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domenica 15 dicembre 2024

Cupio dissolvi...

Sono stanca. A volte i genitori sanno essere egoisti. Il loro destino si compie fagocitando il destino dei figli. Scopro che sono, in realtà, un insieme di pensieri non miei. Un insieme di regole, di valori - anche - che non appartengono a me. I miei sogni sono andati a farsi friggere in nome del dovere ed ora non mi resta che un pugno di mosche. Ho sbagliato tutto, questa è la mia sensazione.Sto facendomi del male. Sto svilendo ed "uccidendo" me stessa per punirmi di non aver saputo oppormi a quel "fagocitare i propri figli" che insegna la mitologia greca. I genitori vorrebbero che i loro pargoli siano riproduzioni di se stessi. Vorrebbero che percorressero le strade che loro hanno o non hanno percorso. Quasi che potessero vivere una seconda vita attraverso di loro.
Avrei dovuto oppormi quando avevo la forza e gli anni per farlo. Ma, adesso lo so, non ero completamente conscia di quello che stava accadendo. Adesso mi ritrovo, adulta, con un pugno di mosche in mano. Non ho potuto fare, nella vita, quel che avrei voluto fare (l'archeologa, per inciso). Ho fatto quello che dovevo fare, come un burattino senza volontà, senza desideri, senza sogni.
Eppure io i sogni li avevo. E tanti. Li ho lasciati andare come una bambina lascia al vento i palloncini colorati. Ho lasciato andare i miei sogni in nome di un prepotente dovere che, al pari di un inflessibile ragioniere, mi presentava il conto dei miei doveri. Ho chinato la testa. Ho trovato il posto fisso. Ho provato ad iscrivermi, all'università, ad una facoltà che poteva introdurmi al meglio nel mondo del lavoro. Ma non l'ho terminata. Non era quella la mia strada.
Che ne ho fatto della mia vita? Che ne ho fatto dei miei sogni, della mia bella mente? Mi ritrovo qui, ora, a scrivere su un blog, un bicchiere di birra da una parte, circondata dal disordine che ho dentro e che ho replicato fuori di me. Cosa ne è di me stessa? Credo di essermi "uccisa" diversi anni fa. Mi sento un lemure, un pallido fantasma, che vaga alla ricerca di un senso alla sua esistenza. Trascinando le pesanti catene di un destino che altri hanno deciso per me.
Forse per questo, tanti anni fa ormai, dicevo che era meglio nascere orfani. Perché sarei stata una tabula rasa, una lavagna sulla quale imparare a scrivere quel che avevo dentro. Perché non avrei avuto esempi o regole da seguire, né tantomeno avrei avuto degli imperativi categorici ai quali obbedire.
Ora sono qui, seduta a scrivere, a pensare, a piangere, a bere...
Istintivamente forse è anche per tutto questo che non ho avuto né voluto figli. Troppo doloroso è stato ed è ancora quello che ho portato come figlia in questo viaggio chiamato vita.
Dicono che non è mai troppo tardi, ma io mi sento in terribile ritardo sulla vita stessa. Cosa ho realizzato? Cosa sono? Chi sono? In certi momenti vorrei perdere la memoria. In certi altri vorrei sparire definitivamente, perché se il fine della vita è la morte, non ha senso prolungare l'agonia.

venerdì 8 dicembre 2023

Navigare necesse est...

Sono due anni che non scrivo su questo mio spazio. Due anni nei quali ho navigato "a vista" tra alterne vicende - scogli - tra il riso e il pianto, la speranza e la disperazione.
Tutto è un pò cambiato, nella mia vita. Ad un certo punto di questi due anni di "silenzio stampa" mi sono ritrovata a girarmi intorno e a vedere null'altro che il vuoto, il silenzio, il "niente", il mare, il cielo. Si sono alternate diverse sensazioni: panico, paura, disperazione, solitudine... Ad alcune non riesco tuttora a dare un nome. Tutto mi è diventato sconosciuto, spesso ostile. Ho dovuto rapportarmi con la solitudine. Ci siamo studiate a vicenda, con diffidenza, almeno da parte mia.
In passato ho fatto di tutto pur di non trovarmi faccia a faccia con la solitudine. Ho frequentato gente che mi annoiava e che non capiva la mia "lingua". Così ho imparato a parlare la loro. Ho accettato comportamenti che mi lasciavano perplessa, che spesso criticavo. Cene, pranzi, uscite senza senso. Almeno per me. Tornavo a casa più sconfortata che se fossi rimasta sola.
E' un pò come la storia della morte che aspettava quel soldato a Samarcanda:

