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sabato 11 aprile 2026

Al di là

Sono nella tempesta, prima o poi passerà, lo so. Al momento mi sta "regalando" momenti di tristezza, di malinconia, di rabbia.
Ci sono momenti in cui mi sento avvolta dalla solitudine, dal silenzio e mi prende un pò il panico. Sembra che siano spariti tutti dalla mia vita: amici e parenti. Oppure che mi sia allontanata io da tutti loro quasi senza accorgermene (almeno in alcuni casi, per quel che riguarda altre situazioni il mio allontanamento è stato deliberato, voluto).
Sto imparando a fare le cose da sola, a cercare aiuto da sola, a costruire anche brevi collegamenti in base alle mie esigenze. Mi sembra di essere "regredita" ai primi decenni della mia vita, quando mi guardavo intorno e guardavo il mondo che mi sembrava allora (ed in parte mi sembra anche adesso) una sorta di isola misteriosa ed in parte pericolosa. 
Abbiamo venduto, nel frattempo, la casa dove sia mia sorella che io abbiamo vissuto per trent'anni. Stiamo raccogliendo ricordi, rimasugli di vita, fotografie, posate e bicchieri mai utilizzati, asciugamani ricamati a mano anch'essi mai utilizzati... Ogni cosa, ogni bicchiere, ogni fotografia è un colpo al cuore che bisogna superare in nome dell'impellente consegna dell'appartamento. Trent'anni evaporati nell'arco di pochi mesi. E' così che va la vita, anche così. E credo che sia giusto, in fondo. Si vive il presente e non il passato, il tempo che abbiamo davanti ogni giorno. Ed è così che sto cercando di fare, lasciando il passato al passato, sforzandomi di rimanere centrata nell'attimo presente.
Sono un pò stanca, sia fisicamente che emotivamente. Quando sarà stipulato il rogito e saranno sistemate altre piccole cose che chiuderanno tutto, non so come starò. Mi capita di pensare che potrebbe esserci una sorta di "tracollo emotivo" ma sto lavorando anche su questo, affinché prevalga la salvaguardia della mia salute. Per questo ho iniziato ad andare da uno psicologo, perché voglio guarire emotivamente, voglio pensare a me stessa, a recuperare quella che realmente sono. Voglio finalmente guardarmi al di là dei condizionamenti e delle sovrastrutture che mi sono state costruite intorno e che mi sono costruita anch'io.
Voglio finalmente iniziare a volermi bene sul serio.

lunedì 31 marzo 2025

In viaggio con me stessa

Ho intrapreso il viaggio più difficile, quello dentro me stessa. 
In me stessa porto ancora quella bambina bisognosa di affetto ed attenzioni. E' lì, con i suoi capelli lisci a caschetto e la frangia sugli occhi. E' lì che mi guarda, con quei grandi occhi tristi, ad implorarmi di volerle bene, di fare attenzione alla sua esistenza. Di prenderla per mano.
Ho una gran tenerezza nei confronti della me bambina. Avverto tutta la sua fragilità, quella che, in parte, ancora mi affligge. Avverto il suo bisogno di avere sicurezze, affetto, conforto. So anche che solo io posso darle tutto questo. Dovrò trovare le parole giuste, rovistando nelle cassepanche dell'esperienza, del cammino finora fatto, di quello che ho letto. Ma, credo, la cosa che più di ogni altra è fondamentale è un grande, caldo abbraccio. Per farla sentire al sicuro.
Il mondo è diventato un posto pericoloso, brutto, sciatto, popolato di pupazzetti plastificati, rifatti, preoccupati solo del loro aspetto fisico e non del niente che hanno dentro. La me stessa bambina è spaventata, si sente indifesa, fragile. Spesso si stringe a me chiedendomi con gli occhi aiuto, protezione.
Lo smarrimento che spesso provo è anche il suo. Il suo è primordiale, popolato di mostri, di rumori improvvisi che non conosce; il mio è più mediato dalla ragione, dall'analisi dei fatti. E' uno smarrimento che non deriva da mostri e rumori strani. E' uno smarrimento per la sensazione di mancanza di umanità, di bellezza, di empatia da parte di quelli che si definiscono donne e uomini.
Ciascuno ha la sua strada da percorrere, comunque. Addentriamoci, mano nella mano la me bambina ed io, in questa foresta in cui l'oscurità è appena filtrata dalle fronde di alberi sconosciuti. Mettiamo bene i piedi sul terreno e teniamo saldo il cuore. Coltiviamo la fiducia che non siamo nati per morire o per essere infelici. Dobbiamo crederci fino in fondo. E cerchiamo la bellezza anche nell'oscurità. Perché sono convinta che la bellezza c'è, magari un pò strapazzata, un pò nascosta. Bisogna "avere occhi" per vederla. Ci guiderà lei e la fiducia che omnia vincit amor...
Andiamo, dunque.

