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domenica 21 novembre 2021

Tempi senza futuro

E' da un pò che non scrivo qualcosa. Gli eventi personali si sono accavallati, sovrapposti, dipanati in una sorta di trama di film drammatico.
Mio cognato è morto. Un tumore al fegato, non curabile, non operabile. Un'agonia vissuta quasi in diretta innanzitutto da mia sorella, poi da me, che lo sentivo al cellulare quasi ogni giorno. Sentivo la sua voce farsi più affannata e sofferente. Sentivo le sue parole, ancora improntate alla speranza di uscirne fuori o, forse, a posteriori, volte a dare a me e a chi ci parlava la speranza che sarebbe guarito, che sarebbe andato finalmente in pensione e si sarebbe goduto la vita. 
La morte di mio cognato è stata ed è tuttora un trauma difficile da superare. Soprattutto per mia sorella, naturalmente, che ha seguito in diretta il progressivo frantumarsi delle speranze di guarigioni, il progressivo deteriorarsi della salute di suo marito. Ma è stato un trauma anche per me, che in mio cognato ho trovato il fratello che avrei voluto avere.
Era una persona allegra e leggera, mio cognato. Sorrideva e rideva spesso, era di compagnia, andava d'accordo con quasi tutti ed era benvoluto (che strano utilizzare questo termine) da tutti. Era stato praticamente "adottato" dalla mia famiglia, poiché la sua non era di quelle che possono definirsi famiglie amorevoli ed unite. Una famiglia disfunzionale, l'ho chiamata io, con una madre interessata solo ai soldi ed un fratello praticamente inesistente e legato alla madre in modo simbiotico quasi.
Ora mio cognato, mio fratello, non c'è più. Mia sorella è distrutta. In lei si alternano il dolore, la rabbia, lo sconcerto, la tristezza, la solitudine. Mi sento impotente. Cerco di aiutarla, ma sono consapevole che non posso farlo più di tanto. Non posso sollevarla dal suo dolore, è un'impresa titanica. E sono piombata in qualcosa che somiglia alla depressione anch'io. Sto riprendendo le gocce di calmante (tutte di origine naturale, ovviamente) per riappropriarmi di quella quiete che tanto mi manca.
Si sono sovrapposte troppe cose, ultimamente: la pandemia, il nefasto trasferimento di lavoro, la morte di mio cognato... Troppo spesso sento le lacrime a fior di ciglia e non riesco a piangere. Mi chiedo se c'è una fine a questo tunnel oscuro e quando arriverà. I giorni mi sembrano tutti uguali, monotoni, quasi inutili. Faccio una fatica tremenda a cercare una motivazione per andare avanti, a cercare qualcosa di bello in tutto quello che mi circonda. 
Sono stanca. E' come se fossi caduta a terra e faticassi a rialzarmi. Perché è come se non mi volessi rialzare, come se volessi semplicemente essere lasciata lì, a terra. 
A volte mi assale la paura, lo confesso. Paura di non farcela, di andare sempre più giù, di finire in chissà quale girone infernale che mi risucchi l'anima ed anche la vita. E non è giusto. Non voglio che sia così. Voglio vivere. Voglio godere delle bellezza di questa vita, dei colori, dei luoghi a me cari, del silenzio, del sole, del cielo... E' una resistenza disperata, con le unghie e con i denti. 
Ho paura, un sentimento complesso, sfaccettato, che comprende tante altre sensazioni, emozioni, pensieri, timori. Paura di qualcosa che non so cosa sia, che non vedo ma che avverto solamente a livello emotivo, psicologico, di sensazione. Ed è peggio, penso, aver paura di qualcosa che non si può toccare.
Ce la farò? Non lo so. Ragiono giorno per giorno, vivo giorno per giorno, non riesco a fare più previsioni, non ha senso. Non ha più senso. Un giorno ce la faccio, il giorno seguente mi sembra di annegare. Navigo a vista. Ancora non mi sono adattata alla leggerezza, all'imponderabile, alla lievità. Ancora mi sembra di avere catene che mi tirano in basso.
Mi è rimasta solo la fede...

domenica 11 aprile 2021

Confessioni - Quarta parte

E rieccomi. Queste "confessioni" mi stanno risultando un po' difficili. Certe volte mi sembra di scrivere di un'altra persona. Mi meraviglio di tante cose che non corrispondono a quella che sono. Eppure... eppure ero io.
Comunque, scrivevo dell'amicizia, in precedenza. Già, l'amicizia. Sempre idealizzata, cercata, ambita, desiderata, agognata. Avrei voluto avere un amico del cuore, qualcuno al quale confidare tutto quello che tenevo custodito nel mio animo. A quindici anni ce l'hanno quasi tutti. Già. Quasi.
Le mie confidenze a quindici anni le facevo ad un diario, un'agenda rossa riciclata, sulle cui righe amavo scrivere con la penna stilografica. Ce l'ho ancora, quell'agenda. Ogni tanto vado a sbirciare tra le pagine oramai ingiallite e non mi ritrovo. Rivedo l'adolescente che ero con tutte le sue paranoie, ma non mi riconosco. 
Quelle righe vergate da una scrittura regolare, quasi infantile, parlano di una sete d'affetto, di amore, incredibile. Forse inestinguibile. E l'amicizia è una forma d'amore. Ed io quell'amore non lo avevo, all'epoca. Se ripercorro i rari ricordi di allora, mi rammento che non riuscivo a comprendere cosa di me non piacesse agli altri. Una volta davo la colpa agli occhiali troppo spessi, un'altra al fatto di avere forme un po' generose; un'altra ancora al fatto che non ero troppo "sveglia", nel senso che non capivo le dinamiche degli adolescenti, dei loro desideri. Forse per un'educazione troppo severa, che aveva teso a proteggermi da tante (troppe!) cose.
Comunque di amici, nella mia vita, ne sono transitati pochi. Pochi veri, intendo. Le amicizie superficiali, invece, sono state diverse ed appaganti quanto può essere un piatto di pasta quando hai fame. Poi, però, finisce tutto.
Adesso? Ogni tanto soffro di crisi di astinenza, lo confesso. Il vuoto affettivo è rimasto, se pure mitigato da altri amori, da altre compensazioni che non sono un modo per accontentarmi. Quando ero più giovane avvertivo una voragine, adesso c'è solo uno spazio vuoto che tale è rimasto: quello dell'amico o dell'amica del cuore. Spesso, quando sto male (e l'anno passato, per motivi diversi, è stato per me un annus horribilis) mi viene una sorta di ansia che deve essere placata: devo parlare con qualcuno, cercare chi conosca il mio linguaggio ed il mio vissuto. Puntualmente non trovo mai nessuno. Scorro la rubrica sul cellulare e non provo l'istinto di chiamare nessuno.
Questo mi fa riflettere, molto più di quanto già non riflettessi un tempo. Se non c'è nessuno che vorrei chiamare vuol dire che, in realtà, non c'è nessuno che io consideri un amico vero. Sto cercando di accettare la mia fondamentale solitudine, che è la solitudine di molti, in definitiva. Il che non esclude che possa avere relazioni pseudo amicali a breve termine. Le accetto per quello che sono e per quel che durano. Anche se il vuoto resta lì.
Passo molto tempo in silenzio, ora, cercando di superare anche quegli attacchi di panico e quella sensazione di soffocamento che spesso mi assalgono. Cerco, in ufficio, di non alzarmi più alla ricerca di qualche anima buona che si faccia due chiacchiere con me. Rimango seduta. Respiro profondamente. Mi concentro. Cerco di calmare la mente e lo spirito e di sentire il silenzio per quello che è. Fuori e dentro di me.
Ci sono persone con le quali dialogo. Al momento ho rinunciato ad utilizzare il termine "amico". Non lo farò finquando non avrò messo a posto le "cose" dentro di me. Non ci sentiamo di frequente. Spesso i dialoghi sono incentrati sul lavoro e le frustrazioni del lavoro. Ci si vede, raramente (adesso, poi, per niente!) si va a cena fuori. Quando succedeva, prima dell'era covid, personalmente mi sentivo spesso a disagio. Ma, forse, era "colpa" del personaggio che mi ero costruita, il camaleonte. L'ansia da prestazione, insomma.
Adesso sento l'esigenza primaria di fare amicizia con me, di vivere me stessa come realmente sono e di superare i timori della non accettazione da parte degli altri. Di correre questo "rischio", il rischio di volermi realmente bene e di accettarmi per quella che sono. Malgrado avverta i "morsi" della fame di amicizia, devo imparare ad ignorarli. Per il momento. Devo imparare a stare da sola. In silenzio.