Vide tra la folla quella nera signora,
vide che cercava lui e si spaventò

Ho cominciato a correre anch'io come quel soldato. Correre tra vite che mi sfioravano appena e che ho considerato migliori della mia, se non altro un'àncora di salvataggio da quella solitudine che sembrava inseguirmi tenacemente. Ho creduto che queste vite potessero lasciarmi un pò di quella "polvere magica" che illuminava le loro. Almeno in apparenza. Perché ora tutto è cambiato. 
Non c'è più quella polvere magica e non c'è molto da invidiare in quelle vite, in quelle storie. Nessun esempio, nessuna trasformazione. Non era, non è, la mia vita. Ancora non so cosa sia, la mia vita. Non posso, però, viverla attraverso gli altri. Non posso viverla come un affamato che mendica una mollica dell'altrui miseria. No, non è così che va. Non è così che deve essere. 
In questi due anni di "silenzio stampa" ho cercato di capire il senso del mio vivere. Ho preso in mano questa cosa così fragile, preziosa, sconosciuta ed ho cercato di studiarla, di capirla, di liberarla. Ancora scorie del passato funestano il passaggio. Scorie che mi relegano spesso nel mutismo e nella rabbia. 
Ora, però, ho imparato a danzare con la mia solitudine. Passi incerti, lenti, talvolta goffi, ma ho accettato (per disperazione?) di danzare sulle sue note. Sto imparando a non riempire più i silenzi e gli spazi del mio vivere.
T'aspettavo qui per oggi a Samarcanda,
eri lontanissimo due giorni fa.
Ho temuto che per ascoltar la banda
non facessi in tempo ad arrivare qua

Confesso che non è ancora molto facile, per me. Questo mondo mi turba, mi fa sentire smarrita. In questi due anni ho imparato - non senza difficoltà - a non guardare né pianificare il futuro, per quanto prossimo possa essere. Ho imparato a guardare all'immediato. A non coltivare speranze inutili senza rinunciare, però, a sperare. Ho imparato anche a piangere senza vergognarmi di farlo. Ho imparato a chiedere.
Ora è il momento di imparare a gestire la mia rabbia, profonda, spesso furiosa. Mi sento in credito con alcune persone. Ho dato loro troppo ricevendone in cambio solo rimproveri ed una immagine distorta di me. E' il momento di dire basta, per non farmi ancora del male. La rabbia fa male prima di tutto a me. I suoi segni fisici mi hanno afflitta per un pò. Non è giusto. Non per gli altri, ma per me. Devo imparare a sollevare la testa senza guardare in cagnesco chi mi butta addosso i suoi giudizi gratuiti, velati o palesi che siano. La solitudine mi insegnerà anche questo, lo so. 

Fiumi poi campi, poi l'alba era viola,
bianche le torri che infine toccò,
ma c'era sulla porta quella nera signora
stanco di fuggire la sua testa chinò.
Eri fra la gente nella capitale
so che mi guardavi con malignità.
Son scappato in mezzo ai grilli e alle cicale,
son scappato via ma ti ritrovo qua.