lunedì 1 gennaio 2024

Uscire dal buio

Primo giorno di un nuovo anno. Intorno c'è il silenzio. Tutti dormono. Ieri sera ci sono stati festeggiamenti che si son prolungati fino alle ore piccole. E ci sono stati i botti, un modo discutibile (a parer mio) di terminare un ciclo ed aprirne un altro.
I ricordi - inevitabili in questo periodo dell'anno - mi hanno riportata, per un po', ai tanti capodanni passati fuori casa. Avevo una sana voglia di stare con gli amici e divertirmi. Un anno sono andata via persino con la febbre. Ricordo i "famigerati" trenini con il sottofondo della samba, le risate, i brindisi, l'allegria tipica di chi è giovane e avido di vita.
Questi ultimi anni sono stati un po' sotto tono. L'età ha in parte il suo peso, ma anche la sensazione di essere intrappolata in una sorta di prigione dalla quale non riesco del tutto a liberarmi.
Ieri ho prenotato una visita culturale per domenica prossima. Sono mesi che non esco dalla tana. Mesi che non mi nutro di bellezza. Mi sono avvolta nella tristezza e nella routine come se fossero delle coperte. Alla fine, però, mi hanno quasi soffocata. C'è tanto, fuori, da vedere. Devo riprendere la vecchia me per mano e sradicarla da una situazione che si è fatta stagnante come una pericolosa palude.
Mi sono resa conto, mentre i fuochi d'artificio rompevano, ieri sera tardi, il silenzio, che mi sono adagiata su una situazione che, per certi versi, non posso cambiare perché non dipendente del tutto da me. Sono diventata poco reattiva, quasi rassegnata. Non ho cercato un modo per andare avanti, non ho attivato tutto quello che poteva distrarmi dal periodo che stavo vivendo. Ho rinunciato ad avere una vita ed a coltivare le cose che ho sempre amato: archeologia, arte, fotografia, passeggiate, viaggi...
E' tempo di cambiare. Un passo alla volta. Non mi sento, in verità, molta forza. Il "leone ruggente" che ho dentro di me e che si sente ferito e arrabbiato, mi succhia un bel po' di energia. Certe volte non mi capisco, vorrei cambiare il modo di approcciare gli eventi ma mi sembra sempre di fallire. Non riesco a coltivare l'autostima, il "ben pensare" di me. Forse l'educazione, forse chissà...
E' tempo di cambiare. Lo credo fermamente. Sono giunta ad un'età nella quale più forte è il richiamo alla riflessione, al conoscere me stessa. Gli anni della spensieratezza e della leggerezza sono lontani. E' tempo di raccogliere i frutti anche di quei tempi leggeri.
Sabato scorso ero al Campidoglio, in attesa che aprissero i cancelli per poter visitare una mostra. Mi sono seduta sulla stessa panchina sulla quale ero seduta tanti anni fa quando - a 16-17 anni - venivo qui a pensare, a fare i conti con una certa qual solitudine, la stessa - più o meno - che mi accompagna fraternamente anche adesso.
Improvvisamente è come se la me stessa di allora fosse seduta accanto a me. Quella ragazzina sola e pensierosa, che aveva gli occhi fissi su quel panorama di rovine e che si sentiva lontana anni luce dal mondo e da quel momento. Ed è stato come guardare un'altra me, una me che non era più, quasi un'estranea. Un fantasma. Avrei voluto prendere per mano quell'adolescente e farle compagnia, ascoltarla parlare, confidarsi, confessare le sue paure e le sue speranze. Le foglie di questo strano inverno continuavano a cadere leggere e silenziose. Ho percepito chiaramente quanto sono diversa da quella che ero un tempo e non è solo una questione anagrafica.
Tornando a casa, dopo essermi immersa nella bellezza, ho deciso che è ora di uscire dal buio in cui mi sono cacciata da sola. E' ora di prendere per mano quell'adolescente e di ripartire. Da me. Per vie altre. Voglio tirar fuori da me il coraggio e la determinazione per far questo viaggio che non posso più rimandare.

