In questo periodo ho rincorso problemi comuni ed anche banali: la rottura del frigorifero, un'automobile che comincia a dare segni di cedimento, la casa che ha bisogno di essere svuotata. Tutte cose che hanno assoribito più energie del dovuto. Talvolta mi faccio prendere troppo dalle preoccupazioni. Il più delle volte cerco di star calma e di ripetermi che tutto troverà un suo equilibrio ed una sua soluzione, basta non perdere la testa.
Al di là di questo ci sono i soliti problemi d'ufficio, ulteriormente gravati dal voltafaccia di una collega che, però, mi ha fatto meno male del previsto. Anzi, mi sono stupita di aver reagito in modo molto "english", come dico io, molto quieto. Forse, mi dico, perché sono contenta che certe "anime nere", alla fine, si palesino per quel che sono e tolgano il disturbo. Mi sono liberata di un peso.
La vita scorre tranquilla, tra incursioni di cronaca e dilemmi personali. Forte e sempre presente è la voglia di andarmene da questa città, i cui ritmi isterici mi stanno sfiancando. Forse per l'età o forse per le nuove consapevolezze maturate nel corso di questi ultimi anni. Ho necessità di ritmi più quieti, più naturali, meno "pompati". Ritrovare me stessa sta significando anche maturare insofferenza per un vissuto che non mi appartiene, non appartiene alle mie corde.
Trovo i ritmi "moderni" eccessivi, spietati, violenti. Tutto questo lo osservo soprattutto nella cronaca, in quella che leggo sul giornale o ascolto dalla televisione ma anche in quella che vivo tutti i giorni. Nelle piccole e grandi prepotenze e sgarberie, nella "guerra tra i poveri" che si consuma sui bus, per le strade, nei negozi, ovunque ci sia un consesso umano. Persino alle casse di un supermercato.
Beninteso, la violenza è parte di ciò che tutti noi siamo. Ma quel che ci distingue, o dovrebbe distinguerci, dal mondo animale è la capacità di mediare questa violenza, la capacità di tradurla in qualcosa di diverso dal puro istinto aggressivo. Purtroppo mi pare che si stia perdendo il senso dell'evoluzione e si stia assistendo ad un'involuzione pericolosissima. La violenza viene esercitata per un nonnulla. Si brandiscono armi, bastoni o si utilizzano le mani anche senza un senso, senza una provocazione, senza un perché. E questo è sconvolgente. Tutto questo mi fa orrore.
Sono consapevole di non poter fare molto di più di quello che faccio. Tante cose non dipendono da me, ma da una sorta di accordo che coinvolge tante persone, da una sorta di volontà collettiva che difficilmente riesce a coagularsi e che se riesce a coagularsi, lo fa per un lasso di tempo troppo breve, presa da un impeto emotivo che si esaurisce quasi subito.
Per questo non ho voglia di esaurirmi, di combattere battaglie donchisciottesche nel vano tentativo di portare la "pace nel mondo". Quelli erano ideali - bellissimi, per carità! - che ho coltivato negli anni dell'adolescenza e della gioventù. Poi è subentrato il realismo dell'età adulta, il confronto con quel che vivevo sulla mia pelle, che sperimentavo nel continuo vivere la realtà dello studio, del lavoro, delle amicizie.
Al di là di questo ci sono i soliti problemi d'ufficio, ulteriormente gravati dal voltafaccia di una collega che, però, mi ha fatto meno male del previsto. Anzi, mi sono stupita di aver reagito in modo molto "english", come dico io, molto quieto. Forse, mi dico, perché sono contenta che certe "anime nere", alla fine, si palesino per quel che sono e tolgano il disturbo. Mi sono liberata di un peso.
La vita scorre tranquilla, tra incursioni di cronaca e dilemmi personali. Forte e sempre presente è la voglia di andarmene da questa città, i cui ritmi isterici mi stanno sfiancando. Forse per l'età o forse per le nuove consapevolezze maturate nel corso di questi ultimi anni. Ho necessità di ritmi più quieti, più naturali, meno "pompati". Ritrovare me stessa sta significando anche maturare insofferenza per un vissuto che non mi appartiene, non appartiene alle mie corde.
Trovo i ritmi "moderni" eccessivi, spietati, violenti. Tutto questo lo osservo soprattutto nella cronaca, in quella che leggo sul giornale o ascolto dalla televisione ma anche in quella che vivo tutti i giorni. Nelle piccole e grandi prepotenze e sgarberie, nella "guerra tra i poveri" che si consuma sui bus, per le strade, nei negozi, ovunque ci sia un consesso umano. Persino alle casse di un supermercato.
Beninteso, la violenza è parte di ciò che tutti noi siamo. Ma quel che ci distingue, o dovrebbe distinguerci, dal mondo animale è la capacità di mediare questa violenza, la capacità di tradurla in qualcosa di diverso dal puro istinto aggressivo. Purtroppo mi pare che si stia perdendo il senso dell'evoluzione e si stia assistendo ad un'involuzione pericolosissima. La violenza viene esercitata per un nonnulla. Si brandiscono armi, bastoni o si utilizzano le mani anche senza un senso, senza una provocazione, senza un perché. E questo è sconvolgente. Tutto questo mi fa orrore.
Sono consapevole di non poter fare molto di più di quello che faccio. Tante cose non dipendono da me, ma da una sorta di accordo che coinvolge tante persone, da una sorta di volontà collettiva che difficilmente riesce a coagularsi e che se riesce a coagularsi, lo fa per un lasso di tempo troppo breve, presa da un impeto emotivo che si esaurisce quasi subito.
Per questo non ho voglia di esaurirmi, di combattere battaglie donchisciottesche nel vano tentativo di portare la "pace nel mondo". Quelli erano ideali - bellissimi, per carità! - che ho coltivato negli anni dell'adolescenza e della gioventù. Poi è subentrato il realismo dell'età adulta, il confronto con quel che vivevo sulla mia pelle, che sperimentavo nel continuo vivere la realtà dello studio, del lavoro, delle amicizie.

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