Quest'inverno sembra non finire mai di dare fastidi e problemi. Roma è diventata una città molto più umida e invivibile del solito. Tutto sembra andare a rotoli: dagli autobus che non passano e quando passano sembrano simili a carrette sgangherate, al manto stradale funestato da vere e proprie voragini; dall'immondizia che sembra aver preso possesso di intere zone di Roma, all'infestante presenza di topi ovunque.
E' sempre più difficile trovare qualcosa di bello a cui aggrapparsi tenacemente. Ogni cosa sembra sommersa dall'incuria, dalla trasandatezza, dal pattume. Che sia una situazione appositamente creata da chi vorrebbe disfarsi dell'attuale Giunta o che sia, piuttosto, l'incapacità dell'attuale Sindaco di gestire il "problema Roma", poco importa. Importa quel che si vede ogni giorno, quel che si vive ogni giorno.
Vivere in questa città è sempre più una punizione, piuttosto che un privilegio. Sembra che ogni cosa sia abbandonata a se stessa e alla buona volontà di "qualcuno" che, per amore della bellezza, del decoro, della dignità comune, provvede come può a cercare di dare una parvenza di pulizia, di ordine, di vera e propria resistenza, ormai. Tutta questa situazione è diventata deprimente per lo spirito. E' come trovarsi in un continuo stato di guerra. Ci si sente impotenti, soverchiati da forze che non si capisce bene come interpellare, come indurre ad intervenire.
Se poi a tutto questo ci si aggiunge il calvario privato di ciascuno di noi cittadini, che dobbiamo destreggiarci con i guai delle nostre vite, con i problemi, i disastri, i ritardi, la sanità che è quello che è, equitalia, disservizi postali/informatici/telematici e quant'altro, i piccoli e grandi malesseri dovuti all'età oppure agli incidenti, il quadro è abbastanza deprimente.
Una volta era bello vivere a Roma. E' innegabile che il clima mite, la quantità di bellezza e di cultura che sono ospitate in questa città unica al mondo dovrebbero rendere la vita di noi cittadini piacevole rispetto ad altre realtà. Da un pò di tempo a questa parte (anni), però, vedo sempre più persone chiuse ed arrabbiate, in giro. Me compresa, lo ammetto. Scoppiano più frequentemente liti per futili motivi; si è tornato a sparare in strada, a picchiare, a derubare, ad aggredire. Si avverte insofferenza, fatica di vivere, aggressività repressa, rabbia e frustrazione. E' come se la città si fosse trasformata in un enorme ring e poco importa che a far da sfondo ci sia il Foro Romano o il Vittoriano. Stiamo tornando a calpestare l'arena del Colosseo, piuttosto.
Ovviamente i rapporti hanno finito per incrinarsi anche tra privati, nei posti di lavoro, nelle famiglie, tra gli amici ed i coniugi/conviventi. Si avverte malessere, incomunicabilità (ed i social hanno la loro parte di responsabilità in tutto questo), incapacità di dialogo, di confronto, mancanza di pazienza. I tempi corrono e le persone corrono con loro.
Io ho deciso di rallentare. Stavo prendendo una china pericolosa. Me ne sono accorta da alcuni segnali del corpo (tendo a somatizzare i disagi del vivere). Mi sono fatta la promessa di non interferire con gli eventi, di non stigmatizzare i comportamenti, di allenarmi a farmi scivolare ogni cosa addosso. Altrimenti questa realtà, questa follia collettiva, finirà per seppellirmi. Non posso più né, tantomeno, voglio accollarmi più responsabilità del necessario. Questo comporterà, tra le tante altre cose, ridefinire i rapporti con mia madre. Ma questo è un discorso che dovrò fare in un secondo momento, con calma. Adesso devo solo iniziare.
E' sempre più difficile trovare qualcosa di bello a cui aggrapparsi tenacemente. Ogni cosa sembra sommersa dall'incuria, dalla trasandatezza, dal pattume. Che sia una situazione appositamente creata da chi vorrebbe disfarsi dell'attuale Giunta o che sia, piuttosto, l'incapacità dell'attuale Sindaco di gestire il "problema Roma", poco importa. Importa quel che si vede ogni giorno, quel che si vive ogni giorno.
Vivere in questa città è sempre più una punizione, piuttosto che un privilegio. Sembra che ogni cosa sia abbandonata a se stessa e alla buona volontà di "qualcuno" che, per amore della bellezza, del decoro, della dignità comune, provvede come può a cercare di dare una parvenza di pulizia, di ordine, di vera e propria resistenza, ormai. Tutta questa situazione è diventata deprimente per lo spirito. E' come trovarsi in un continuo stato di guerra. Ci si sente impotenti, soverchiati da forze che non si capisce bene come interpellare, come indurre ad intervenire.
Se poi a tutto questo ci si aggiunge il calvario privato di ciascuno di noi cittadini, che dobbiamo destreggiarci con i guai delle nostre vite, con i problemi, i disastri, i ritardi, la sanità che è quello che è, equitalia, disservizi postali/informatici/telematici e quant'altro, i piccoli e grandi malesseri dovuti all'età oppure agli incidenti, il quadro è abbastanza deprimente.
Una volta era bello vivere a Roma. E' innegabile che il clima mite, la quantità di bellezza e di cultura che sono ospitate in questa città unica al mondo dovrebbero rendere la vita di noi cittadini piacevole rispetto ad altre realtà. Da un pò di tempo a questa parte (anni), però, vedo sempre più persone chiuse ed arrabbiate, in giro. Me compresa, lo ammetto. Scoppiano più frequentemente liti per futili motivi; si è tornato a sparare in strada, a picchiare, a derubare, ad aggredire. Si avverte insofferenza, fatica di vivere, aggressività repressa, rabbia e frustrazione. E' come se la città si fosse trasformata in un enorme ring e poco importa che a far da sfondo ci sia il Foro Romano o il Vittoriano. Stiamo tornando a calpestare l'arena del Colosseo, piuttosto.
Ovviamente i rapporti hanno finito per incrinarsi anche tra privati, nei posti di lavoro, nelle famiglie, tra gli amici ed i coniugi/conviventi. Si avverte malessere, incomunicabilità (ed i social hanno la loro parte di responsabilità in tutto questo), incapacità di dialogo, di confronto, mancanza di pazienza. I tempi corrono e le persone corrono con loro.
Io ho deciso di rallentare. Stavo prendendo una china pericolosa. Me ne sono accorta da alcuni segnali del corpo (tendo a somatizzare i disagi del vivere). Mi sono fatta la promessa di non interferire con gli eventi, di non stigmatizzare i comportamenti, di allenarmi a farmi scivolare ogni cosa addosso. Altrimenti questa realtà, questa follia collettiva, finirà per seppellirmi. Non posso più né, tantomeno, voglio accollarmi più responsabilità del necessario. Questo comporterà, tra le tante altre cose, ridefinire i rapporti con mia madre. Ma questo è un discorso che dovrò fare in un secondo momento, con calma. Adesso devo solo iniziare.

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