel che si vive ogni giorno.
Vivere in questa città è sempre più una punizione, piuttosto che un privilegio. Sembra che ogni cosa sia abbandonata a se stessa e alla buona volontà di "qualcuno" che, per amore della bellezza, del decoro, della dignità comune, provvede come può a cercare di dare una parvenza di pulizia, di ordine, di vera e propria resistenza, ormai. Tutta questa situazione è diventata deprimente per lo spirito. E' come trovarsi in un continuo stato di guerra. Ci si sente impotenti, soverchiati da forze che non si capisce bene come interpellare, come indurre ad intervenire.
Se poi a tutto questo ci si aggiunge il calvario privato di ciascuno di noi cittadini, che dobbiamo destreggiarci con i guai delle nostre vite, con i problemi, i disastri, i ritardi, la sanità che è quello che è, equitalia, disservizi postali/informatici/telematici e quant'altro, i piccoli e grandi malesseri dovuti all'età oppure agli incidenti, il quadro è abbastanza deprimente.
Una volta era bello vivere a Roma. E' innegabile che il clima mite, la quantità di bellezza e di cultura che sono ospitate in questa città unica al mondo dovrebbero rendere la vita di noi cittadini piacevole rispetto ad altre realtà. Da un pò di tempo a questa parte (anni), però, vedo sempre più persone chiuse ed arrabbiate, in giro. Me compresa, lo ammetto. Scoppiano più frequentemente liti per futili motivi; si è tornato a sparare in strada, a picchiare, a derubare, ad aggredire. Si avverte insofferenza, fatica di vivere, aggressività repressa, rabbia e frustrazione. E' come se la città si fosse trasformata in un enorme ring e poco importa che a far da sfondo ci sia il Foro Romano o il Vittoriano. Stiamo tornando a calpestare l'arena del Colosseo, piuttosto.
Ovviamente i rapporti hanno finito per incrinarsi anche tra privati, nei posti di lavoro, nelle famiglie, tra gli amici ed i coniugi/conviventi. Si avverte malessere, incomunicabilità (ed i social hanno la loro parte di responsabilità in tutto questo), incapacità di dialogo, di confronto, mancanza di pazienza. I tempi corrono e le persone corrono con loro.
Io ho deciso di rallentare. Stavo prendendo una china pericolosa. Me ne sono accorta da alcuni segnali del corpo (tendo a somatizzare i disagi del vivere). Mi sono fatta la promessa di non interferire con gli eventi, di non stigmatizzare i comportamenti, di allenarmi a farmi scivolare ogni cosa addosso. Altrimenti questa realtà, questa follia collettiva, finirà per seppellirmi. Non posso più né, tantomeno, voglio accollarmi più responsabilità del necessario. Questo comporterà, tra le tante altre cose, ridefinire i rapporti con mia madre. Ma questo è un discorso che dovrò fare in un secondo momento, con calma. Adesso devo solo iniziare.

lunedì 21 gennaio 2019

Le aquile non volano a stormi

Ultimi "colpi di coda" di un'amicizia trasformatasi in non-so-cosa. Va bene così. Io mi evolvo, io vado avanti, malgrado l'amarezza ed un'iniziale sofferenza. Niente più che un pizzico, un pò di dolore, molto meno di anni fa, adesso quasi del tutto risolta. Panta rei.
Posso dire con certezza una cosa, però: sto imparando. E questo mi rende felice, mi stimola. Con il tempo, per dire, ho imparato a non arroccarmi sulle mie posizioni. Ho imparato ad essere flessibile, possibilista. Ovviamente la flessibilità non deve sconfinare nella pedestre adeguatezza a qualunque giacchetta, così come la comprensione dell'altrui natura non deve portare alla rinuncia alla mia personalità.
Mi sono trovata ad un punto in cui non potevo più giustificare o cercare di capire quel che dall'altra parte non mi si diceva e che io ben sapevo. Ho messo un punto fermo. Io, che, da certi punti di vista, dovrei considerarmi la "parte lesa". Un punto e basta. Non ho voglia di prendere in giro me stessa. Ho fatto quel che potevo e dovevo. Niente da rimproverarmi.
Adesso è subentrata una calma incredibile. A distanza di qualche giorno dal "chiarimento" (che, peraltro, è stato univoco) credo di aver metabolizzato un pò tutta la faccenda, passando dalle forche caudine dell'amarezza, del disincanto, del cinismo ed anche del dolore. Non è cosetta da niente rendersi conto che ero solo io a ritenere questo rapporto un'amicizia nel senso pieno del termine.
In tutto 'sto "ciarpame" è invischiata anche un'altra persona, quella che, fondamentalmente, ha innescato la miccia, se così si può dire, seminando falsità e pettegolezzi senza nessun fondamento di verità. La "prova" l'ho avuta nel momento in cui ho cominciato a mettere insieme una serie di informazioni che mi sono arrivate da più parti. Il problema è che questa persona (sono circondata da menti malate, non c'è che dire!) è talmente manipolatrice che è piuttosto difficile prenderla in castagna. Difficile, ma non impossibile.
Mi chiedo, poi, se ne valga la pena. Se, invece, è meglio lasciar cuocere entrambi nel loro beato brodo ed occuparmi e preoccuparmi di cose e persone più importanti. Ultimamente quest'ipotesi si va facendo sempre più spazio. In linea di massima non sono una persona vendicativa, preferisco dimenticare e mandar fuori la gente dalla mia vita. Solo una parte di me oppone resistenza dicendo che, tutto sommato, un bel "tiro mancino" non ci starebbe male, a volte.
Poi, improvvisamente, la notizia di un lutto per una mia carissima amica riporta tutto a quote più normali. A quelle quote alle quali dovremmo volare, senza perderci dietro stormi inconsistenti che non vanno da nessuna parte. Come scrive Battiato, "le aquile non volano a stormi". Le aquile volano da sole.