martedì 10 dicembre 2019

Passaggi

Foto: Eleonora Olivetti
Non è facile districarsi tra le maglie dei pensieri, di un ritmo di vita che non è il mio, di sensazioni ed emozioni che non so come e se governare, di "attraversamenti" che mi tremano le vene e i polsi perché non so dove mi porteranno e come sarò "dopo".
Su internet e sui social ci sono cataste di belle frasi di maestri di vita, tratte da religioni o movimenti spirituali accompagnate da immagini che hanno l'intento di rilassare e predisporre al benessere l'anima e la mente. Guardo le immagini, leggo le frasi e non le sento risuonare dentro come dovrebbero. Mi sembrano un insieme di lettere che formano parole delle quali mi chiedo il significato.
Indubbiamente questa vita - intesa come esistenza in un momento ben preciso, in una società con dei ritmi e delle meccaniche strutturate - per me come per altri ha passaggi difficili da percorrere e, innanzitutto, da accettare. Tutto e tutti vanno troppo veloci, troppo imperniati su una superficialità, un'esteriorità che lascia - almeno a me - l'amaro in bocca ed un senso di vuoto che mi sgomenta. Non riesco ad adattarmi a tutto questo. Si consuma tutto e tutti troppo velocemente. Si scivola sulle vite degli altri come su una pista da sci, incuranti delle acque profonde, incuranti della vita e del vissuto di chi si incontra, di chi si sfiora, di chi si lascia.
In questo momento se mi guardo intorno avverto il vuoto. Mi ripeto costantemente - perché ne sono certa - che è un'esperienza che devo fare consapevolmente, attenta a cogliere i suggerimenti e gli insegnamenti che mi deve lasciare. Ma la mia natura umana, fragile e limitata, è spaventata, si sente indifesa ed esposta a venti e tempeste che non è sicura di potere e sapere governare.
Mi sento come se camminassi in una sorta di bolla enorme. Solo io. Mi volto, cerco una mano amica, un volto, un'attenzione, una sollecitudine... Trovo, è vero, tutto questo nel mio compagno di vita e non voglio assolutamente sminuire il suo contributo a farmi stare meglio di quanto mi senta. Ma c'è solo lui. Siamo solo noi due. Cerco di non chiudermi al mondo, cerco di intrecciare con gli altri un rapporto meno superficiale, meno scontato. Ma, mi dico amaramente, spesso mi sembra di esserci solo io, sembra che agli altri importi poco, occupati come sono a correre, correre, correre ed apparire.
Sono stanca, lo confesso, anche di ascoltare. Mi piace farlo, ma mi si riversano addosso problemi, lamentele, stanchezze che mi angustiano, mi annichiliscono. E non c'è, se non molto raramente, il contraccambio. Qualcosa non va in tutto questo. Devo cambiare qualcosa. Il mio approccio al mondo ma, penso, soprattutto il mio bisogno degli altri che, forse, è talmente manifesto da permettere a taluni di approfittarsene.
Credo che al bisogno devo sostituire il piacere e cominciare a pensare di non avere necessariamente il contraccambio. Come devo cominciare ad arginare il fiume di lamentazioni e sfoghi che mi si riversa addosso con la "scusa" che so ascoltare. E' difficile quest'ennesimo cambiamento. Mi sento come se stessi, immobile, titubante, sull'orlo di un burrone. Dall'altra parte c'è un altro percorso da fare. Devo solo saltare, ma mi chiedo se ce la farò. Se riuscirò a saltare sufficientemente a lungo per atterrare su una nuova pista. Il baratro che vedo, che c'è (o forse no) tra me e l'altra sponda mi spaventa. E' il nulla, il buio, il voto. Non posso, lo so, rimanere a lungo ferma. Devo prendere coraggio e spinta e tuffarmi.
Adesso, oggi, però, mi sento così sfiancata, sola, vuota che ho voglia solo di sedermi e piangere.