martedì 6 aprile 2021

Confessioni - prima parte

Questi tempi così difficili e tragici mi stanno facendo riflettere su molte cose. Innanzitutto sullo stare sola con me stessa. Il virus, volenti o nolenti, ci ha allontanati dagli altri, ci ha costretti a camminare con le nostre malferme gambe. Con le mie malferme gambe.
Lentamente sto realizzando quanto poco mi conosca. Quanto poco conosca i moti del mio animo, i miei desideri, le mie paure, i miei smarrimenti. Lo scorso anno è stato come trovarmi in mezzo ad un tornado. Non che ne sia uscita, beninteso! E' che adesso sto raccogliendo tutto quello che il tornado ha sparpagliato intorno a me.
E' stato come se qualcuno fosse entrato in casa mia e l'avesse messa completamente a soqquadro. Di fronte al caos, al disordine, mi sono sentita smarrita ed ancora un po' lo sono. Alla pandemia si è aggiunto un trasferimento lavorativo che non ho ancora metabolizzato, in un settore che mi sta procurando non poco stress ed altri problemi di carattere psicologico. Finora non ne ho scritto perché ero consapevole di essere confusa, di non pensare chiaramente. Le poche righe che mi capitava di scrivere erano una sorta di caos di sentimenti, di emozioni, di paure.
Dunque mi sono resa conto di non conoscermi così bene come credevo. La me stessa ante covid è una persona che adesso mi è del tutto estranea, sconosciuta. Una persona che, per certi versi, viveva una vita non completamente sua. La me stessa di qualche tempo fa sembrava vivere per compiacere gli altri, per corrispondere all'idea che gli altri si erano fatta di lei. Per "sete" di affetto, di compagnia, di considerazione. Il prezzo è stato perdere me stessa. Lentamente e senza che me ne rendessi conto fino ad ora. Ora che ho a che fare con tutti i miei irrisolti, tutte le mie paure, tutte le mie "mancanze" che, lo so bene, non possono essere del tutto colmate.
Sto imparando che non si cresce necessariamente allo stesso modo. C'è chi matura prima, c'è chi certe cose le comprende più tardi. Ma, poi, mi chiedo, esiste davvero un "prima" ed un "dopo"? All'inizio mi sono colpevolizzata non poco perché non ero "all'altezza" degli altri, che certe cose le hanno capite e fatte prima di me. Pensavo che i miei tempi fossero sbagliati. Pensavo di dover "essere all'altezza" di una certa opinione di me che avevo maturato negli anni, vale a dire che dovevo essere idealista, amante della giustizia, onesta, leale, corretta e via elencando. Era un po' come fare i compiti in classe, insomma, ma questo l'ho capito solo da poco.
Il fatto è che non devo recitare una parte. Quelle qualità, quei valori, erano e sono i miei valori ma non andavano "recitati" come in una piece teatrale. Soprattutto non andavano esibiti come medaglie su una giacca. Alla fine c'è stato una sorta di "scollamento", in me. La giustizia si è trasformata in una malcelata rabbia per le ingiustizie che subivo (e non solo io, beninteso!) ogni giorno, soprattutto sul lavoro. L'idealismo ha sfiorato quasi l'assolutismo, quello che fa dire: chi non è con me è contro di me e va punito. Ho portato tutto all'esasperazione, all'estremizzazione. Una sorta di delirio.

sabato 27 marzo 2021

Annus horribilis

Questa pandemia sta facendo emergere il meglio ed il peggio degli umani (se taluni possono essere ancora definiti tali, beninteso). Siamo diventati più cattivi, più chiusi, più individualisti. Alla solidarietà encomiabile di giovani ed associazioni, corrisponde sempre più spesso una sorta di follia collettiva che porta a prevaricare il prossimo in nome del benessere personale.
Con un termine edulcorato lo si può definire "egoismo", ma essere gentili e buoni e moderati non è più possibile, oramai. Bisogna guardare le cose in faccia come sono e chiamarle con il loro nome. 
I canti sui balconi sono terminati. La grande solidarietà è stata cacciata - almeno sui giornali e sui siti di notizie - all'ultimo posto. Ora le cronache sono zeppe di notizie di aggressioni, di violenza, di baby gang, di furti e compagnia cantante. Un diffuso senso di insicurezza e paura pervade noi tutti. Lo si respira, quasi. E già ci si guardava con diffidenza per via di questo maledetto virus, figuriamoci adesso!
Per quel che riguarda il lavoro, almeno la realtà che vivo in prima persona, le cose sono nettamente peggiorate. Innanzitutto i rapporti umani sono sempre più difficili per non dire quasi inesistenti. Non ci si fida più gli uni degli altri. E' vero, è una situazione pregressa all'epidemia, che affonda le sue radici in una pessima gestione degli uffici pubblici. 
Si, la situazione è pregressa, nell'ente dove lavoro. La pandemia non ha fatto altro che aggravare la situazione. Le vessazioni si sono acuite e moltiplicate. Senza che nessuno muova un dito, senza che nessuno intervenga e questo fa sentire i pochi onesti che ancora resistono in uno stato di sofferenza spesso intollerabile.
La pandemia è diventata la scusa dietro la quale nascondere le più bieche nefandezze. Il guaio è che la pandemia non è una scusa, ma una realtà terribile, che da un anno ci fa "compagnia", che si è portata via quasi una generazione, che ci sta tenendo lontani gli uni dagli altri. Che ci siano soggetti che profittano di questa situazione per i loro porci comodi, mi fa inorridire. Inorridire.
Oramai non mi fido più di nessuno e questo fa male anche a me. Trascorro molto tempo in silenzio. Non ho voglia di sentire nessuno e parlare, dialogare, interloquire mi riesce sempre più difficile. Mi chiedo spesso come saremo una volta che sarà passato questo uragano. Come sarà la società che, oramai, siamo abituati a vedere passare da una zona rossa ad una arancione e viceversa? Come saremo noi tutti?
Onestamente non riesco ad immaginare nemmeno un futuro prossimo. E' tutto buio, impreciso, incerto, labile. Mi contento di vivere alla giornata. Un giorno va bene, il seguente non va per niente per il verso giusto: un'alternanza che sto imparando ad accettare. Del resto che altro potrei fare?
Ma questo non è vivere. E' cercare di cavarsela, di galleggiare. 
Dentro di me avverto il ringhio sordo della rabbia e dell'insoddisfazione. E' come se, dentro di me, ci fosse una belva tenuta per troppo tempo in cattività. Una belva che ha dovuto sopportare, subire, fare buon viso a cattivo gioco e che non ne può più. Confesso che a volte ho paura. Che conseguenze avrà tutto questo sul mio futuro, ammesso che futuro - prossimo o remoto che sia - ci sarà?