Giorni e mesi corrono veloci
la strada è oscura e incerta
e temo di offuscarmi
non prestare orecchio alle menzogne
non farti soffocare dai maligni
non ti nutrire di invidie e gelosie
In silenzio soffro i danni del tempo
le aquile non volano a stormi
vivo è il rimpianto della via smarrita
nell'incerto cammino del ritorno
Seguo la guida degli antichi saggi
mi affido al cuore ed attraverso il male
a chi confessi i tuoi segreti?
Ferito al mattino a sera offeso
salta su un cavallo alato
prima che l'incostanza offuschi lo splendore
In silenzio soffro i danni del tempo
le aquile non volano a stormi
vivo è il rimpianto della via smarrita
nell'incerto cammino del ritorno
shizukani tokino kizuni kurushimu
murewo kundewa tobanai taka
furuki oshiewo tadotte
kokoronomamani konokanashimiwo norikoete
*Franco Battiato*

mercoledì 25 aprile 2018

Cattivi maestri...

Eva Sacconago (Foto: varesenews.it)
Mi incuriosiscono moltissimo le storie di vita "comune", quelle confinate in alcuni programmi televisivi di seconda serata, come se fossero storie di vite che è meglio non conoscere, che è meglio dimenticare e non considerare. Tanto chi li vede i programmi in seconda serata?
Per fortuna sul web viene offerta una varia scelta di repliche di questi programmi ed ogni tanto mi "diletto" a guardarne qualcuna. Uno dei programmi a mio parere meglio strutturati è sicuramente "Un giorno in Procura", che trasmette stralci di processi controversi, talora forti e drammatici, a volte molto noti come il processo per il delitto di Avetrana, a volte quasi sconosciuti.
Questa volta ho visto, in "religioso" silenzio, è il caso di precisarlo, il processo a suor Mariangela Farè, accusata di una serie di atti che non ci si aspetterebbe che una suora possa commettere, ultimo dei quali, gravissimo quanto gli altri, spingere una giovane donna, Eva Sacconago, di 27 anni, al suicidio. E' stata una visione difficile, drammatica, lo confesso, che mi ha lasciato un senso di nausea oltre che un immenso sentimento di pietà e di rammarico per una vita così sfortunata e spezzata precocemente. Un senso, un sentimento, che tuttora mi accompagna attraverso alcune riflessioni, essenzialmente a motivo della fede che, comunque, mi accompagna nel mio cammino.
La storia di Eva Sacconago, perché è lei la vera protagonista, bisogna riconoscerle almeno questo, anche se è morta, è una storia dura e complessa di una ragazza fragile e smarrita lungo le strade dell'adolescenza e dell'età adulta che ha incontrato una cattiva educatrice. Una pessima educatrice, che non ha esitato ad approfittare di un'anima fragile, confusa, disorientata.
Certe storie mi turbano, lo confesso, si insinuano nelle pieghe delle mie convinzioni religiose contaminandole con la diffidenza. Razionalmente posso convenire che la maggior parte di uomini e donne che scelgono la via della fede sono profondamente motivati. Emotivamente, però, percepisco anche che la debolezza della natura umana può deviare e stravolgere certe motivazioni.
Ho a lungo riflettuto su questa storia e sulle sue implicazioni nelle vite di chi vi è stato coinvolto a vario titolo e nelle vite di chi l'ha solamente conosciuta per mezzo dei media, come me. Non ho messo in discussione la mia fede in Dio: non è responsabile del comportamento degli esseri umani, delle loro scelte. In fondo abbiamo deciso e voluto essere liberi che, a mio parere, resta la scelta migliore. E scegliendo la libertà di azione e di pensiero ce ne accolliamo anche le conseguenze.
Metto, piuttosto, in discussione la moralità, il buon senso, la capacità di comprendere - l'intelligenza, in fondo - di certuni che dicono di voler seguire strade ben precise e di continuare a farlo malgrado abbiano una vita palesemente in contrasto con i valori che quelle strade richiedono.
Se, poi, tutto questo porta al suicidio di una giovane, fragile, vita non nego di provare una rabbia che non esito a definire "giusta". Una reazione misurata e razionale ma non meno veemente. Ho imparato a gestire la mia rabbia. Questa "suora", questa che diceva di essere una donna di fede, meriterebbe ben altro rispetto ai quattro anni che le sono stati dati dalla giustizia, con annessi e connessi.
Ha commesso un omicidio senza essersi materialmente sporcata le mani del sangue della sua vittima. Un omicidio dell'anima e del corpo. E mi tornano evangeliche immagini di pietre legate al collo...