lunedì 29 aprile 2019

Andare via dalla pazza folla

In questo periodo ho rincorso problemi comuni ed anche banali: la rottura del frigorifero, un'automobile che comincia a dare segni di cedimento, la casa che ha bisogno di essere svuotata. Tutte cose che hanno assoribito più energie del dovuto. Talvolta mi faccio prendere troppo dalle preoccupazioni. Il più delle volte cerco di star calma e di ripetermi che tutto troverà un suo equilibrio ed una sua soluzione, basta non perdere la testa.
Al di là di questo ci sono i soliti problemi d'ufficio, ulteriormente gravati dal voltafaccia di una collega che, però, mi ha fatto meno male del previsto. Anzi, mi sono stupita di aver reagito in modo molto "english", come dico io, molto quieto. Forse, mi dico, perché sono contenta che certe "anime nere", alla fine, si palesino per quel che sono e tolgano il disturbo. Mi sono liberata di un peso.
La vita scorre tranquilla, tra incursioni di cronaca e dilemmi personali. Forte e sempre presente è la voglia di andarmene da questa città, i cui ritmi isterici mi stanno sfiancando. Forse per l'età o forse per le nuove consapevolezze maturate nel corso di questi ultimi anni. Ho necessità di ritmi più quieti, più naturali, meno "pompati". Ritrovare me stessa sta significando anche maturare insofferenza per un vissuto che non mi appartiene, non appartiene alle mie corde.
Trovo i ritmi "moderni" eccessivi, spietati, violenti. Tutto questo lo osservo soprattutto nella cronaca, in quella che leggo sul giornale o ascolto dalla televisione ma anche in quella che vivo tutti i giorni. Nelle piccole e grandi prepotenze e sgarberie, nella "guerra tra i poveri" che si consuma sui bus, per le strade, nei negozi, ovunque ci sia un consesso umano. Persino alle casse di un supermercato.
Beninteso, la violenza è parte di ciò che tutti noi siamo. Ma quel che ci distingue, o dovrebbe distinguerci, dal mondo animale è la capacità di mediare questa violenza, la capacità di tradurla in qualcosa di diverso dal puro istinto aggressivo. Purtroppo mi pare che si stia perdendo il senso dell'evoluzione e si stia assistendo ad un'involuzione pericolosissima. La violenza viene esercitata per un nonnulla. Si brandiscono armi, bastoni o si utilizzano le mani anche senza un senso, senza una provocazione, senza un perché. E questo è sconvolgente. Tutto questo mi fa orrore.
Sono consapevole di non poter fare molto di più di quello che faccio. Tante cose non dipendono da me, ma da una sorta di accordo che coinvolge tante persone, da una sorta di volontà collettiva che difficilmente riesce a coagularsi e che se riesce a coagularsi, lo fa per un lasso di tempo troppo breve, presa da un impeto emotivo che si esaurisce quasi subito.
Per questo non ho voglia di esaurirmi, di combattere battaglie donchisciottesche nel vano tentativo di portare la "pace nel mondo". Quelli erano ideali - bellissimi, per carità! - che ho coltivato negli anni dell'adolescenza e della gioventù. Poi è subentrato il realismo dell'età adulta, il confronto con quel che vivevo sulla mia pelle, che sperimentavo nel continuo vivere la realtà dello studio, del lavoro, delle amicizie.

martedì 19 marzo 2019

Rifiuto il pacco e vado avanti

Si cambia. Di nuovo.
Oramai avere a che fare con le persone sembra una sorta di roulette russa, alla quale mi sono stancata di partecipare. Da quest'ultima "avventura", devo dire, traggo solo guadagni: mi libero di una persona noiosa, borbottona, acida e poco empatica. Ora dovrò imparare a gestire i rapporti di lavoro, visto che costei - ahimé! - lavora nel mio stesso servizio.
Ma è qualcosa che ho già visto, qualche anno fa. Per me è difficile fare l'abitudine alla non-armonia. Gestire i conflitti nel campo lavorativo è molto molto delicato, specie in presenza di persone con spiccata tendenza alla permalosità nonché all'infantilismo. Confesso la mia incapacità. Alzo le mani e, soprattutto, chiudo certe porte incautamente aperte. L'amicizia in campo lavorativo è merce rara. Gli amici si scelgono, i colleghi - come i parenti, del resto - no.
Al momento va così. Senza parlarci, con i saluti d'ordinanza, con lei che fa la "splendida" appena mi vede e sta in compagnia di qualche sgallettata par suo. A me fa sorridere. Mi ricorda molto certi adolescenti dispettosi e infantili. Probabilmente lo è anche lei, dispettosa e infantile. I segni c'erano tutti, mi assumo la responsabilità di averli sottovalutati.
Del resto sono ben cosciente che quella specie di tregua che intrattenevamo non poteva durare a lungo. Siamo diversissime sotto molti aspetti. Lei è perennemente scontenta, si lamenta di ogni cosa: si lamenta di avere troppo lavoro ma si lamenta quando non ce n'è molto; si lamenta che il capo interloquisca più con me che con lei; si lamenta perché non può fare gli straordinari e aggiunge che, del resto, preferisce uscir prima piuttosto che rimanere; si lamenta perché non le danno la linea di attività, che - signora mia - son soldi!; si lamenta perché non ha nessuno con cui dividere l'affitto (e chi se l'accolla una lagna del genere?). Credo proprio che ho - se pure maldestramente - scansato un fosso.
Mi tergo metaforicamente il sudore e vado avanti. E' un banco di prova anche per i miei limiti, per le mie paure, per la me stessa che sto costruendo. E' tempo di mollare certi atteggiamenti fin troppo buonisti e condiscendenti. Con certa gente bisogna essere determinati e inflessibili. Certa gente non deve entrare più nella mia vita.