lunedì 16 dicembre 2019

Passaggi lenti

In questi giorni percepisco chiaramente tutta la mia fragiltà, tutti i miei limiti, tutte le mie paure. Mi sento letteralmente in alto mare. Sarà perché ho seriamente messo in discussione una serie di scelte e di atteggiamenti (miei, ovviamente). Sarà perché, anche, ho deciso di vivere più profondamente la mia fede, dopo aver "lottato" per diverso tempo con una parte di me stessa, con il mondo intero (più o meno) e con la mia problematica autostima.
In questa fase di ritorno dalla convalescenza sto camminando pianissimo, così come mi è stato consigliato dalla fisioterapista. Ed anche questo mi sta offrendo una visione del mondo diversa ed anche una visione della vita e delle cose della vita che prima non avevo, presa com'ero a cercare di tornare a casa dal lavoro il prima possibile, a cercare di sopravvivere in un ambiente lavorativo ostile e deprimente. Non devo sopravvivere, devo, piuttosto, vivere. Anche se le condizioni intorno non sono favorevoli, non sono quelle che desidererei. C'è sempre qualcosa di buono da portare a casa, basta cercare, basta fare attenzione.
Non credo che le cose capitino a caso, penso, piuttosto, che ogni cosa che accade abbia qualcosa da insegnarmi. Spesso le "lezioni" non sono proprio una passeggiata di salute, soprattutto perché mi sono accorta che spesso sono io a rifiutarmi di apprendere. Anche questa recente pausa forzata, dovuta ad un intervento più complesso del previsto, è sicuramente stata un'ottima occasione per capire come e cosa devo cambiare nella mia vita.
Riavvicinarmi alla fede è un'operazione piuttosto lunga, ma necessaria. Non sono mai stata atea, in definitiva. Ho sempre creduto, dapprincipio per educazione, visto che provengo da una famiglia cattolica, poi per convinzione personale. Avverto la mancanza di una dimensione trascendente, più spirituale che fa parte di me, lo so. Che è una necessità, oltre che essere una scelta.
In questi ultimi 10 anni ho fatto una full immersion nella realtà che non è stata salutare, perché mi sono lasciata investire da vicende e da situazioni che mi hanno lentamente logorata. E, in fondo, il mio sentirmi fuori posto, stanca, un po' depressa temo sia anche frutto di questo concentrarmi troppo sul negativo della vita. Per intenderci: troppa cronaca nera, troppi telefilm in cui la violenza, i delitti, la paura la facevano da padrone. Lentamente queste cose è come se tutto questo mi avesse avvelenata. Non ho saputo (o voluto?) filtrare le esperienze, le situazioni, le notizie, gli umori, le reazioni. Sono andata - ancora una volta - troppo di fretta a catalogare, arrabbiarmi, additare, detestare. Ad un certo punto, non so precisamente quando ma poco importa, ho cominciato a vedere tutto nero, irrimediabilmente: mondo, umani, situazioni... Non vedevo più via d'uscita, non vedevo riscatto, non vedevo soluzione.
Ora è tempo di venirne fuori. Venir fuori da questa "disperazione esistenziale" che ha lentamente eroso il mio fondamentale positivismo, la mia fiducia, la mia grinta. Mi chiedo se, forse, era necessario questo perché approdassi ai convincimenti ed alle risoluzioni che sto attualmente esplorando. Devo accettare anche che non ci siano, spesso, risposte. Devo accettare, anche, di lasciar andare, di non pensare. Devo accettare che bisogna assaporare la vita, non tragugiarla senza memorizzarne il sapore, l'odore. Non ci deve essere fretta, ma consapevolezza.
Tutto questo comporta, inevitabilmente, uno stravolgimento dei ritmi di vita. In positivo, beninteso. Lentezza, consapevolezza, tempo, osservazione, ascolto. A volte prevale la vecchia tentazione di gettarmi nelle "braccia" metaforiche di quelle situazioni nelle quali mi sono sempre mossa. A volte cedo, poi, però, capisco e mi riprendo, cosa che prima non accadeva. Se c'è un programma che mi inquieta, per televisione, per esempio, invece di guardarmelo fino in fondo con morbosa curiosità, adesso cambio canale. Mi cerco un programma sugli animali, per esempio, o sulle bellezze di questo nostro splendido Paese. Voglio alleggerire la mia testa e il mio animo, non pensare, non angustiarmi per situazioni che non posso risolvere perché non sta a me farlo. Non voglio vivere con una nuvola nera costantemente avviluppata attorno alla mia testa e al mio cuore.
Al momento questa decisione mi sta scuotendo non poco. Avverto tutta una sorta di malesseri sia fisici che interiori. Turbolenze, voglia di piangere, attacchi di panico, ipocondria... e chi più ne ha più ne metta. Non sempre riesco a rimanere serena e consapevole. Ho avuto due episodi di totale smarrimento, nei quali ho pianto e mi sono disperata come una bambina impaurita. E tale mi sentivo.
Ho fiducia che tutto questo contribuirà a creare una me stessa migliore, ma al momento mi fa tremare le vene ed i polsi... Panta rei, tutto scorre. Tutto passa.

martedì 10 dicembre 2019

Passaggi

Foto: Eleonora Olivetti
Non è facile districarsi tra le maglie dei pensieri, di un ritmo di vita che non è il mio, di sensazioni ed emozioni che non so come e se governare, di "attraversamenti" che mi tremano le vene e i polsi perché non so dove mi porteranno e come sarò "dopo".
Su internet e sui social ci sono cataste di belle frasi di maestri di vita, tratte da religioni o movimenti spirituali accompagnate da immagini che hanno l'intento di rilassare e predisporre al benessere l'anima e la mente. Guardo le immagini, leggo le frasi e non le sento risuonare dentro come dovrebbero. Mi sembrano un insieme di lettere che formano parole delle quali mi chiedo il significato.
Indubbiamente questa vita - intesa come esistenza in un momento ben preciso, in una società con dei ritmi e delle meccaniche strutturate - per me come per altri ha passaggi difficili da percorrere e, innanzitutto, da accettare. Tutto e tutti vanno troppo veloci, troppo imperniati su una superficialità, un'esteriorità che lascia - almeno a me - l'amaro in bocca ed un senso di vuoto che mi sgomenta. Non riesco ad adattarmi a tutto questo. Si consuma tutto e tutti troppo velocemente. Si scivola sulle vite degli altri come su una pista da sci, incuranti delle acque profonde, incuranti della vita e del vissuto di chi si incontra, di chi si sfiora, di chi si lascia.
In questo momento se mi guardo intorno avverto il vuoto. Mi ripeto costantemente - perché ne sono certa - che è un'esperienza che devo fare consapevolmente, attenta a cogliere i suggerimenti e gli insegnamenti che mi deve lasciare. Ma la mia natura umana, fragile e limitata, è spaventata, si sente indifesa ed esposta a venti e tempeste che non è sicura di potere e sapere governare.
Mi sento come se camminassi in una sorta di bolla enorme. Solo io. Mi volto, cerco una mano amica, un volto, un'attenzione, una sollecitudine... Trovo, è vero, tutto questo nel mio compagno di vita e non voglio assolutamente sminuire il suo contributo a farmi stare meglio di quanto mi senta. Ma c'è solo lui. Siamo solo noi due. Cerco di non chiudermi al mondo, cerco di intrecciare con gli altri un rapporto meno superficiale, meno scontato. Ma, mi dico amaramente, spesso mi sembra di esserci solo io, sembra che agli altri importi poco, occupati come sono a correre, correre, correre ed apparire.
Sono stanca, lo confesso, anche di ascoltare. Mi piace farlo, ma mi si riversano addosso problemi, lamentele, stanchezze che mi angustiano, mi annichiliscono. E non c'è, se non molto raramente, il contraccambio. Qualcosa non va in tutto questo. Devo cambiare qualcosa. Il mio approccio al mondo ma, penso, soprattutto il mio bisogno degli altri che, forse, è talmente manifesto da permettere a taluni di approfittarsene.
Credo che al bisogno devo sostituire il piacere e cominciare a pensare di non avere necessariamente il contraccambio. Come devo cominciare ad arginare il fiume di lamentazioni e sfoghi che mi si riversa addosso con la "scusa" che so ascoltare. E' difficile quest'ennesimo cambiamento. Mi sento come se stessi, immobile, titubante, sull'orlo di un burrone. Dall'altra parte c'è un altro percorso da fare. Devo solo saltare, ma mi chiedo se ce la farò. Se riuscirò a saltare sufficientemente a lungo per atterrare su una nuova pista. Il baratro che vedo, che c'è (o forse no) tra me e l'altra sponda mi spaventa. E' il nulla, il buio, il voto. Non posso, lo so, rimanere a lungo ferma. Devo prendere coraggio e spinta e tuffarmi.
Adesso, oggi, però, mi sento così sfiancata, sola, vuota che ho voglia solo di sedermi e piangere.