Se qualcuno fa perdere la fede a una di queste persone semplici
che credono in me, sarebbe meglio per lui essere gettato
in mare con una grossa pietra legata al collo.
*Marco 9, 42*

sabato 24 marzo 2018

Uomini impotenti

Credo che ci sia un termine per tutto, non solo per la vita. Credo che ci siano tanti "termini", che bisogna accettare, metabolizzare, come va di moda dire oggi. C'è un momento in cui, inevitabilmente, si dice "basta". A tante cose. Pure alle persone.
Questo è un periodo di tanti "basta". A leggere i giornali, ad ascoltare i telegiornali, ci si sente soffocati, smarriti, sfiancati: tanti, troppi "femminicidi". Termine orribile: io parlo di omicidi di donne, di mogli, di madri, di sorelle, di figlie. Omicidi. Uomini che uccidono le donne, come se fosse il titolo di qualche giallo avvolto nelle nebbie di un lontano nord, freddo e ghiacciato, privo di passioni se non quella che porta al gesto estremo.
L'impressione "a freddo" (perché di quella "a caldo" è meglio non parlarne...) è che ci siano uomini, non tutti per carità, che sembrano totalmente incapaci di gestire sia le relazioni personali che i sentimenti. Incapaci. Forse per una non corretta educazione, quella che prevede che il "maschio" eserciti questa sua appartenenza sessuale attraverso prepotenza, arroganza, sopraffazione e violenza. Eppure ad educare questi esemplari di maschi sono proprio, spesso, le donne. Qualcuno vede, in questi "uomini", una sorta di predisposizione emotiva, psicologica, genetica alla violenza. In sostanza l'origine del loro agire si troverebbe, secondo costoro, in qualche genoma non propriamente per la quale.
Con tutta onestà, ritengo che ci siano persone "votate" al male, alla violenza e che attraverso questa esprimano una sostanziale incapacità a rapportarsi con gli altri e ad affrontare tutto ciò che ritengono essere "contro" di loro. Un pò come i bambini ai quali si toglie il giocattolo preferito e che pestano i piedi giungendo fino a gesti eclatanti, come lanciare oggetti, per esempio. Ma un bambino non è un uomo ed esprime in maniera inconsapevole quella selvaggia natura che è comune a tutti noi, in fondo. Ed è lì, su questa natura selvaggia, primitiva, istintuale, che bisognerebbe andare ad agire, a educare, a correggere. Cosa che, purtroppo, spesso, troppo spesso ultimamente, non accade.
C'è una generazione di madri e di padri che non meriterebbero di essere madri e padri. Distratti, egoisti, deboli, impreparati, inesistenti. Primitivi anch'essi come i figli che allevano. Ovviamente non tutti i pargoli che nascono da queste nefaste unioni finiscono per diventare quei mostri impotenti che vediamo sbattuti sui giornali o nei video, molti prendono - per fortuna - strade diverse, decidono di "emanciparsi" veramente. Vogliono strapparsi a certe situazioni di estremo, terribile degrado; riescono a riscattarsi e a "purificarsi" da quella che molti vogliono essere una maledizione genetica.
Restano gli altri, gli impotenti, i deboli, i frustrati, gli ottusi. Quelli che non sanno gestire le emozioni e le pulsioni. Quelli che non dovrebbero mai sposarsi e mettere al mondo figli. Lo so, sono dura, ma ne ho fin sopra i capelli di vite tranciate di netto, scompaginate, ferite a morte o, nella "migliore" delle ipotesi, a vita. Ho la nausea di questi uomini incapaci, inetti, violenti e di donne che non vengono sufficientemente ascoltate, protette, amate.
Questi crimini possono essere prevenuti e tante vite femminili ma anche tante vite ai loro primi passi, possono essere salvate. Occorre solamente applicare severamente le leggi. Occorre che certi uomini vengano allontanati dalle famiglie e che le donne vittime di questi uomini siano protette. Se un uomo perseguita la sua compagna o moglie che sia, deve ricevere pene durissime sin dai suoi primi tentativi. Non gli può essere data un'amichevole pacca sulla spalla da altri uomini, quelli che la legge dovrebbero farla rispettare, quelli che dovrebbero stare dalla parte delle vittime, con la raccomandazione di "non farlo mai più". No. Perché quella non è una pena, è un'autorizzazione a reiterare il reato.
Ci sono uomini, in parallelo a questi disgraziati, che sarebbero ugualmente da perseguire: sono quelli che dovrebbero ascoltare e non ascoltano; dovrebbero punire e non puniscono; dovrebbero credere e non credono. E, purtroppo, accanto a costoro, ci sono pure donne nemiche di altre donne: giudici, madri, sorelle, amiche... E questa è la realtà più dolorosa e difficile da accettare.
Le storie finiscono. Altre ne possono cominciare. Quando la vita finisce, però, non c'è più alcuna speranza di riscatto, di gioia, di nuove possibilità.