martedì 8 gennaio 2019

Potare necesse est

L'anno non sembra iniziato nel migliore dei modi. E' vero che devo assolutamente recidere tutti i fili pendenti, ma, santo cielo!, non tutti insieme!
Se dico che vorrei andarmene in pensione malgrado l'età ancora giovane dal punto di vista lavorativo, è perché non ce la faccio più a sopportare la gente umorale. La sopporto da quando ho cominciato a lavorare, più di trent'anni fa. Non sopporto le lagne, le lamentele senza costrutto, gli sbalzi d'umore della serie "un-secondo-ti-saluto-il-secondo-dopo-no". Sono arrivata al capolinea.
Adesso, malgrado abbia cercato in più di un modo di tergiversare e di salvare il salvabile, più per non far trovare nei guai la collega che per altro, mi trovo costretta a fare quattro chiacchiere con l'organizzatore del lavoro. Che le trovi qualcosa di cui si può occupare solo lei, che le dia un lavoro importante che le richiede tempo e che la illuda di essere importante. Qui dentro nessuno è importante, nemmeno i "capi dei capi". Siamo solo marionette che producono carta. Tutto qui.
Malgrado questo c'è gente che fa del lamento il suo stile di vita. Mi lamento dunque sono. Non ci sono soluzioni. Si lamenterebbero pure in presenza di uno stipendio più alto e di una bella mole di lavoro da fare. A me ne è capitata una, purtroppo. Una croce. E si offende pure del fatto che l'organizzatore del lavoro in certo qual modo mi "consideri" (per quel che si può considerare un ingranaggio del carrozzone). Pianta il muso e se ne sta nella sua stanza.
Ne ho le palle piene di gente che non vuol crescere, che non vuole confrontarsi con se stessa e con le proprie paranoie. Io lo sto facendo da tempo e sono in via di "guarigione". Non ho tempo per queste messinscene. Nè ho, come succedeva un tempo, voglia. Non faccio più parte del plotone degli autoflagellatori che si prosternano e si umiliano per guadagnarsi il "regno dei cieli".
In genere evito di creare situazioni di tensione sul lavoro perché mi piace lavorare in armonia e poi anche perché non è la vita, per cui perché me la devo prendere? Ma c'è un limite a tutto. Adesso sto mentalmente organizzando un discorso da fare all'organizzatore. Pacato ma fermo. Credo di trovare terreno fertile. L'ho intuito da diversi atteggiamenti.
E' tempo di recidere.

