giovedì 28 dicembre 2017

Cazzeggio libero... o quasi

Confesso che a me i Maneskin piacciono molto. Oggi sono sul trend "leggero". Mi piacciono questi quattro ragazzi romani e non mi piacciono solo perché sono romani. Mi piace il loro modo di stare sul palco, il loro modo di "recitare", di calarsi nella parte. Veri animali da palcoscenico.
Sicuramente il frontman (si chiama così, mi dicono, colui che "trascina" un gruppo musicale, solitamente si tratta del cantante, che si espone, ci mette la faccia, insomma) ha un carisma innegabile. Possono stare anche antipatici, per carità, ma non si può negare che ci sappiano fare e che sappiano il fatto loro.
Ma c'è anche un altro motivo per il quale mi piacciono, questi ragazzi. E' legato alla dolce malinconia di certi ricordi. Quando li ho visti in tivvù o su internet (non ho Sky, rete sulla quale è stato trasmesso X Factor, il programma che li ha fatti conoscere urbi et orbi), il pensiero è andato immediatamente a qualche decennio fa. In loro ho rivisto altri tre ragazzi, anche loro una band, che speravano di sfondare oltre le feste di premiazione di qualche compagnia assicurativa.
Li conoscevo, quei tre ragazzi. Di tanto in tanto assistevo pure alle prove dei loro pezzi, nella stanza della casa di uno di loro, altro che "studi"! Erano molto seri ed amavano la musica più delle ragazze, tant'è che quando la ragazza di uno di loro cercò di "mettersi di traverso" perché si sentiva trascurata e, forse, un po' "tradita", ci furono sonori chiarimenti, è il caso di dirlo. La musica è una donna gelosa, non tollera intromissioni di altre passioni, quella ragazza doveva rassegnarsi o mollare.
I Maneskin mi hanno fatto venire in mente quei tre amici - Alessandro, Massimiliano e Mauro - che suonavano pezzi degli Eagles alle premiazioni in parrocchia. I Maneskin, però, hanno una grinta e una determinazione che erano estranei a quei tre ragazzi. Del resto erano tempi "altri", si suonava in parrocchia, in qualche cantina semisconosciuta, a qualche festa di compleanno. Si sognava il posto fisso, si steccava con la benzina, si chiedeva l'automobile al padre o al fratello maggiore. E ci si vedeva, in futuro, su qualche palco, osannati e richiesti da un folto stuolo di ragazzine e ragazzini. Intanto i vinili o le cassette si registravano investendoci sopra i propri risparmi.
Eravamo un gruppo di giovani spensierati ed ingenui, noi tutti di quella compagnia di amici. Ritengo che l'ingenuità non faccia parte del bagaglio dei Maneskin, ma intuisco in loro una certa semplicità di fondo. Sono giovanissimi, del resto, ma sono anche "macchine da guerra" ben collaudate. Quello che non erano Alessandro, Massimiliano e Mauro, anche se la musica la sapevano fare.
All'epoca il frontman del gruppo era certamente Alessandro, voce e basso, un casco di riccioli scuri e grandi occhi anch'essi scuri come i riccioli. Anche lui, come Damiano, il frontman dei Maneskin, era bello e magnetico. Tante gli svolazzavano intorno con gli occhi a cuoricino. Ricordo certi "trenini" brasiliani alle feste di fine d'anno, il prendersi in giro parafrasando canzoni che andavano in voga all'epoca, la voglia di giocare tutti insieme rincorrendosi per le vie del centro.
Ecco, i Maneskin mi hanno riportato indietro di qualche decennio, hanno risvegliato ricordi e sensazioni che avevo chiuso in una sorta di cassapanca interiore, sicura di non doverli più tirar fuori. Mi hanno fatto provare un po' di tenerezza, di malinconia... con il loro modo di fare sfrontato, com'è logico che sia per ragazzi non ancora ventenni, che sentono di avere il fuoco nelle vene e il mondo da conquistare. E' un po' come se fossi tornata "giovane" anch'io, in fondo, a riprova che certe emozioni, certe sensazioni, non invecchiano mai. Davvero.
Un'ultima notazione. In un'intervista a "Il Tempo", Damiano David, frontman dei Maneskin, alla domanda se siano più arroganti o ambiziosi, risponde: "Tutti e due, siamo già arrivati sul palco con l’etichetta di antipatici, siamo “coatti” perché il coatto ha l’arroganza, l’irriverenza per non temere i confrontarsi con chi è più vecchio. Siamo adolescenti normali cui la vita da adolescenti va stretta”. E in queste parole ci ritrovo tutta la me stessa di quando avevo i loro anni...

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