giovedì 8 aprile 2021

Confessioni - seconda parte

 

E' da un po' di tempo che sto prendendo in considerazione i miei pochi rapporti amicali. "Colpa" della pandemia, che ha reso necessario una sorta di "redde rationem" su diversi aspetti della mia vita.
Sto cercando di capire cos'è per me l'amicizia, cosa sono in grado di "offrire" ad un/una amico/a e cosa mi piacerebbe ricevere. Scrutare dentro me stessa comporta anche questo, capire. Soprattutto capire.
La pandemia ci ha tutti un po' isolati, costretti a chiuderci nelle case, nella solitudine di un ufficio dove siamo uno per stanza. Niente cene, niente aperitivi, niente gelati. Solo telefonate o videochiamate che appagano in parte la socialità, la voglia di comunicare. In questo contesto la solitudine è pesante. A me, perlomeno, sta pesando molto. A volte ho una sorta di attacchi di panico, mi sembra di girarmi e rigirarmi in una piscina, dove sono sul fondo e non riesco a riemergere. Sono assalita da un affanno immotivato: cerco qualcuno con cui comunicare, non importa cosa, basta parlare, dire, dirsi, guardarsi negli occhi, in faccia.
Non ho molti amici. Con il passare degli anni è come se avessi fatto (o avessi subìto) una sorta di scrematura. Le persone sono passate e andate via dalla mia vita. Ho capito che è un processo naturale, anche se avrei voluto avere un'amica o un amico fedele, che crescesse con me, che attraversasse con me le tempeste ed i momenti di calma. 
Ho incontrate molte persone. A vent'anni avevo pure una sorta di compagnia (come si chiamava allora) con la quale dividere le giornate festive, tra partite con il pallone, giochi all'aria aperta e cantate con la chitarra. E' stato un periodo molto bello che - lo confesso - qualche volta ho rimpianto.
Poi c'è stata la parrocchia e ci sono stati altri amici. Dodici anni divisi tra le prove del coro parrocchiale e le uscite serali in localini senza pretese, ma con tanta, tantissima allegria e voglia di stare insieme.
Con il lavoro, però, le cose sono sensibilmente cambiate. Non è stato un cambiamento improvviso, ma, piuttosto, lento e protratto nel tempo. Le amicizie si sono diradate. All'inizio per un rapporto affettivo sbagliato ho finito per perdere la maggior parte degli amici di un tempo. Poi ho iniziato a frequentare un gruppo di volontari che sono stati i miei amici per dieci bellissimi anni. Abbiamo condiviso tantissime cose: la passione per l'archeologia, i viaggi, le scampagnate, le cene, la vita... E' stata l'esperienza che ho più rimpianto in questi ultimi anni. Adesso ci penso con un sorriso. Credo di essere riuscita a metabolizzare, come molti amano dire. Avevo buone ragioni per lasciare il gruppo e a tutt'oggi credo di aver preso la giusta decisione.
Dopo queste "tumultuose" esperienze, sempre meno persone si sono affacciate nella mia vita. Sporadici rapporti amicali, alcuni dei quali con colleghe d'ufficio. Rapporti che tuttora perdurano ma sui quali sto riflettendo molto. Per quel che penso, i rapporti nati sul posto di lavoro rischiano di essere inficiati da qualche problema. Innanzitutto il fatto di condividere il luogo di lavoro con tutte le problematiche conseguenti. E poi, mi son chiesta, fino a che punto ci si sceglie? Fino a che punto queste amicizie sono condizionate dal condividere tempi e spazi?
(continua... forse)

lunedì 17 settembre 2018

Echi di primavera...