domenica 11 novembre 2018

Rughe del volto e rughe dell'anima

Gli anni passano. Bella scoperta!
In parte, lo confesso, per me lo è, nel senso che non avverto l'età che ho, mi sembra di essere sempre la stessa con i capelli lasciati - volutamente - grigi (fa tanto chic!). Il fatto è che ho un'immagine di me rimasta ferma ai beati e favolosi anni '80-'90 ma quella che mi restituisce lo specchio è l'immagine di una donna che - per carità! - porta bene i suoi anni, ma non è "quella lì", quella degli splendidi anni '80-'90!
Mi mantengo bene, indubbiamente, grazie alla genetica (nel senso che devo ringraziare ave e trisavole, oltre che le cremine che ho cominciato ad utilizzare molto presto, se non altro per avere una pelle più morbida), ma il passaggio degli anni e degli eventi ha segnato un pò, qua e là, i lineamenti. Qualche rughetta compare accanto agli occhi se sorrido. La fronte è ancora liscia. Forse le guance sono più incavate e la mascella è meno dura.
Non sono più nemmeno la stessa dal punto di vista caratteriale. Fino a qualche anno fa ero più aggressiva, più istintiva, "di pancia". Adesso - complici anche questioni legate alla salute, a sua volta collegata comunque allo stato d'animo e agli umori - sto procedendo verso una tranquillità super partes. Per carità, compaiono ancora le fiammate della "vecchia" me, ma adesso avverto prima il loro arrivo e cerco di smorzarne gli effetti.
L'analisi ha indubbiamente portato molti frutti al mio albero. L'analisi mi ha anche fatto star male. Non è facile trovarsi faccia a faccia con quelle parti di te che detesti e che proietti sugli altri. Vorremmo tutti essere perfetti ed amabili ed è traumatico scoprire che non lo siamo. Che siamo umani e imperfetti. Che amiamo e siamo amati, che odiamo e siamo odiati. Che falliamo con la stessa frequenza con cui facciamo la cosa giusta.
Penso che quando si impara a convivere con tutto questo, si arriva ad una sorta di pace sovrumana con se stessi. Ci si rilassa e si prende la vita con calma. Del resto l'insofferente frenesia è tipica dell'età giovanile e mal si concilia con l'età adulta, quando si dovrebbe essere pervenuti a certe sponde più tranquille.
E, dunque, le tracce del tempo sul viso non mi fanno paura. Mi provocano, invece, un sentimento molto simile alla tenerezza e molto vicino anche alla malinconia. Ci convivo con molta serenità, non me ne preoccupo più di tanto. Sono le "rughe dell'anima" che, piuttosto, un pò mi danno pensiero. Con il tempo le esperienze (positive e negative) che ho attraversato mi hanno lasciato qualche regalo. Non sempre molto gradito, ma anche da questo credo di dover imparare.
Con il tempo ho ridotto molto il parterre degli amici. E questo lo considero in parte un bene e in parte un male. Sicuramente ho allontanato le persone che non mi facevano bene, ma nel contempo mi sono quasi inavvertitamente chiusa. Credo per paura, per diffidenza. Cosicché ora non posso contare su molte amicizie e a volte ne soffro un pò. E' difficile stringere amicizia quando gran parte della vita si è già dipanato. Le vite di ciascuno, a questo punto, sono già ampiamente strutturate, articolate, stratificate, consolidate.
Non so, onestamente, quanto siano profonde le amicizie che ho in questo momento. A volte mi capita di dire a me stessa che dovrei essere più "audace", dovrei essere più presente e meno riservata. Poi una vocina dispettosa mi rammenta che le fregature, comunque, le ho prese anche di recente e proprio perché mi sono fidata. Cammino per strada, allora, guardando le persone come se fossero alieni che non parlano la mia lingua. Sono cortese, gentile, ma avverto ancora in me la diffidenza o, come la chiamavano un tempo, la riservatezza. Ci sono momenti che vorrei avvicinare, abbracciare, interessarmi, farmi coinvolgere e coinvolgere. Poi, alla fine, qualcosa sempre mi trattiene.
Questo sentirmi trattenuta è venuto fuori anche durante l'analisi. Confesso che è un gradino che non mi riesce di superare. Lo guardo, lo affronto, mi sbuccio mani e ginocchia, ma non riesco ancora a tirarmi su del tutto. Forse dovrei dargli meno importanza, lasciare che sia, non insistere. Mi chiedo se non si può essere pronti alla mia età. Mi chiedo, anche, cosa mai è successo, nella mia vita, che ha determinato questa mia paura che confina quasi con il terrore, a volte. Ma la memoria non è prodiga, non mi restituisce né immagini né ricordi.

mercoledì 25 aprile 2018

Cattivi maestri...