lunedì 9 dicembre 2019

Disfatta totale

Venerdì prossimo tornerò in ufficio. Mi piace lavorare ma da qualche anno a questa parte ho voglia solo di andarmene in pensione. L'atmosfera che respiro sul luogo di lavoro, la situazione in cui versa l'Ente, trasformato in una sorta di feudo medioevale, il fatto di essere circondata (io e quelli come me) da personaggi disgustosi, pronti a vendersi alla prima offerta, rende penoso e faticoso questo ritorno.
Da un po' di anni a questa parte la situazione è andata sempre più deteriorandosi. Qualità del lavoro e qualità delle persone sono nettamente scadute. Anche la "qualità" di chi ricopre cariche di responsabilità è andata sempre più diventando un miraggio. Adesso per essere un buon dirigente - almeno dove lavoro io - oppure un buon responsabile e sperare di conservare la tua posizione, devi essere "allineato", pronto a venderti e a farti tappetino, pronto anche a mentire spudoratamente ed anche pronto a giocarti la vita privata quando, obbiettivamente, non ce n'è motivo. Non si bada più al bene dell'Ente e ad un certo benessere dei dipendenti quanto piuttosto a razzolare più soldi possibile, anche punendo il personale con mezzi tutto sommato leciti ma poco lecitamente utilizzati, abilmente manipolati. Chi ha il compito di amministrare è un po' come un moderno Nerone: sensibile agli applausi, alle piaggerie di certo parterre, al consenso ipocrita. Ipocrita perché il "nostro" Nerone sa bene che quel consenso mai sarebbe offerto se lui non fosse quel che è.
Dunque, guai ad avere una propria personalità, un proprio modo di vedere le cose, una propria dignità: si viene spazzati via a favore di coloro che sanno piegarsi a 360 gradi, che sanno prostrarsi, che sanno - appunto - prostituirsi. Perché la prostituzione si esercita anche negli enti pubblici, quando si è pronti a soddisfare tutti i comandi e tutte le richieste di chi detiene ed esercita il potere. Non è necessario vi sia un mercimonio sessuale.
Il "bello", metaforicamente parlando, di questa situazione è che innanzitutto non si è provato a fare nemmeno un minimo di resistenza. Nemmeno da parte sindacale. Anzi, il primo obbiettivo di certi sindacalisti è stato proprio quello di conquistarsi poltrone e tutta una serie di garanzie per sé e per i loro protetti. Il che ha inevitabilmente portato ad uno svilimento della funzione sindacale e ad una perdita di forza nei confronti dell'amministrazione che ora guarda ai sindacati come a delle mosche, fastidiose si, ma solo mosche che possono esser cacciate via con una mano.
Ma neanche i dipendenti hanno fatto resistenza, mostrando un fronte compatto. Tutt'altro. Chi è rimasto fuori da questo delirio - come me ed altri pochi colleghi degni di questo nome - siamo una sparuta minoranza. La maggior parte si è svenduta per avere 2-3 ore di straordinario (lo straordinario non è riconosciuto a tutti, ovviamente!), per altre prebende economiche, per avere un trattamento di favore in caso di trasferimenti e compagnia cantante. Chi resiste ha vita grama, circondato da dipendenti-spie pronti a vendere te dopo aver venduto se stessi.
Bel quadretto, vero? E tante altre cose ci sarebbero da dire. Ci si potrebbe scrivere un libro oppure un bell'articolo su qualche giornale serio (sempre che esistano giornali seri), invitando chi può a reperire le prove (che ci sono, se pure ben nascoste) di questo ennesimo modo mafioso di gestire un pubblico servizio.
Se il nostro fosse un Paese serio e non in mano ai corrotti ed ai corruttori, ci sarebbero gli estremi per prendere a pedate nel culo un sacco di gente, spedendoli dritti dritti, nella migliore delle ipotesi, a coltivare cipolle nei campi. Ma così non è. La realtà è un'altra, triste e miserevole.
E' inutile, dunque, continuare a chiedersi come mai l'Italia affonda poco dignitosamente nel fango quando il marcio ha ben attecchito nel mondo del lavoro sia privato che - gravemente - anche nel pubblico. Bisognerebbe fare tabula rasa di molte situazioni, di molti feudi personali, di molta gente autoreferenziale, corrotta e corruttibile, incapace e senza spina dorsale. Ma cui prodest? direbbero i nostri concretissimi progenitori Romani.
Me ne devo fare una ragione. Tornerò a lavorare consapevole (perché già lo so) che a me è stato tolto un altro pezzettino di stipendio. Per cosa poi? Ad altri, ai corruttibili, a quelli che hanno saputo prostituirsi, invece, è stato dato. Oramai non ci credo più nemmeno io che le cose possono cambiare. Perché gli umani non cambiano. Non tutti, purtroppo.

lunedì 29 aprile 2019

Andare via dalla pazza folla

In questo periodo ho rincorso problemi comuni ed anche banali: la rottura del frigorifero, un'automobile che comincia a dare segni di cedimento, la casa che ha bisogno di essere svuotata. Tutte cose che hanno assoribito più energie del dovuto. Talvolta mi faccio prendere troppo dalle preoccupazioni. Il più delle volte cerco di star calma e di ripetermi che tutto troverà un suo equilibrio ed una sua soluzione, basta non perdere la testa.
Al di là di questo ci sono i soliti problemi d'ufficio, ulteriormente gravati dal voltafaccia di una collega che, però, mi ha fatto meno male del previsto. Anzi, mi sono stupita di aver reagito in modo molto "english", come dico io, molto quieto. Forse, mi dico, perché sono contenta che certe "anime nere", alla fine, si palesino per quel che sono e tolgano il disturbo. Mi sono liberata di un peso.
La vita scorre tranquilla, tra incursioni di cronaca e dilemmi personali. Forte e sempre presente è la voglia di andarmene da questa città, i cui ritmi isterici mi stanno sfiancando. Forse per l'età o forse per le nuove consapevolezze maturate nel corso di questi ultimi anni. Ho necessità di ritmi più quieti, più naturali, meno "pompati". Ritrovare me stessa sta significando anche maturare insofferenza per un vissuto che non mi appartiene, non appartiene alle mie corde.
Trovo i ritmi "moderni" eccessivi, spietati, violenti. Tutto questo lo osservo soprattutto nella cronaca, in quella che leggo sul giornale o ascolto dalla televisione ma anche in quella che vivo tutti i giorni. Nelle piccole e grandi prepotenze e sgarberie, nella "guerra tra i poveri" che si consuma sui bus, per le strade, nei negozi, ovunque ci sia un consesso umano. Persino alle casse di un supermercato.
Beninteso, la violenza è parte di ciò che tutti noi siamo. Ma quel che ci distingue, o dovrebbe distinguerci, dal mondo animale è la capacità di mediare questa violenza, la capacità di tradurla in qualcosa di diverso dal puro istinto aggressivo. Purtroppo mi pare che si stia perdendo il senso dell'evoluzione e si stia assistendo ad un'involuzione pericolosissima. La violenza viene esercitata per un nonnulla. Si brandiscono armi, bastoni o si utilizzano le mani anche senza un senso, senza una provocazione, senza un perché. E questo è sconvolgente. Tutto questo mi fa orrore.
Sono consapevole di non poter fare molto di più di quello che faccio. Tante cose non dipendono da me, ma da una sorta di accordo che coinvolge tante persone, da una sorta di volontà collettiva che difficilmente riesce a coagularsi e che se riesce a coagularsi, lo fa per un lasso di tempo troppo breve, presa da un impeto emotivo che si esaurisce quasi subito.
Per questo non ho voglia di esaurirmi, di combattere battaglie donchisciottesche nel vano tentativo di portare la "pace nel mondo". Quelli erano ideali - bellissimi, per carità! - che ho coltivato negli anni dell'adolescenza e della gioventù. Poi è subentrato il realismo dell'età adulta, il confronto con quel che vivevo sulla mia pelle, che sperimentavo nel continuo vivere la realtà dello studio, del lavoro, delle amicizie.

martedì 19 marzo 2019

Rifiuto il pacco e vado avanti

Si cambia. Di nuovo.
Oramai avere a che fare con le persone sembra una sorta di roulette russa, alla quale mi sono stancata di partecipare. Da quest'ultima "avventura", devo dire, traggo solo guadagni: mi libero di una persona noiosa, borbottona, acida e poco empatica. Ora dovrò imparare a gestire i rapporti di lavoro, visto che costei - ahimé! - lavora nel mio stesso servizio.
Ma è qualcosa che ho già visto, qualche anno fa. Per me è difficile fare l'abitudine alla non-armonia. Gestire i conflitti nel campo lavorativo è molto molto delicato, specie in presenza di persone con spiccata tendenza alla permalosità nonché all'infantilismo. Confesso la mia incapacità. Alzo le mani e, soprattutto, chiudo certe porte incautamente aperte. L'amicizia in campo lavorativo è merce rara. Gli amici si scelgono, i colleghi - come i parenti, del resto - no.
Al momento va così. Senza parlarci, con i saluti d'ordinanza, con lei che fa la "splendida" appena mi vede e sta in compagnia di qualche sgallettata par suo. A me fa sorridere. Mi ricorda molto certi adolescenti dispettosi e infantili. Probabilmente lo è anche lei, dispettosa e infantile. I segni c'erano tutti, mi assumo la responsabilità di averli sottovalutati.
Del resto sono ben cosciente che quella specie di tregua che intrattenevamo non poteva durare a lungo. Siamo diversissime sotto molti aspetti. Lei è perennemente scontenta, si lamenta di ogni cosa: si lamenta di avere troppo lavoro ma si lamenta quando non ce n'è molto; si lamenta che il capo interloquisca più con me che con lei; si lamenta perché non può fare gli straordinari e aggiunge che, del resto, preferisce uscir prima piuttosto che rimanere; si lamenta perché non le danno la linea di attività, che - signora mia - son soldi!; si lamenta perché non ha nessuno con cui dividere l'affitto (e chi se l'accolla una lagna del genere?). Credo proprio che ho - se pure maldestramente - scansato un fosso.
Mi tergo metaforicamente il sudore e vado avanti. E' un banco di prova anche per i miei limiti, per le mie paure, per la me stessa che sto costruendo. E' tempo di mollare certi atteggiamenti fin troppo buonisti e condiscendenti. Con certa gente bisogna essere determinati e inflessibili. Certa gente non deve entrare più nella mia vita.