Lunedì afoso. L'umidità rende irrespirabile l'aria. Stamattina, chissà perché, sono stata letteralmente assalita da un flusso di ricordi che oserei definire "ancestrali". Si sono materializzati, quasi dal nulla, i volti di ragazzi e ragazze che ho frequentato ai bei tempi della spensierata gioventù. E' stato un colpo basso. Secco. E poi di lunedì...
Mi son chiesta quanto è rimasto di tutti noi, quanto è rimasto dei nostri sogni e delle nostre speranze. E cosa, alla fine, siamo diventati tutti quanti. E se era quello che volevamo, quello che siamo diventati.
Com'è possibile che gli anni più belli (perché lo sono, è inutile negarlo), le esperienze più importanti e formative e le persone con le quali condividi la primavera della vita con annessi e connessi alla fine evaporino come neve al sole. Spesso mi sono "incolpata" di queste dissoluzioni, attribuendole al mio "cattivo" carattere, ad una certa timidezza o pigrizia.
Con il tempo ho imparato che a volte le cose vanno così, che non sempre ci sono le risposte alle domande. Per molto tempo ho pensato che coloro con i quali dividevo le prime esperienze, le serate fuori al pub, le prime pizze, le prime confidenze, le prime simpatie dovessero essere quelli con i quali avrei camminato sempre nella vita. Perché ci conoscevamo meglio, perché è importante con chi fai i primi passi nel mondo dei "grandi", perché eravamo come fratelli.
Si cambia. L'ho imparato tardi. Fa parte del naturale svolgersi della vita. E' la vita stessa che, spesso, ti cambia. Rimane, di quegli impareggiabili, splendidi anni, la struggente malinconia dei ricordi, dei momenti, di qualche non confessato rimpianto.

giovedì 28 dicembre 2017

Cazzeggio libero... o quasi

Confesso che a me i Maneskin piacciono molto. Oggi sono sul trend "leggero". Mi piacciono questi quattro ragazzi romani e non mi piacciono solo perché sono romani. Mi piace il loro modo di stare sul palco, il loro modo di "recitare", di calarsi nella parte. Veri animali da palcoscenico.
Sicuramente il frontman (si chiama così, mi dicono, colui che "trascina" un gruppo musicale, solitamente si tratta del cantante, che si espone, ci mette la faccia, insomma) ha un carisma innegabile. Possono stare anche antipatici, per carità, ma non si può negare che ci sappiano fare e che sappiano il fatto loro.
Ma c'è anche un altro motivo per il quale mi piacciono, questi ragazzi. E' legato alla dolce malinconia di certi ricordi. Quando li ho visti in tivvù o su internet (non ho Sky, rete sulla quale è stato trasmesso X Factor, il programma che li ha fatti conoscere urbi et orbi), il pensiero è andato immediatamente a qualche decennio fa. In loro ho rivisto altri tre ragazzi, anche loro una band, che speravano di sfondare oltre le feste di premiazione di qualche compagnia assicurativa.
Li conoscevo, quei tre ragazzi. Di tanto in tanto assistevo pure alle prove dei loro pezzi, nella stanza della casa di uno di loro, altro che "studi"! Erano molto seri ed amavano la musica più delle ragazze, tant'è che quando la ragazza di uno di loro cercò di "mettersi di traverso" perché si sentiva trascurata e, forse, un po' "tradita", ci furono sonori chiarimenti, è il caso di dirlo. La musica è una donna gelosa, non tollera intromissioni di altre passioni, quella ragazza doveva rassegnarsi o mollare.
I Maneskin mi hanno fatto venire in mente quei tre amici - Alessandro, Massimiliano e Mauro - che suonavano pezzi degli Eagles alle premiazioni in parrocchia. I Maneskin, però, hanno una grinta e una determinazione che erano estranei a quei tre ragazzi. Del resto erano tempi "altri", si suonava in parrocchia, in qualche cantina semisconosciuta, a qualche festa di compleanno. Si sognava il posto fisso, si steccava con la benzina, si chiedeva l'automobile al padre o al fratello maggiore. E ci si vedeva, in futuro, su qualche palco, osannati e richiesti da un folto stuolo di ragazzine e ragazzini. Intanto i vinili o le cassette si registravano investendoci sopra i propri risparmi.
Eravamo un gruppo di giovani spensierati ed ingenui, noi tutti di quella compagnia di amici. Ritengo che l'ingenuità non faccia parte del bagaglio dei Maneskin, ma intuisco in loro una certa semplicità di fondo. Sono giovanissimi, del resto, ma sono anche "macchine da guerra" ben collaudate. Quello che non erano Alessandro, Massimiliano e Mauro, anche se la musica la sapevano fare.
All'epoca il frontman del gruppo era certamente Alessandro, voce e basso, un casco di riccioli scuri e grandi occhi anch'essi scuri come i riccioli. Anche lui, come Damiano, il frontman dei Maneskin, era bello e magnetico. Tante gli svolazzavano intorno con gli occhi a cuoricino. Ricordo certi "trenini" brasiliani alle feste di fine d'anno, il prendersi in giro parafrasando canzoni che andavano in voga all'epoca, la voglia di giocare tutti insieme rincorrendosi per le vie del centro.
Ecco, i Maneskin mi hanno riportato indietro di qualche decennio, hanno risvegliato ricordi e sensazioni che avevo chiuso in una sorta di cassapanca interiore, sicura di non doverli più tirar fuori. Mi hanno fatto provare un po' di tenerezza, di malinconia... con il loro modo di fare sfrontato, com'è logico che sia per ragazzi non ancora ventenni, che sentono di avere il fuoco nelle vene e il mondo da conquistare. E' un po' come se fossi tornata "giovane" anch'io, in fondo, a riprova che certe emozioni, certe sensazioni, non invecchiano mai. Davvero.
Un'ultima notazione. In un'intervista a "Il Tempo", Damiano David, frontman dei Maneskin, alla domanda se siano più arroganti o ambiziosi, risponde: "Tutti e due, siamo già arrivati sul palco con l’etichetta di antipatici, siamo “coatti” perché il coatto ha l’arroganza, l’irriverenza per non temere i confrontarsi con chi è più vecchio. Siamo adolescenti normali cui la vita da adolescenti va stretta”. E in queste parole ci ritrovo tutta la me stessa di quando avevo i loro anni...