giovedì 22 marzo 2018

La primavera tarda ad arrivare

Le cose importanti sono altre. Avevo iniziato questo post sacramentando contro i "centri nevralgici" che guidano il carrozzone che è oramai diventato l'ente in cui lavoro. Poi mi sono fermata. Qualcosa non andava, in quello che stavo scrivendo. Non avevo voglia di scriverlo, ecco. Le parole suonavano stonate, persino l'esposizione era frammentaria ed incoerente. Quel post non dovevo scriverlo, questo è quanto. Perchè le cose importanti sono altre. Qui, sul posto di lavoro come nella vita, siamo solo di passaggio.
Ultimamente sto riflettendo molto sulle cose della vita. Sto riflettendo sui miei comportamenti, sui miei progetti... In realtà sto cercando di ricostruirli, questi progetti. Mi sembra di avere a che fare con un puzzle minuzioso. Finora non ho fatto altro che dare importanza a situazioni e persone che importanza ne hanno ma in misura ridotta. Ho esagerato ed esasperato. E' tempo che riporti tutto su un piano più equilibrato e ragionevole.
Il lavoro mi serve per vivere e per togliermi qualche sfizio. Non è la mia vita, è solo una parte di essa, anche perché non è quello che avrei desiderato fare. E' qualcosa di decoroso che svolgo decorosamente, tutto qui. Le persone che mi circondano, con le quali mi trovo ad interagire per motivi di lavoro, non le avrei mai scelte, se mi fosse stata data la possibilità di farlo. Ma questa è, del resto, anche una scuola di vita che mi aiuta a interfacciarmi con persone diverse ogni volta. Soprattutto tutto questo ha un'importanza relativa.
E' ciò che sono e che voglio essere ad avere importanza. Per troppo tempo mi sono persa di vista inseguendo fole, miti, "ideali" (spesso fuori luogo) di liberté-egalité-fraternité del tutto fuori contesto e fuori dalla realtà. Contestualizzare, questa è la parola d'ordine. Gli ideali sono una cosa, la realtà è un'altra. A volte finiscono miracolosamente per coincidere, ma il più delle volte divergono drammaticamente.
Nel mondo, così come è fatto, così come noi umani l'abbiamo "ridotto", c'è poco spazio per la libertà, per il rispetto, per l'uguaglianza, per i più puri sentimenti fraterni. Sia che le notizie che leggiamo quotidianamente sui giornali siano pilotate sia che non lo siano. Non dico che gli ideali non esistono. Ci sono, eccome se ci sono. Penso solamente che non posso "sprecare" la mia vita dietro l'impossibile. Se mai la devo impiegare proficuamente dietro il possibile.