martedì 26 febbraio 2019

Rinascite dolorose

Ci sono cose del mio passato che hanno turbato e condizionato il mio percorso di vita. Hanno condizionato le mie reazioni ed anche le mie azioni. Finora non ero riuscita a parlarne e quelle cose - quell'evento così decisivo, per certi versi - hanno continuato a fermentare dentro di me producendo rigidità, distorsioni, paranoie.
Dopo anni di analisi, il tappo è saltato e, qualche seduta fa, ne ho parlato con il "meccanico". E' stata una sorta di sbocco, un fiotto di parole, di lacrime, di emozioni che si è riversato nella stanza in penombra. Improvvisamente ho provato le medesime sensazioni di quegli anni oramai lontani. Il senso di smarrimento, di vergogna, di sopraffazione che mi avevano investita allora sono stati ben chiari e delimitati. Li ho chiaramente e razionalmente identificati. Adesso so cosa ho provato esattamente, so dare un nome a quelle emozioni, a quelle "paranoie", a quegli eventi così deflagranti per la mia vita.
Ho pianto di rabbia ma anche di liberazione. E' stato come se un enorme blocco, dentro di me, si fosse all'improvviso polverizzato. Anni ed anni di negazione, di occultamento, di rabbia che veniva fuori con scoppi improvvisi. Anni di vera e propria "castrazione" emotiva e fisica che mi hanno portata per mano alla situazione attuale. Ho negato la mia natura, l'ho svilita e vilipesa. Più che una donna sono diventata un essere asessuato, impreciso...
Adesso sto ancora metabolizzando quest'evento. Ci sono tanti aspetti della mia vita e della mia personalità che sono stati toccati. Quasi ogni giorno ne salta fuori qualcuno, stimolato da parole, reazioni, atteggiamenti che non sono miei ma condizionati da quel lontano evento.
E' stato come un terribile lutto, ecco cosa è stato. Me ne sono resa conto sviscerando piano piano l'evento davanti al "meccanico". Nel bene o nel male, quando muore una persona riesci con il tempo a fartene una ragione, riprendi la tua vita dapprincipio zoppicando poi camminando più speditamente. Ma quando muore l'Amore? Si, proprio quello con la A maiuscola, inteso come sentimento, come ideale non tanto come persona in cui questo sentimento finisce per incarnarsi. Quando muore l'ideale dell'Amore come fai? Sopravvivi, questo è indubbio, ma come? Una vita sospesa, in attesa. Un limbo.
Lascio che i miei pensieri e le mie sensazioni fluiscano senza interromperle. Devono andare via. Non ho più bisogno di loro, in questo momento. Devo solo assorbire quell'amore che permea ogni cosa e farmi insegnare da lui cos'è l'Amore.

martedì 5 febbraio 2019

L'aiola che oltre che feroci ci rende insofferenti

Quest'inverno sembra non finire mai di dare fastidi e problemi. Roma è diventata una città molto più umida e invivibile del solito. Tutto sembra andare a rotoli: dagli autobus che non passano e quando passano sembrano simili a carrette sgangherate, al manto stradale funestato da vere e proprie voragini; dall'immondizia che sembra aver preso possesso di intere zone di Roma, all'infestante presenza di topi ovunque.
E' sempre più difficile trovare qualcosa di bello a cui aggrapparsi tenacemente. Ogni cosa sembra sommersa dall'incuria, dalla trasandatezza, dal pattume. Che sia una situazione appositamente creata da chi vorrebbe disfarsi dell'attuale Giunta o che sia, piuttosto, l'incapacità dell'attuale Sindaco di gestire il "problema Roma", poco importa. Importa quel che si vede ogni giorno, quel che si vive ogni giorno.
Vivere in questa città è sempre più una punizione, piuttosto che un privilegio. Sembra che ogni cosa sia abbandonata a se stessa e alla buona volontà di "qualcuno" che, per amore della bellezza, del decoro, della dignità comune, provvede come può a cercare di dare una parvenza di pulizia, di ordine, di vera e propria resistenza, ormai. Tutta questa situazione è diventata deprimente per lo spirito. E' come trovarsi in un continuo stato di guerra. Ci si sente impotenti, soverchiati da forze che non si capisce bene come interpellare, come indurre ad intervenire.
Se poi a tutto questo ci si aggiunge il calvario privato di ciascuno di noi cittadini, che dobbiamo destreggiarci con i guai delle nostre vite, con i problemi, i disastri, i ritardi, la sanità che è quello che è, equitalia, disservizi postali/informatici/telematici e quant'altro, i piccoli e grandi malesseri dovuti all'età oppure agli incidenti, il quadro è abbastanza deprimente.
Una volta era bello vivere a Roma. E' innegabile che il clima mite, la quantità di bellezza e di cultura che sono ospitate in questa città unica al mondo dovrebbero rendere la vita di noi cittadini piacevole rispetto ad altre realtà. Da un pò di tempo a questa parte (anni), però, vedo sempre più persone chiuse ed arrabbiate, in giro. Me compresa, lo ammetto. Scoppiano più frequentemente liti per futili motivi; si è tornato a sparare in strada, a picchiare, a derubare, ad aggredire. Si avverte insofferenza, fatica di vivere, aggressività repressa, rabbia e frustrazione. E' come se la città si fosse trasformata in un enorme ring e poco importa che a far da sfondo ci sia il Foro Romano o il Vittoriano. Stiamo tornando a calpestare l'arena del Colosseo, piuttosto.
Ovviamente i rapporti hanno finito per incrinarsi anche tra privati, nei posti di lavoro, nelle famiglie, tra gli amici ed i coniugi/conviventi. Si avverte malessere, incomunicabilità (ed i social hanno la loro parte di responsabilità in tutto questo), incapacità di dialogo, di confronto, mancanza di pazienza. I tempi corrono e le persone corrono con loro.
Io ho deciso di rallentare. Stavo prendendo una china pericolosa. Me ne sono accorta da alcuni segnali del corpo (tendo a somatizzare i disagi del vivere). Mi sono fatta la promessa di non interferire con gli eventi, di non stigmatizzare i comportamenti, di allenarmi a farmi scivolare ogni cosa addosso. Altrimenti questa realtà, questa follia collettiva, finirà per seppellirmi. Non posso più né, tantomeno, voglio accollarmi più responsabilità del necessario. Questo comporterà, tra le tante altre cose, ridefinire i rapporti con mia madre. Ma questo è un discorso che dovrò fare in un secondo momento, con calma. Adesso devo solo iniziare.

lunedì 21 gennaio 2019

Le aquile non volano a stormi

Ultimi "colpi di coda" di un'amicizia trasformatasi in non-so-cosa. Va bene così. Io mi evolvo, io vado avanti, malgrado l'amarezza ed un'iniziale sofferenza. Niente più che un pizzico, un pò di dolore, molto meno di anni fa, adesso quasi del tutto risolta. Panta rei.
Posso dire con certezza una cosa, però: sto imparando. E questo mi rende felice, mi stimola. Con il tempo, per dire, ho imparato a non arroccarmi sulle mie posizioni. Ho imparato ad essere flessibile, possibilista. Ovviamente la flessibilità non deve sconfinare nella pedestre adeguatezza a qualunque giacchetta, così come la comprensione dell'altrui natura non deve portare alla rinuncia alla mia personalità.
Mi sono trovata ad un punto in cui non potevo più giustificare o cercare di capire quel che dall'altra parte non mi si diceva e che io ben sapevo. Ho messo un punto fermo. Io, che, da certi punti di vista, dovrei considerarmi la "parte lesa". Un punto e basta. Non ho voglia di prendere in giro me stessa. Ho fatto quel che potevo e dovevo. Niente da rimproverarmi.
Adesso è subentrata una calma incredibile. A distanza di qualche giorno dal "chiarimento" (che, peraltro, è stato univoco) credo di aver metabolizzato un pò tutta la faccenda, passando dalle forche caudine dell'amarezza, del disincanto, del cinismo ed anche del dolore. Non è cosetta da niente rendersi conto che ero solo io a ritenere questo rapporto un'amicizia nel senso pieno del termine.
In tutto 'sto "ciarpame" è invischiata anche un'altra persona, quella che, fondamentalmente, ha innescato la miccia, se così si può dire, seminando falsità e pettegolezzi senza nessun fondamento di verità. La "prova" l'ho avuta nel momento in cui ho cominciato a mettere insieme una serie di informazioni che mi sono arrivate da più parti. Il problema è che questa persona (sono circondata da menti malate, non c'è che dire!) è talmente manipolatrice che è piuttosto difficile prenderla in castagna. Difficile, ma non impossibile.
Mi chiedo, poi, se ne valga la pena. Se, invece, è meglio lasciar cuocere entrambi nel loro beato brodo ed occuparmi e preoccuparmi di cose e persone più importanti. Ultimamente quest'ipotesi si va facendo sempre più spazio. In linea di massima non sono una persona vendicativa, preferisco dimenticare e mandar fuori la gente dalla mia vita. Solo una parte di me oppone resistenza dicendo che, tutto sommato, un bel "tiro mancino" non ci starebbe male, a volte.
Poi, improvvisamente, la notizia di un lutto per una mia carissima amica riporta tutto a quote più normali. A quelle quote alle quali dovremmo volare, senza perderci dietro stormi inconsistenti che non vanno da nessuna parte. Come scrive Battiato, "le aquile non volano a stormi". Le aquile volano da sole.