mercoledì 27 dicembre 2017

Corsi e ricorsi

Natale è finito, passato, archiviato. Finalmente.
Un tempo amavo l'atmosfera natalizia: entravo in fibrillazione ogni volta che avvertivo, nell'aria, le vibrazioni della festa. Aspettavo con trepidazione le luminarie che allietavano le strade; aprivo, quasi con devozione, le scatole nelle quali erano custoditi i personaggi del presepe, la carta che simulava le montagne, le riproduzioni delle pecorelle e delle galline...
Adesso quasi non mi accorgo che è natale. Quest'anno, un pò per difficoltà finanziarie, un pò per trasferimenti lavorativi, mi sono trovata a due passi dal 25 dicembre senza accorgermene, troppo presa come sono stata da una serie di vicende personali. Ho perso quell'atmosfera che a me piace tanto, ammesso che quest'anno ci fosse, naturalmente. Non ho fatto le mie abituali passeggiate nelle strade del quartiere illuminate per la festa, non mi sono incantata di fronte alle vetrine piene di luci e di lustrini, non ho assaporato la spiritualità dei presepi... Ho capito, però, che devo cambiare qualcosa nel mio modo di affrontare gli eventi, qualunque essi siano, della mia vita. Quando si perde qualcosa è perché è necessario imparare qualcos'altro.
La vigilia di natale c'è stato il consueto "cenone" con parte del parentado. La famiglia si è un po' dispersa, dopo la morte di mia nonna, una vera matriarca. Siamo rimasti in pochi e per molto tempo non si è fatto granché. Quest'anno siamo andati a casa di mia cugina. Cena di pesce, come di consueto alla vigilia. Io che non mangio pesce mi sono "arrangiata". Come di consueto.
Non è stato un gran bel natale, onestamente. Forse mi aspettavo troppo io. Dimentico sempre che il passato difficilmente ritorna. Non voglio ammettere con me stessa, forse, che le atmosfere di un tempo non possono ripetersi. Ho capito, però, che devo farmene una ragione. Tutti quanti noi siamo diversi, la situazione è diversa. Anni e problemi, tanti degli uni quanto degli altri, sono passati sotto i metaforici ponti.
I legami con la mia famiglia d'origine - intendo la mia famiglia "allargata" - sono sempre stati piuttosto problematici. Finché ero troppo piccola per capire le cose, tutto sommato, andavano bene. Mi divertivo con i miei cugini, tutti più o meno della stessa età. Non avevo modo di notare le cose che, più avanti, ho cominciato a vedere. Ed anche a ricordare. La memoria è una dannazione, a volte. Diciamo che il mio carattere un po' particolare, ombroso e schivo, non mi ha facilitata molto crescendo. E di questo ne ha tratto guadagno mia sorella, la beniamina - e tuttora lo è - del gruppo famigliare. Certe cose, una volta sedimentatisi, non cambiano granché nel tempo. In fondo siamo tutti animali abitudinari.
Ho dovuto lavorare moltissimo su me stessa per andare oltre la rabbia, la mortificazione della mia personalità e tutte quelle paranoie che hanno, purtroppo, caratterizzato buona parte della mia adolescenza e della mia età adulta. Quando ho iniziato ad andare dal meccanico ero un grumo concentrato di rabbia pronto ad esplodere. Ce l'avevo con tutti: con i miei genitori per non avermi sufficientemente spronata e compresa; con mia sorella che ho sempre tacciato di ipocrisia (comunque che sia un po' ipocrita lo penso tuttora) e di egocentrismo; con i miei parenti che vedevano (e vedono) solo lei. E' stata durissima, all'inizio, recuperare me stessa. Mi sembrava di fare due passi in avanti e sei indietro.
Ora ho tolto la cornice al quadruccio, come dico spesso. Vale a dire che ho ridimensionato molto i rapporti con i membri della mia famiglia, ho ridimensionato i membri della mia famiglia ed anche la rabbia. Certo, rimane un po' di amarezza per quel che poteva essere e non è stato, ma non vado più alla ricerca di un colpevole. Cerco di scegliere. Cerco di godere delle "piccole gioie quotidiane", per dirla con Battiato. Cerco di valorizzare quella che sono, senza paura di mettermi in luce, quando ho l'occasione di farlo.
Voglio splendere anche io. Voglio parlare e dire e fare e ridere ed avere anche io l'attenzione concentrata su di me. Voglio scegliere e scegliere di non scegliere, se è il caso. Voglio pensare che certa gente sia ipocrita, falsa e infrequentabile senza sensi di colpa. Girare le spalle e pensare ad altro. Voglio perdonare e dimenticare di aver pianto e sofferto a causa di qualcuno. La vita è troppo breve per perdere tempo in queste cose.