mercoledì 31 gennaio 2018

Panta Rei

Come tutti gli esseri umani, ci sono cose e persone che tollero poco. Ho capito, però, che l'atteggiamento ostile, un pò rigido e da "divinità superiore" non paga e, soprattutto, non mi appartiene, non più. Adesso sfodero un sorriso di circostanza, non mi allontano "sdegnata", piuttosto parlo del vento e del tempo e glisso sugli argomenti più importanti.
Crescendo si impara. Lo ripeteva sempre mia madre quando avevo qualche anno (più di dieci, sicuramente!) di meno. Allora ero piuttosto scettica: cosa dovevo imparare? Solo ora, a distanza di un numero di anni considerevole, ho capito. Si impara a destreggiarsi nelle situazioni, si impara a gestirle e soprattutto si impara a sapersi gestire che, a ben vedere, è la cosa più importante.
Le persone e le situazioni mi hanno delusa nella misura in cui ho dato modo ad entrambe di farlo. Nella misura in cui ho investito in modo sbagliato su persone e situazioni, creandomi soprattutto delle aspettative. In realtà bisogna che io faccia - e ci sto provando - le cose e che frequenti le persone senza nulla a pretendere. Senza pensare che possa tornarmi indietro qualcosa o che le persone (e le situazioni anche) siano diverse da quel che sono.
Penso che la consapevolezza di questo, la consapevolezza che non ci sono aspettative, che cose e persone sono quel che sono, scioglie da qualsiasi legame, da qualsiasi giogo che intrappola nel facile gioco del "do ut des" di latina memoria. Penso (e comincio anche ad avvertire) che questo sollevare gli altri dalle nostre aspettative è fonte di una grande libertà interiore. Una libertà che voglio prendermi e tenermi stretta.
Per aspera ad astra.
Le vie difficili portano alle stelle.

giovedì 25 gennaio 2018

Esplorando nuovi sentieri

Sta finendo il mese di gennaio, tra recrudescenze di freddo e giornate con temperature che sfiorano e raggiungono i 18 gradi.
Sto facendo un buon lavoro su me stessa. E' un pò come se stessi preparando a ripartorirmi, in effetti. E non è facile ad una certa età, perché si devono fare i conti con una serie di sovrastrutture ben radicate e decise a "vendere cara la pelle". Semplificando molto, si tratta di abitudini. Le abitudini sono comode, rassicuranti. "Si è fatto sempre così", "Ho sempre fatto questa strada" e via elencando. Sono sentieri già battuti da altri, oppure creati faticosamente da noi stessi con un lavoro di "disboscamento" che a volte è immane.
Eppure tutto cambia. Il mondo cambia. La gente cambia. Noi stessi cambiamo e spesso non ce ne rendiamo conto. E quindi anche i sentieri, per quanto rassicuranti, vanno cambiati. Mi viene da pensare agli esploratori del passato, che partivano alla ricerca di nuove terre. Se si fossero fermati alle abitudini, ai sentieri già tracciati, se ne sarebbero stati comodi comodi in casa, di fronte ad un bel fuoco, con una tazza di the caldo in mano, piuttosto che affrontare i milioni di punti interrogativi e gli inevitabili disagi del cambiamento, dell'esplorazione.
E' tempo, per me, di abbandonare certi sentieri già tracciati e di avventurarmi in altri percorsi. E' tempo di mollare anche tutto quello che ho sempre pensato di me stessa e di scoprire cose nuove, sperimentare atteggiamenti diversi.
Sono comprensibilmente curiosa e stimolata. Non mi capitava di esserlo, oramai, da anni (se non da decenni) e penso che sia un buon segno. Almeno per oggi. "Nel diman non v'è certezza", recitava Lorenzo de' Medici ed è un'affermazione che voglio fare mia. Oggi va così. Domani non mi interessa, non lo sto vivendo.
Carpe diem. Vivo solo questo momento.