Giorni e mesi corrono veloci
la strada è oscura e incerta
e temo di offuscarmi
non prestare orecchio alle menzogne
non farti soffocare dai maligni
non ti nutrire di invidie e gelosie
In silenzio soffro i danni del tempo
le aquile non volano a stormi
vivo è il rimpianto della via smarrita
nell'incerto cammino del ritorno
Seguo la guida degli antichi saggi
mi affido al cuore ed attraverso il male
a chi confessi i tuoi segreti?
Ferito al mattino a sera offeso
salta su un cavallo alato
prima che l'incostanza offuschi lo splendore
In silenzio soffro i danni del tempo
le aquile non volano a stormi
vivo è il rimpianto della via smarrita
nell'incerto cammino del ritorno
shizukani tokino kizuni kurushimu
murewo kundewa tobanai taka
furuki oshiewo tadotte
kokoronomamani konokanashimiwo norikoete
*Franco Battiato*

domenica 11 novembre 2018

Rughe del volto e rughe dell'anima

Gli anni passano. Bella scoperta!
In parte, lo confesso, per me lo è, nel senso che non avverto l'età che ho, mi sembra di essere sempre la stessa con i capelli lasciati - volutamente - grigi (fa tanto chic!). Il fatto è che ho un'immagine di me rimasta ferma ai beati e favolosi anni '80-'90 ma quella che mi restituisce lo specchio è l'immagine di una donna che - per carità! - porta bene i suoi anni, ma non è "quella lì", quella degli splendidi anni '80-'90!
Mi mantengo bene, indubbiamente, grazie alla genetica (nel senso che devo ringraziare ave e trisavole, oltre che le cremine che ho cominciato ad utilizzare molto presto, se non altro per avere una pelle più morbida), ma il passaggio degli anni e degli eventi ha segnato un pò, qua e là, i lineamenti. Qualche rughetta compare accanto agli occhi se sorrido. La fronte è ancora liscia. Forse le guance sono più incavate e la mascella è meno dura.
Non sono più nemmeno la stessa dal punto di vista caratteriale. Fino a qualche anno fa ero più aggressiva, più istintiva, "di pancia". Adesso - complici anche questioni legate alla salute, a sua volta collegata comunque allo stato d'animo e agli umori - sto procedendo verso una tranquillità super partes. Per carità, compaiono ancora le fiammate della "vecchia" me, ma adesso avverto prima il loro arrivo e cerco di smorzarne gli effetti.
L'analisi ha indubbiamente portato molti frutti al mio albero. L'analisi mi ha anche fatto star male. Non è facile trovarsi faccia a faccia con quelle parti di te che detesti e che proietti sugli altri. Vorremmo tutti essere perfetti ed amabili ed è traumatico scoprire che non lo siamo. Che siamo umani e imperfetti. Che amiamo e siamo amati, che odiamo e siamo odiati. Che falliamo con la stessa frequenza con cui facciamo la cosa giusta.
Penso che quando si impara a convivere con tutto questo, si arriva ad una sorta di pace sovrumana con se stessi. Ci si rilassa e si prende la vita con calma. Del resto l'insofferente frenesia è tipica dell'età giovanile e mal si concilia con l'età adulta, quando si dovrebbe essere pervenuti a certe sponde più tranquille.
E, dunque, le tracce del tempo sul viso non mi fanno paura. Mi provocano, invece, un sentimento molto simile alla tenerezza e molto vicino anche alla malinconia. Ci convivo con molta serenità, non me ne preoccupo più di tanto. Sono le "rughe dell'anima" che, piuttosto, un pò mi danno pensiero. Con il tempo le esperienze (positive e negative) che ho attraversato mi hanno lasciato qualche regalo. Non sempre molto gradito, ma anche da questo credo di dover imparare.
Con il tempo ho ridotto molto il parterre degli amici. E questo lo considero in parte un bene e in parte un male. Sicuramente ho allontanato le persone che non mi facevano bene, ma nel contempo mi sono quasi inavvertitamente chiusa. Credo per paura, per diffidenza. Cosicché ora non posso contare su molte amicizie e a volte ne soffro un pò. E' difficile stringere amicizia quando gran parte della vita si è già dipanato. Le vite di ciascuno, a questo punto, sono già ampiamente strutturate, articolate, stratificate, consolidate.
Non so, onestamente, quanto siano profonde le amicizie che ho in questo momento. A volte mi capita di dire a me stessa che dovrei essere più "audace", dovrei essere più presente e meno riservata. Poi una vocina dispettosa mi rammenta che le fregature, comunque, le ho prese anche di recente e proprio perché mi sono fidata. Cammino per strada, allora, guardando le persone come se fossero alieni che non parlano la mia lingua. Sono cortese, gentile, ma avverto ancora in me la diffidenza o, come la chiamavano un tempo, la riservatezza. Ci sono momenti che vorrei avvicinare, abbracciare, interessarmi, farmi coinvolgere e coinvolgere. Poi, alla fine, qualcosa sempre mi trattiene.
Questo sentirmi trattenuta è venuto fuori anche durante l'analisi. Confesso che è un gradino che non mi riesce di superare. Lo guardo, lo affronto, mi sbuccio mani e ginocchia, ma non riesco ancora a tirarmi su del tutto. Forse dovrei dargli meno importanza, lasciare che sia, non insistere. Mi chiedo se non si può essere pronti alla mia età. Mi chiedo, anche, cosa mai è successo, nella mia vita, che ha determinato questa mia paura che confina quasi con il terrore, a volte. Ma la memoria non è prodiga, non mi restituisce né immagini né ricordi.

lunedì 17 settembre 2018

Echi di primavera...

Lunedì afoso. L'umidità rende irrespirabile l'aria. Stamattina, chissà perché, sono stata letteralmente assalita da un flusso di ricordi che oserei definire "ancestrali". Si sono materializzati, quasi dal nulla, i volti di ragazzi e ragazze che ho frequentato ai bei tempi della spensierata gioventù. E' stato un colpo basso. Secco. E poi di lunedì...
Mi son chiesta quanto è rimasto di tutti noi, quanto è rimasto dei nostri sogni e delle nostre speranze. E cosa, alla fine, siamo diventati tutti quanti. E se era quello che volevamo, quello che siamo diventati.
Com'è possibile che gli anni più belli (perché lo sono, è inutile negarlo), le esperienze più importanti e formative e le persone con le quali condividi la primavera della vita con annessi e connessi alla fine evaporino come neve al sole. Spesso mi sono "incolpata" di queste dissoluzioni, attribuendole al mio "cattivo" carattere, ad una certa timidezza o pigrizia.
Con il tempo ho imparato che a volte le cose vanno così, che non sempre ci sono le risposte alle domande. Per molto tempo ho pensato che coloro con i quali dividevo le prime esperienze, le serate fuori al pub, le prime pizze, le prime confidenze, le prime simpatie dovessero essere quelli con i quali avrei camminato sempre nella vita. Perché ci conoscevamo meglio, perché è importante con chi fai i primi passi nel mondo dei "grandi", perché eravamo come fratelli.
Si cambia. L'ho imparato tardi. Fa parte del naturale svolgersi della vita. E' la vita stessa che, spesso, ti cambia. Rimane, di quegli impareggiabili, splendidi anni, la struggente malinconia dei ricordi, dei momenti, di qualche non confessato rimpianto.