martedì 19 dicembre 2017

Tempo di vivere...

Il Natale porta sempre, per me, un pò di malinconia. Forse per i bambini è diverso. I bambini sanno vedere le luci, la magia dell'attesa, sanno leggere con il cuore senza sovrastrutture. Da adulti impariamo, forse, troppo ad utilizzare il cervello dimenticandoci di quest'organo pulsante che si incarica non solo dei sentimenti, ma di pompare sangue in tutto il nostro corpo.
Ricordo altri Natali, oramai confinati nelle nebbie del "mito". Ricordo l'allegria, la magia, l'attesa, lo stupore, la voglia di non andare a dormire... E' così un pò tutti gli anni, la questione dei ricordi, intendo. Quasi ogni anno sto lì, che con lo sguardo perso nel vuoto "proietto" il film dei miei Natali felici. Credo di essere un pò sadomasochista, a questo punto...
Quest'anno andremo da mia cugina. Gli ultimi "scampoli" della nostra un tempo numerosa famiglia... Uno dei miei cugini, quasi coetaneo, è morto lo scorso anno. Un'altra mia cugina, tre anni più di me, è morta nel silenzio di rapporti parentali difficili per non dire inesistenti. Siamo rimasti in pochi, pochissimi. Adesso ci sono i figli di questi cugini ad animare le veglie natalizie con la loro vivacità. I tempi cambiano. Il tempo passa.
Questo Natale è arrivato, devo dire, quasi di soppiatto, in sordina. O forse è solo una mia impressione. Un giorno sono tornata dal lavoro e mi sono trovata le luminarie per le strade e gli addobbi natalizi nelle vetrine. "E' quasi Natale!", ricordo di aver pensato con stupore. E mi sono chiesta come non me ne fossi accorta prima: il calendario ce l'ho pure io a casa, e l'eterna questione delle ferie l'ho affrontata pure io in ufficio. Una "distrazione" che mi fa pensare.
Credo che sia tempo che io cambi qualcosa, nella mia vita. Finora mi sono lasciata assorbire troppo dai problemi del lavoro e mi sono troppo concentrata su una sorta di malinconico autocompiacimento. C'è tutta una vita, fuori. Ci sono persone, ci sono cose da fare, ci sono gusti da assaporare, colori e suoni di cui stupirsi... Ci sono Natali ed Epifanie e Pasque da vivere e condividere...
Faccio un bel pò di fatica, per una serie di motivi che abbiamo ampiamente analizzato con il "meccanico", ma so che non posso più far finta di niente, non posso più chiudermi e rinchiudermi. Ci sarà tempo per morire, ora è il tempo di vivere.