domenica 7 gennaio 2018

Guardando avanti

I nuovi inizi, inevitabilmente, portano ri-partenze, riesami di situazioni e di atteggiamenti, propositi alcuni manifesti, altri segreti. Inizialmente non mi ero proposta nulla. Esco un po' a pezzi da un anno difficile e confuso e non avevo voglia di fare promesse che, poi, non dipende esclusivamente da me mantenere. Poi, però, in questi giorni, ci ho in parte ripensato.
Non voglio, però, che siano "promesse". Voglio che siano una sorta di "regole" da seguire in questo ballo che è la vita. La prima in assoluto di queste regole è, senza ombra di dubbio alcuno, quella di evitare come la peste le persone che vogliono fare di me una sorta di cestino per i loro problemi. Oramai, grazie anche all'aiuto dell'analisi, ho imparato a riconoscere i sintomi ed ho anche capito perché mi presto a questo gioco "perverso" (una questione di...bisogni "primordiali" in parte disattesi).
In secondo luogo ho voglia di dedicare più tempo alla bellezza che mi sta intorno. Troppo spesso non riesco a vederla, assorbita come sono dalla fretta di tornare a casa o presa da pensieri che non vale la pena pensare. Ci sono scorci paesaggistici, qui a Roma, angoli, vicoli, squarci di normalità che non tutte le città hanno la fortuna di avere. E ci sono giorni che il sole carezza delicatamente i monumenti e le facciate dei palazzi con una luce calda e avvolgente. E ci sono momenti, specialmente la mattina presto, in cui tutto sembra nuovo, appena "creato". E poi ci sono anche persone che vale la pena avvicinare, conoscere, "annusare", così, senza altro proposito che non sia la conoscenza, l'esercizio di una sana curiosità. Senza aspettarsi nulla da nessuno.
Mi rendo conto che mi sono fatta distrarre da cose di pochissima importanza. Ho concentrato forze e volontà sul compito "sbagliato". La costruzione di se stessi è - a mio parere - l'impegno più importante, la strada principale da percorrere. Costruire me stessa significa andare al di là di tante resistenze, cercare di imparare dai miei errori, superare la paura di sbagliare e di non essere la "brava e perfetta bambina". Nessuno è perfetto, come dice uno dei personaggi nella chiusura del film "A qualcuno piace caldo".
Ho capito che finora ho preteso da me troppo. Sono una persona normale, con desideri normali, con un'intelligenza normale. Ci sono cose che riesco a fare e cose che non riesco a fare. Faccio cose giuste e sbagliate. Come tutti, proprio come tutti. Non devo "comprare" nessuno, non devo accattivarmi la benevolenza di nessuno.
Devo solo vivere. E, paradossalmente, spesso mi sembra la cosa più difficile.

mercoledì 27 dicembre 2017

Corsi e ricorsi

Natale è finito, passato, archiviato. Finalmente.
Un tempo amavo l'atmosfera natalizia: entravo in fibrillazione ogni volta che avvertivo, nell'aria, le vibrazioni della festa. Aspettavo con trepidazione le luminarie che allietavano le strade; aprivo, quasi con devozione, le scatole nelle quali erano custoditi i personaggi del presepe, la carta che simulava le montagne, le riproduzioni delle pecorelle e delle galline...
Adesso quasi non mi accorgo che è natale. Quest'anno, un pò per difficoltà finanziarie, un pò per trasferimenti lavorativi, mi sono trovata a due passi dal 25 dicembre senza accorgermene, troppo presa come sono stata da una serie di vicende personali. Ho perso quell'atmosfera che a me piace tanto, ammesso che quest'anno ci fosse, naturalmente. Non ho fatto le mie abituali passeggiate nelle strade del quartiere illuminate per la festa, non mi sono incantata di fronte alle vetrine piene di luci e di lustrini, non ho assaporato la spiritualità dei presepi... Ho capito, però, che devo cambiare qualcosa nel mio modo di affrontare gli eventi, qualunque essi siano, della mia vita. Quando si perde qualcosa è perché è necessario imparare qualcos'altro.
La vigilia di natale c'è stato il consueto "cenone" con parte del parentado. La famiglia si è un po' dispersa, dopo la morte di mia nonna, una vera matriarca. Siamo rimasti in pochi e per molto tempo non si è fatto granché. Quest'anno siamo andati a casa di mia cugina. Cena di pesce, come di consueto alla vigilia. Io che non mangio pesce mi sono "arrangiata". Come di consueto.
Non è stato un gran bel natale, onestamente. Forse mi aspettavo troppo io. Dimentico sempre che il passato difficilmente ritorna. Non voglio ammettere con me stessa, forse, che le atmosfere di un tempo non possono ripetersi. Ho capito, però, che devo farmene una ragione. Tutti quanti noi siamo diversi, la situazione è diversa. Anni e problemi, tanti degli uni quanto degli altri, sono passati sotto i metaforici ponti.
I legami con la mia famiglia d'origine - intendo la mia famiglia "allargata" - sono sempre stati piuttosto problematici. Finché ero troppo piccola per capire le cose, tutto sommato, andavano bene. Mi divertivo con i miei cugini, tutti più o meno della stessa età. Non avevo modo di notare le cose che, più avanti, ho cominciato a vedere. Ed anche a ricordare. La memoria è una dannazione, a volte. Diciamo che il mio carattere un po' particolare, ombroso e schivo, non mi ha facilitata molto crescendo. E di questo ne ha tratto guadagno mia sorella, la beniamina - e tuttora lo è - del gruppo famigliare. Certe cose, una volta sedimentatisi, non cambiano granché nel tempo. In fondo siamo tutti animali abitudinari.
Ho dovuto lavorare moltissimo su me stessa per andare oltre la rabbia, la mortificazione della mia personalità e tutte quelle paranoie che hanno, purtroppo, caratterizzato buona parte della mia adolescenza e della mia età adulta. Quando ho iniziato ad andare dal meccanico ero un grumo concentrato di rabbia pronto ad esplodere. Ce l'avevo con tutti: con i miei genitori per non avermi sufficientemente spronata e compresa; con mia sorella che ho sempre tacciato di ipocrisia (comunque che sia un po' ipocrita lo penso tuttora) e di egocentrismo; con i miei parenti che vedevano (e vedono) solo lei. E' stata durissima, all'inizio, recuperare me stessa. Mi sembrava di fare due passi in avanti e sei indietro.
Ora ho tolto la cornice al quadruccio, come dico spesso. Vale a dire che ho ridimensionato molto i rapporti con i membri della mia famiglia, ho ridimensionato i membri della mia famiglia ed anche la rabbia. Certo, rimane un po' di amarezza per quel che poteva essere e non è stato, ma non vado più alla ricerca di un colpevole. Cerco di scegliere. Cerco di godere delle "piccole gioie quotidiane", per dirla con Battiato. Cerco di valorizzare quella che sono, senza paura di mettermi in luce, quando ho l'occasione di farlo.
Voglio splendere anche io. Voglio parlare e dire e fare e ridere ed avere anche io l'attenzione concentrata su di me. Voglio scegliere e scegliere di non scegliere, se è il caso. Voglio pensare che certa gente sia ipocrita, falsa e infrequentabile senza sensi di colpa. Girare le spalle e pensare ad altro. Voglio perdonare e dimenticare di aver pianto e sofferto a causa di qualcuno. La vita è troppo breve per perdere tempo in queste cose.