sabato 24 marzo 2018

Uomini impotenti

Credo che ci sia un termine per tutto, non solo per la vita. Credo che ci siano tanti "termini", che bisogna accettare, metabolizzare, come va di moda dire oggi. C'è un momento in cui, inevitabilmente, si dice "basta". A tante cose. Pure alle persone.
Questo è un periodo di tanti "basta". A leggere i giornali, ad ascoltare i telegiornali, ci si sente soffocati, smarriti, sfiancati: tanti, troppi "femminicidi". Termine orribile: io parlo di omicidi di donne, di mogli, di madri, di sorelle, di figlie. Omicidi. Uomini che uccidono le donne, come se fosse il titolo di qualche giallo avvolto nelle nebbie di un lontano nord, freddo e ghiacciato, privo di passioni se non quella che porta al gesto estremo.
L'impressione "a freddo" (perché di quella "a caldo" è meglio non parlarne...) è che ci siano uomini, non tutti per carità, che sembrano totalmente incapaci di gestire sia le relazioni personali che i sentimenti. Incapaci. Forse per una non corretta educazione, quella che prevede che il "maschio" eserciti questa sua appartenenza sessuale attraverso prepotenza, arroganza, sopraffazione e violenza. Eppure ad educare questi esemplari di maschi sono proprio, spesso, le donne. Qualcuno vede, in questi "uomini", una sorta di predisposizione emotiva, psicologica, genetica alla violenza. In sostanza l'origine del loro agire si troverebbe, secondo costoro, in qualche genoma non propriamente per la quale.
Con tutta onestà, ritengo che ci siano persone "votate" al male, alla violenza e che attraverso questa esprimano una sostanziale incapacità a rapportarsi con gli altri e ad affrontare tutto ciò che ritengono essere "contro" di loro. Un pò come i bambini ai quali si toglie il giocattolo preferito e che pestano i piedi giungendo fino a gesti eclatanti, come lanciare oggetti, per esempio. Ma un bambino non è un uomo ed esprime in maniera inconsapevole quella selvaggia natura che è comune a tutti noi, in fondo. Ed è lì, su questa natura selvaggia, primitiva, istintuale, che bisognerebbe andare ad agire, a educare, a correggere. Cosa che, purtroppo, spesso, troppo spesso ultimamente, non accade.
C'è una generazione di madri e di padri che non meriterebbero di essere madri e padri. Distratti, egoisti, deboli, impreparati, inesistenti. Primitivi anch'essi come i figli che allevano. Ovviamente non tutti i pargoli che nascono da queste nefaste unioni finiscono per diventare quei mostri impotenti che vediamo sbattuti sui giornali o nei video, molti prendono - per fortuna - strade diverse, decidono di "emanciparsi" veramente. Vogliono strapparsi a certe situazioni di estremo, terribile degrado; riescono a riscattarsi e a "purificarsi" da quella che molti vogliono essere una maledizione genetica.
Restano gli altri, gli impotenti, i deboli, i frustrati, gli ottusi. Quelli che non sanno gestire le emozioni e le pulsioni. Quelli che non dovrebbero mai sposarsi e mettere al mondo figli. Lo so, sono dura, ma ne ho fin sopra i capelli di vite tranciate di netto, scompaginate, ferite a morte o, nella "migliore" delle ipotesi, a vita. Ho la nausea di questi uomini incapaci, inetti, violenti e di donne che non vengono sufficientemente ascoltate, protette, amate.
Questi crimini possono essere prevenuti e tante vite femminili ma anche tante vite ai loro primi passi, possono essere salvate. Occorre solamente applicare severamente le leggi. Occorre che certi uomini vengano allontanati dalle famiglie e che le donne vittime di questi uomini siano protette. Se un uomo perseguita la sua compagna o moglie che sia, deve ricevere pene durissime sin dai suoi primi tentativi. Non gli può essere data un'amichevole pacca sulla spalla da altri uomini, quelli che la legge dovrebbero farla rispettare, quelli che dovrebbero stare dalla parte delle vittime, con la raccomandazione di "non farlo mai più". No. Perché quella non è una pena, è un'autorizzazione a reiterare il reato.
Ci sono uomini, in parallelo a questi disgraziati, che sarebbero ugualmente da perseguire: sono quelli che dovrebbero ascoltare e non ascoltano; dovrebbero punire e non puniscono; dovrebbero credere e non credono. E, purtroppo, accanto a costoro, ci sono pure donne nemiche di altre donne: giudici, madri, sorelle, amiche... E questa è la realtà più dolorosa e difficile da accettare.
Le storie finiscono. Altre ne possono cominciare. Quando la vita finisce, però, non c'è più alcuna speranza di riscatto, di gioia, di nuove possibilità.

mercoledì 31 gennaio 2018

Panta Rei

Come tutti gli esseri umani, ci sono cose e persone che tollero poco. Ho capito, però, che l'atteggiamento ostile, un pò rigido e da "divinità superiore" non paga e, soprattutto, non mi appartiene, non più. Adesso sfodero un sorriso di circostanza, non mi allontano "sdegnata", piuttosto parlo del vento e del tempo e glisso sugli argomenti più importanti.
Crescendo si impara. Lo ripeteva sempre mia madre quando avevo qualche anno (più di dieci, sicuramente!) di meno. Allora ero piuttosto scettica: cosa dovevo imparare? Solo ora, a distanza di un numero di anni considerevole, ho capito. Si impara a destreggiarsi nelle situazioni, si impara a gestirle e soprattutto si impara a sapersi gestire che, a ben vedere, è la cosa più importante.
Le persone e le situazioni mi hanno delusa nella misura in cui ho dato modo ad entrambe di farlo. Nella misura in cui ho investito in modo sbagliato su persone e situazioni, creandomi soprattutto delle aspettative. In realtà bisogna che io faccia - e ci sto provando - le cose e che frequenti le persone senza nulla a pretendere. Senza pensare che possa tornarmi indietro qualcosa o che le persone (e le situazioni anche) siano diverse da quel che sono.
Penso che la consapevolezza di questo, la consapevolezza che non ci sono aspettative, che cose e persone sono quel che sono, scioglie da qualsiasi legame, da qualsiasi giogo che intrappola nel facile gioco del "do ut des" di latina memoria. Penso (e comincio anche ad avvertire) che questo sollevare gli altri dalle nostre aspettative è fonte di una grande libertà interiore. Una libertà che voglio prendermi e tenermi stretta.
Per aspera ad astra.
Le vie difficili portano alle stelle.

giovedì 25 gennaio 2018

R.I.P.

Stasera un velo di tristezza scende insieme con il silenzio. C'è stato un incidente ferroviario, nei pressi di Milano, costato la vita a tre persone. Ci sono diversi feriti, ci sono lamiere accartocciate, vecchi binari collassati e il solito rimpallo di responsabilità.
Quando ci sono di mezzo le vite umane questi "tentativi" di individuare un "colpevole" a tutti i costi hanno un che di stonato. Ci vorrebbe un po' di silenzio. Sembra che nessuno tolleri più il silenzio. Un silenzio per piangere, ricordare, imprimere in cuore e memoria volti e ricordi.
Quelle persone, i morti e i feriti, stamattina andavano al lavoro, come tutti i giorni. Erano pendolari con tanti progetti, con tanti sogni, con la stanchezza, anche. Sembra che questo Paese, in questi ultimi dieci o più anni, vada letteralmente sgretolandosi. Sembra che solo i politici, confinati nel loro Olimpo dorato, non se ne accorgano e che continuino sterilmente a ripetere che tutto va bene. Non va bene quasi niente, oramai. E' come se ci fosse un "noi" e un "loro", ciascuno nel suo mondo. Noi nel nostro piccolo o grande inferno, loro in quell'empireo un tempo riservato solamente ad incorporee divinità.
Ma mi taccio. Adesso è tempo solo di piangere i morti e di sperare e pregare che i feriti si riprendano al più presto.