martedì 7 febbraio 2017

Bad times, bad men

Sono tempi difficili, non c'è niente da fare. Tempi confusi. Nessun punto di riferimento, milioni di verità, di versioni, di opinioni... La chiamano libertà, ma io penso che "confusione" sia il termine più indicato. I colpevoli non sono mai colpevoli del tutto, nella bontà e nella generosità bisogna sempre fare dietrologia: chissà a cosa mira in realtà, chissà che vuole, chissà perché.
Siamo tutti più diffidenti, più chiusi in noi stessi e nei nostri ipertecnologici cellulari. La capacità di dialogare, di confrontarsi, sta lentamente regredendo all'età della pietra, tant'è che è tornata la "giustizia-fai-da-te" con mazze, coltelli e fucili. Ci si lascia con un sms, ci si mette insieme su facebook o twitter o chissà quale altra diavoleria che, chissà perché, si chiama "social network".
L'incapacità di uscire dal nostro guscio così caldo e protettivo, porta inevitabilmente con sé qualche paranoia. Per dirla terra terra: ce la cantiamo e ce la suoniamo da soli. Ci convinciamo che ciò che pensiamo sia necessariamente più giusto di quello che pensano gli altri, per esempio. Oppure ci convinciamo che là fuori, il mondo bastardo ci vuole solo fagocitare, triturare e sputar via. Cominciamo a vedere pericoli ovunque, persino nei luoghi più "innocenti". Queste paranoie sono amplificate da chi, nelle alte sfere del potere, ha come fine ultimo la manipolazione e l'asservimento delle masse ai suoi voleri. Siamo strumenti facilmente condizionabili.
Un tempo leggevo più quotidiani. Facevo una sorta di "rassegna stampa" mattutina, confrontando titoli e contenuti. Ho smesso di farlo da un pò: ho notato che, a parte lo schieramento politico talvolta disgustosamente manifesto nelle testate giornalistiche, anche le notizie che hanno meno a che fare con la politica vengono strumentalizzate, manipolate, digerite e riproposte magari alterandole un pò per ottenere un effetto piuttosto che un altro.
Personalmente non riesco a capire dov'è la verità. Cos'è la verità, parafrasando Ponzio Pilato. Ci sono ventordicimila verità, in questo isterico mondo. C'è la verità di chi subisce ma anche quella di chi infligge tormenti. Persino chi è palesemente in torto, alla fine, rivendica una sua, a mio modo di vedere illogica e insostenibile, verità. E questo non ha fatto altro che scardinare progressivamente i valori con i quali hanno allevato quelli della mia generazione. Paradossalmente sono proprio alcuni di noi che glielo hanno permesso, arrendendosi prima di combattere.
Comunque sia, comunque vada, penso che l'importante è, per me, non perdere il mio timone interiore. Afferrarmici saldamente e non mollarlo nemmeno nella tempesta più furiosa. Cosa che, ultimamente, è piuttosto difficile. L'avanzare della vita reca con sé, inevitabilmente, turbamenti e paure. Tremori e timori. Certe volte mi vengono in mente immagini del passato, ricordi, emozioni... e tutto mi sembra così irrimediabilmente "passato" e irripetibile. Allora mi viene un pò il respiro corto ed un senso di smarrimento che confina con il panico, più o meno. Secondi che sembrano ore, poi tutto passa.
Panta rei.