martedì 7 febbraio 2017

Bad times, bad men

Sono tempi difficili, non c'è niente da fare. Tempi confusi. Nessun punto di riferimento, milioni di verità, di versioni, di opinioni... La chiamano libertà, ma io penso che "confusione" sia il termine più indicato. I colpevoli non sono mai colpevoli del tutto, nella bontà e nella generosità bisogna sempre fare dietrologia: chissà a cosa mira in realtà, chissà che vuole, chissà perché.
Siamo tutti più diffidenti, più chiusi in noi stessi e nei nostri ipertecnologici cellulari. La capacità di dialogare, di confrontarsi, sta lentamente regredendo all'età della pietra, tant'è che è tornata la "giustizia-fai-da-te" con mazze, coltelli e fucili. Ci si lascia con un sms, ci si mette insieme su facebook o twitter o chissà quale altra diavoleria che, chissà perché, si chiama "social network".
L'incapacità di uscire dal nostro guscio così caldo e protettivo, porta inevitabilmente con sé qualche paranoia. Per dirla terra terra: ce la cantiamo e ce la suoniamo da soli. Ci convinciamo che ciò che pensiamo sia necessariamente più giusto di quello che pensano gli altri, per esempio. Oppure ci convinciamo che là fuori, il mondo bastardo ci vuole solo fagocitare, triturare e sputar via. Cominciamo a vedere pericoli ovunque, persino nei luoghi più "innocenti". Queste paranoie sono amplificate da chi, nelle alte sfere del potere, ha come fine ultimo la manipolazione e l'asservimento delle masse ai suoi voleri. Siamo strumenti facilmente condizionabili.
Un tempo leggevo più quotidiani. Facevo una sorta di "rassegna stampa" mattutina, confrontando titoli e contenuti. Ho smesso di farlo da un pò: ho notato che, a parte lo schieramento politico talvolta disgustosamente manifesto nelle testate giornalistiche, anche le notizie che hanno meno a che fare con la politica vengono strumentalizzate, manipolate, digerite e riproposte magari alterandole un pò per ottenere un effetto piuttosto che un altro.
Personalmente non riesco a capire dov'è la verità. Cos'è la verità, parafrasando Ponzio Pilato. Ci sono ventordicimila verità, in questo isterico mondo. C'è la verità di chi subisce ma anche quella di chi infligge tormenti. Persino chi è palesemente in torto, alla fine, rivendica una sua, a mio modo di vedere illogica e insostenibile, verità. E questo non ha fatto altro che scardinare progressivamente i valori con i quali hanno allevato quelli della mia generazione. Paradossalmente sono proprio alcuni di noi che glielo hanno permesso, arrendendosi prima di combattere.
Comunque sia, comunque vada, penso che l'importante è, per me, non perdere il mio timone interiore. Afferrarmici saldamente e non mollarlo nemmeno nella tempesta più furiosa. Cosa che, ultimamente, è piuttosto difficile. L'avanzare della vita reca con sé, inevitabilmente, turbamenti e paure. Tremori e timori. Certe volte mi vengono in mente immagini del passato, ricordi, emozioni... e tutto mi sembra così irrimediabilmente "passato" e irripetibile. Allora mi viene un pò il respiro corto ed un senso di smarrimento che confina con il panico, più o meno. Secondi che sembrano ore, poi tutto passa.
Panta rei.