domenica 7 gennaio 2018

Guardando avanti

I nuovi inizi, inevitabilmente, portano ri-partenze, riesami di situazioni e di atteggiamenti, propositi alcuni manifesti, altri segreti. Inizialmente non mi ero proposta nulla. Esco un po' a pezzi da un anno difficile e confuso e non avevo voglia di fare promesse che, poi, non dipende esclusivamente da me mantenere. Poi, però, in questi giorni, ci ho in parte ripensato.
Non voglio, però, che siano "promesse". Voglio che siano una sorta di "regole" da seguire in questo ballo che è la vita. La prima in assoluto di queste regole è, senza ombra di dubbio alcuno, quella di evitare come la peste le persone che vogliono fare di me una sorta di cestino per i loro problemi. Oramai, grazie anche all'aiuto dell'analisi, ho imparato a riconoscere i sintomi ed ho anche capito perché mi presto a questo gioco "perverso" (una questione di...bisogni "primordiali" in parte disattesi).
In secondo luogo ho voglia di dedicare più tempo alla bellezza che mi sta intorno. Troppo spesso non riesco a vederla, assorbita come sono dalla fretta di tornare a casa o presa da pensieri che non vale la pena pensare. Ci sono scorci paesaggistici, qui a Roma, angoli, vicoli, squarci di normalità che non tutte le città hanno la fortuna di avere. E ci sono giorni che il sole carezza delicatamente i monumenti e le facciate dei palazzi con una luce calda e avvolgente. E ci sono momenti, specialmente la mattina presto, in cui tutto sembra nuovo, appena "creato". E poi ci sono anche persone che vale la pena avvicinare, conoscere, "annusare", così, senza altro proposito che non sia la conoscenza, l'esercizio di una sana curiosità. Senza aspettarsi nulla da nessuno.
Mi rendo conto che mi sono fatta distrarre da cose di pochissima importanza. Ho concentrato forze e volontà sul compito "sbagliato". La costruzione di se stessi è - a mio parere - l'impegno più importante, la strada principale da percorrere. Costruire me stessa significa andare al di là di tante resistenze, cercare di imparare dai miei errori, superare la paura di sbagliare e di non essere la "brava e perfetta bambina". Nessuno è perfetto, come dice uno dei personaggi nella chiusura del film "A qualcuno piace caldo".
Ho capito che finora ho preteso da me troppo. Sono una persona normale, con desideri normali, con un'intelligenza normale. Ci sono cose che riesco a fare e cose che non riesco a fare. Faccio cose giuste e sbagliate. Come tutti, proprio come tutti. Non devo "comprare" nessuno, non devo accattivarmi la benevolenza di nessuno.
Devo solo vivere. E, paradossalmente, spesso mi sembra la cosa più difficile.

domenica 31 dicembre 2017

Prosit...

E' finito. Il 2017 se ne è andato con gran soddisfazione di molti, me compresa. Un annus horribilis. Per quanto riguarda il 2018, non mi faccio molte illusioni. Attendo di essere stupita, smentita. Un tempo formulavo, con una fede ingenua frutto della poca esperienza di vita, pensieri e desideri di cose nuove, di sorprese, di felicità. Poi ho imparato che l'atteggiamento giusto è quello di non aspettarsi niente.
Stamattina mi sono svegliata presto. Il raffreddore mi accompagna da un paio di giorni. Intorno c'è un silenzio compatto. Tutt'intorno i miei libri. Ho preso, tra me e me, una serie di determinazioni per il nuovo anno. Non voglio parlare di promesse, ma di un progetto, di una costruzione di cose nuove da portare avanti con una certa continuità. Il passaggio tra il vecchio ed il nuovo anno l'ho trascorso in compagnia di me stessa e la cosa non mi ha turbata. Quanta gente, del resto, trascorre la fine e l'inizio di un anno sola? E per quante persone al mondo non c'è una fine né un inizio?
Sono stata sola, nel silenzio appena rotto da qualche "botto" che annunciava l'approssimarsi della mezzanotte. Ho persino brindato con un po' di brachetto. Un brindisi a me stessa. La "sfida" continua è quella di andare oltre i sensi di colpa, legame vetusto con antichi rituali quasi "tribali"; la sfida è conoscere e amare me stessa ogni giorno di più. La sfida più importante. Per certi versi ci vogliono dei nuovi inizi, indubbiamente. Ci vuole un punto e a capo.
E dunque lo metto, questo punto e a capo. 

giovedì 28 dicembre 2017

Cazzeggio libero... o quasi

Confesso che a me i Maneskin piacciono molto. Oggi sono sul trend "leggero". Mi piacciono questi quattro ragazzi romani e non mi piacciono solo perché sono romani. Mi piace il loro modo di stare sul palco, il loro modo di "recitare", di calarsi nella parte. Veri animali da palcoscenico.
Sicuramente il frontman (si chiama così, mi dicono, colui che "trascina" un gruppo musicale, solitamente si tratta del cantante, che si espone, ci mette la faccia, insomma) ha un carisma innegabile. Possono stare anche antipatici, per carità, ma non si può negare che ci sappiano fare e che sappiano il fatto loro.
Ma c'è anche un altro motivo per il quale mi piacciono, questi ragazzi. E' legato alla dolce malinconia di certi ricordi. Quando li ho visti in tivvù o su internet (non ho Sky, rete sulla quale è stato trasmesso X Factor, il programma che li ha fatti conoscere urbi et orbi), il pensiero è andato immediatamente a qualche decennio fa. In loro ho rivisto altri tre ragazzi, anche loro una band, che speravano di sfondare oltre le feste di premiazione di qualche compagnia assicurativa.
Li conoscevo, quei tre ragazzi. Di tanto in tanto assistevo pure alle prove dei loro pezzi, nella stanza della casa di uno di loro, altro che "studi"! Erano molto seri ed amavano la musica più delle ragazze, tant'è che quando la ragazza di uno di loro cercò di "mettersi di traverso" perché si sentiva trascurata e, forse, un po' "tradita", ci furono sonori chiarimenti, è il caso di dirlo. La musica è una donna gelosa, non tollera intromissioni di altre passioni, quella ragazza doveva rassegnarsi o mollare.
I Maneskin mi hanno fatto venire in mente quei tre amici - Alessandro, Massimiliano e Mauro - che suonavano pezzi degli Eagles alle premiazioni in parrocchia. I Maneskin, però, hanno una grinta e una determinazione che erano estranei a quei tre ragazzi. Del resto erano tempi "altri", si suonava in parrocchia, in qualche cantina semisconosciuta, a qualche festa di compleanno. Si sognava il posto fisso, si steccava con la benzina, si chiedeva l'automobile al padre o al fratello maggiore. E ci si vedeva, in futuro, su qualche palco, osannati e richiesti da un folto stuolo di ragazzine e ragazzini. Intanto i vinili o le cassette si registravano investendoci sopra i propri risparmi.
Eravamo un gruppo di giovani spensierati ed ingenui, noi tutti di quella compagnia di amici. Ritengo che l'ingenuità non faccia parte del bagaglio dei Maneskin, ma intuisco in loro una certa semplicità di fondo. Sono giovanissimi, del resto, ma sono anche "macchine da guerra" ben collaudate. Quello che non erano Alessandro, Massimiliano e Mauro, anche se la musica la sapevano fare.
All'epoca il frontman del gruppo era certamente Alessandro, voce e basso, un casco di riccioli scuri e grandi occhi anch'essi scuri come i riccioli. Anche lui, come Damiano, il frontman dei Maneskin, era bello e magnetico. Tante gli svolazzavano intorno con gli occhi a cuoricino. Ricordo certi "trenini" brasiliani alle feste di fine d'anno, il prendersi in giro parafrasando canzoni che andavano in voga all'epoca, la voglia di giocare tutti insieme rincorrendosi per le vie del centro.
Ecco, i Maneskin mi hanno riportato indietro di qualche decennio, hanno risvegliato ricordi e sensazioni che avevo chiuso in una sorta di cassapanca interiore, sicura di non doverli più tirar fuori. Mi hanno fatto provare un po' di tenerezza, di malinconia... con il loro modo di fare sfrontato, com'è logico che sia per ragazzi non ancora ventenni, che sentono di avere il fuoco nelle vene e il mondo da conquistare. E' un po' come se fossi tornata "giovane" anch'io, in fondo, a riprova che certe emozioni, certe sensazioni, non invecchiano mai. Davvero.
Un'ultima notazione. In un'intervista a "Il Tempo", Damiano David, frontman dei Maneskin, alla domanda se siano più arroganti o ambiziosi, risponde: "Tutti e due, siamo già arrivati sul palco con l’etichetta di antipatici, siamo “coatti” perché il coatto ha l’arroganza, l’irriverenza per non temere i confrontarsi con chi è più vecchio. Siamo adolescenti normali cui la vita da adolescenti va stretta”. E in queste parole ci ritrovo tutta la me stessa di quando avevo i loro anni...