mercoledì 4 gennaio 2017

L'addio

Ieri sono andata ad un funerale. E' morto il padre di un amico, dopo una lunga malattia. Ho rivissuto, nel corso del viaggio verso la chiesa e durante la cerimonia, le emozioni e i ricordi legati alla morte di mio padre.
Sarà perché abbiamo parlato molto, con questo amico, del suo rapporto con il padre, delle vicende della sua malattia, del suo scendere - lento e sofferto - verso il porto di partenza definitivo. A volte sembra che le morti si somiglino. Un pò come gli addii.
Di fronte alla "nera signora" siamo nudi e soli, non c'è niente da fare. Mi viene in mente, a tal proposito, la splendida lastra della Tomba del Tuffatore custodita nel Museo di Paestum. Questo giovane uomo (all'epoca la vita era molto più breve) ritratto sospeso tra il mondo di qua e l'oltretomba, in uno slancio che appartiene già ad un mondo diverso da quello dei vivi. Ecco, di fronte alla morte, penso, siamo un pò come il Tuffatore: soli, ancora ancorati al mondo, vicino come il piedistallo dell'affresco, eppure già proiettati verso quell'aldilà non definito che è pronto ad accoglierci.
Non sappiamo cosa ci sia oltre. Chi ha una fede più forte della mia è convinto che ci sia un mondo migliore, che il Padreterno sta lì, pronto ad accogliere le nostre anime deboli, confuse e spaventate. Ma nessuno è tornato a raccontarci cosa davvero succede, per cui ciascuno può dipingere l'ultramondano secondo la fede, la cultura, le paure, le aspettative che ha.
Ricordo di aver carezzato la fronte di mio padre. Era ancora caldo quando sono arrivata in ospedale. Sembrava essersi addormentato, uno dei suoi sonni a bocca aperta. Sapevo che così non era, però. Sapevo che non lo avrei più rivisto, che non avrei più sentito la sua voce né la sua risata. Mi sono imposta di conservarne il ricordo dentro di me, come una fotografia da tirar fuori nei momenti in cui mi prende, struggente, la malinconia e il rimpianto.
Ieri, sommessamente, tra me e me, ho avvertito le medesime sensazioni di allora (due anni fa, oramai). Ero con altre persone, per cui non mi sono concessa il "lusso" delle emozioni. Sono molto schiva, preferisco vivere certe cose quando so di essere sola, ma i ricordi c'erano tutti, vividi come se fosse accaduto l'altro ieri. Forse è stato proprio ieri che ho trovato il coraggio di lasciar andare mio padre...

giovedì 29 dicembre 2016

L'anno degli addii...

Il 2016 si lascerà dietro, quando finalmente se ne andrà, pochissimi rimpianti. E' stato un anno horribilis veramente.
Innanzitutto è stato un anno bisestile e, come dicono gli antichi adagi: "anno bisesto, anno funesto". Gli eventi luttuosi, soprattutto nel mondo dello spettacolo, sono stati tanti: frammenti del passato mio e di tanti altri della mia fascia di età, dei ricordi sono andati via con gli artisti che hanno lasciato per sempre la scena di questo mondo. Inevitabile che si colleghi un artista o una canzone ai momenti del proprio vissuto. Le colonne sonore dell'adolescenza, insomma, quelle che fanno sembrare tutto un film, drammi compresi.
E' vero che taluni artisti non erano più giovanotti pieni di vigore, ma non per questo si era appannata la loro "aurea", quella che li ha resi simboli al di là delle generazioni. Simboli trasversali, come piace dire a molti, ultimamente. Mi viene da fare paragoni con il panorama miserevole dei nostri giorni, ma mi astengo e mi limito a "panorama miserevole": non ci sono paragoni da fare.
Scrivevo che alcuni degli artisti erano legati alla mia adolescenza. David Bowie e George Michael in particolare. Diversi come l'acqua e il vino, oserei dire, per genere e per "cultura" musicale, accomunati dall'appartenenza ad un range temporale sovrapponibile. Anni d'oro, quelli, anni felici, se considerati alla luce della mediocrità (per non dire dello squallore) espresso in più campi in questi "ultimi" venti anni. Si, lo so, sono un tantino nostalgica, ma sono contenta di aver vissuto quegli anni, se pure la mia consapevolezza non era - all'epoca - propriamente ottimale. La giovane età non gioca sempre a favore della consapevolezza, anzi...
Ecco, dunque, questo 2016 si porta via anche una gran parte del mio passato, collocandolo in quella che gli antichi definivano "Età dell'Oro". Forse è così che si "costruisce" il mito: con la memoria edulcolorata e con un pizzico di rimpianto. Personalmente mi sento un pò più "orfana". E' come quando un terremoto fa tabula rasa di tutto quello che c'è su un territorio e chi sopravvive si trova a dover costruire daccapo, con poche indicazioni e molto smarrimento.
Non avrò rimpianti riguardo a quest'anno. E' stato difficile sotto molti punti di vista e non solo per la sottoscritta. Ho sentito ben pochi manifestare serenità e gioia. Comunque non festeggerò la fine di questo ciclo. Non è tempo di veglioni, di cenoni, di allegria forzata della serie "tiriamoci su da soli, visto che la vita non ci agevola". E' un pò di tempo a questa parte che ho poca voglia di compagnia, ad onor del vero. E poi sono tutte convenzioni: abbiamo bisogno di sospirate "fini" e di nuovi inizi, ma il tempo è ciclico, in realtà, un continuum che non ha né fine né inzio.