lunedì 16 gennaio 2017

Il vuoto del nulla

Voglio trovare un senso a questa vita
Anche se questa vita un senso non ce l'ha
(Vasco Rossi)


E' una domanda che mi vien su specialmente quando leggo i titoli dei giornali (a volte non ho il coraggio di andare oltre i titoli). La gran parte dell'umanità mi sembra avvolta in una spira di violenza, sofferenza, indigenza, narcosi collettiva. E c'è una piccola parte della medesima umanità che si comporta come se non fosse di questo mondo, come se non fosse fatta della stessa "materia" di chi soffre, di chi ha fame, di chi subisce o fa violenza.
Mi sorprendono e, in parte, mi disgustano le notizie di siti per stramiliardari, in cui costoro fanno sfoggio della loro "ricchitudine"; allo stesso modo mi lasciano perplessa (in negativo) i social in cui ci si espone come carne in macelleria, tette e culi un tanto al chilo. Ragazze più o meno belle con la bocca a culo di gallina, i glutei esageratamente evidenziati, le pose che rasentano quelle delle pornostar... Perché? Perché tutto questo "sfoggiare", sbattere in faccia ricchezza o corpi palestrati, siliconati, gonfiati? La vita è, dunque, solo superficie, apparenza?
Ste cose mi rattristano. Mi sembra di essere circondata da un mondo fatto a bolla di sapone, finto, pronto a scoppiare da un momento all'altro. Mi sento fuori posto, una specie di disadattata, autistica, che tarda a capire. Perché se tutti fanno così, tu che non capisci sei lo scemo di turno.
Ieri, ad esempio, in una nota trasmissione televisiva (nota soprattutto per le polemiche che suscita e il trash che produce), è stata ospitata una ragazzina di 18 anni (per me a 18 si è ancora "ragazzini"), una schermitrice, molto carina, che sul suo profilo Instagram si mostra in diverse pose, audaci, ammiccanti, culo e tette sempre attentamente in vista, sguardo malandrino, bocca rigorosamente a culo di gallina. Motivo dell'ospitata: un giocatore di calcio avrebbe chiesto, sempre su Instagram, alla suddetta ragazzina, di mandargli un particolare più ravvicinato del lato B (un giro di parole per dire "culo") perché aveva il dubbio che fosse rifatto (dubbi esistenziali davvero! Di quelli che non ci dormi la notte e non ci mangi il giorno). Lei si è piccata, gli ha risposto che era "malato" e lui l'ha bannata. Ora lei è pentita e vorrebbe rimettersi in contatto con la macchina da soldi. Non si sa mai.
Ecco, a me ste cose mi disgustano un pò. E' il trionfo dell'ignoranza, dell'apparenza, del vuoto. Si, il vuoto totale, assoluto, irrimediabile. Vite annoiate che passano da un selfie ad una chat ad un altro selfie senza soluzione di continuità. Se appari sei, esisti. Questo l'assioma. La vita diventa, quindi, una sorta di spettacolo continuo, finquando madre natura non decide di "bastonarti" facendoti calare le tette e ammosciandoti il viso e il culo, che poi sono - a ben vedere! - la stessa cosa.
Tutt'intorno è più o meno così. Vite spese ad imitare, più che a coltivare la propria originalità. Mi sembra di camminare e vivere in un mondo di cloni, di bambole gonfiabili, senza anima, senza cervello. E' spaventoso. L'incomunicabilità non è mai stata a questi livelli. Ci si parla sui social networks, mica di persona. Ci si mette insieme via chat. Si litiga e si fa pace su whatsapp; si muore per un "like" non dato...
Forse è vero che c'è troppa cocaina nell'aria.
Forse è vero che siamo al tramonto e che dovrà esserci un'umanità nuova...
Sicuramente è vero che in questo modo non si può andare molto avanti.