Eva Sacconago (Foto: varesenews.it)
Mi incuriosiscono moltissimo le storie di vita "comune", quelle confinate in alcuni programmi televisivi di seconda serata, come se fossero storie di vite che è meglio non conoscere, che è meglio dimenticare e non considerare. Tanto chi li vede i programmi in seconda serata?
Per fortuna sul web viene offerta una varia scelta di repliche di questi programmi ed ogni tanto mi "diletto" a guardarne qualcuna. Uno dei programmi a mio parere meglio strutturati è sicuramente "Un giorno in Procura", che trasmette stralci di processi controversi, talora forti e drammatici, a volte molto noti come il processo per il delitto di Avetrana, a volte quasi sconosciuti.
Questa volta ho visto, in "religioso" silenzio, è il caso di precisarlo, il processo a suor Mariangela Farè, accusata di una serie di atti che non ci si aspetterebbe che una suora possa commettere, ultimo dei quali, gravissimo quanto gli altri, spingere una giovane donna, Eva Sacconago, di 27 anni, al suicidio. E' stata una visione difficile, drammatica, lo confesso, che mi ha lasciato un senso di nausea oltre che un immenso sentimento di pietà e di rammarico per una vita così sfortunata e spezzata precocemente. Un senso, un sentimento, che tuttora mi accompagna attraverso alcune riflessioni, essenzialmente a motivo della fede che, comunque, mi accompagna nel mio cammino.
La storia di Eva Sacconago, perché è lei la vera protagonista, bisogna riconoscerle almeno questo, anche se è morta, è una storia dura e complessa di una ragazza fragile e smarrita lungo le strade dell'adolescenza e dell'età adulta che ha incontrato una cattiva educatrice. Una pessima educatrice, che non ha esitato ad approfittare di un'anima fragile, confusa, disorientata.
Certe storie mi turbano, lo confesso, si insinuano nelle pieghe delle mie convinzioni religiose contaminandole con la diffidenza. Razionalmente posso convenire che la maggior parte di uomini e donne che scelgono la via della fede sono profondamente motivati. Emotivamente, però, percepisco anche che la debolezza della natura umana può deviare e stravolgere certe motivazioni.
Ho a lungo riflettuto su questa storia e sulle sue implicazioni nelle vite di chi vi è stato coinvolto a vario titolo e nelle vite di chi l'ha solamente conosciuta per mezzo dei media, come me. Non ho messo in discussione la mia fede in Dio: non è responsabile del comportamento degli esseri umani, delle loro scelte. In fondo abbiamo deciso e voluto essere liberi che, a mio parere, resta la scelta migliore. E scegliendo la libertà di azione e di pensiero ce ne accolliamo anche le conseguenze.
Metto, piuttosto, in discussione la moralità, il buon senso, la capacità di comprendere - l'intelligenza, in fondo - di certuni che dicono di voler seguire strade ben precise e di continuare a farlo malgrado abbiano una vita palesemente in contrasto con i valori che quelle strade richiedono.
Se, poi, tutto questo porta al suicidio di una giovane, fragile, vita non nego di provare una rabbia che non esito a definire "giusta". Una reazione misurata e razionale ma non meno veemente. Ho imparato a gestire la mia rabbia. Questa "suora", questa che diceva di essere una donna di fede, meriterebbe ben altro rispetto ai quattro anni che le sono stati dati dalla giustizia, con annessi e connessi.
Ha commesso un omicidio senza essersi materialmente sporcata le mani del sangue della sua vittima. Un omicidio dell'anima e del corpo. E mi tornano evangeliche immagini di pietre legate al collo...

Se qualcuno fa perdere la fede a una di queste persone semplici
che credono in me, sarebbe meglio per lui essere gettato
in mare con una grossa pietra legata al collo.
*Marco 9, 42*

martedì 7 febbraio 2017

Bad times, bad men

Sono tempi difficili, non c'è niente da fare. Tempi confusi. Nessun punto di riferimento, milioni di verità, di versioni, di opinioni... La chiamano libertà, ma io penso che "confusione" sia il termine più indicato. I colpevoli non sono mai colpevoli del tutto, nella bontà e nella generosità bisogna sempre fare dietrologia: chissà a cosa mira in realtà, chissà che vuole, chissà perché.
Siamo tutti più diffidenti, più chiusi in noi stessi e nei nostri ipertecnologici cellulari. La capacità di dialogare, di confrontarsi, sta lentamente regredendo all'età della pietra, tant'è che è tornata la "giustizia-fai-da-te" con mazze, coltelli e fucili. Ci si lascia con un sms, ci si mette insieme su facebook o twitter o chissà quale altra diavoleria che, chissà perché, si chiama "social network".
L'incapacità di uscire dal nostro guscio così caldo e protettivo, porta inevitabilmente con sé qualche paranoia. Per dirla terra terra: ce la cantiamo e ce la suoniamo da soli. Ci convinciamo che ciò che pensiamo sia necessariamente più giusto di quello che pensano gli altri, per esempio. Oppure ci convinciamo che là fuori, il mondo bastardo ci vuole solo fagocitare, triturare e sputar via. Cominciamo a vedere pericoli ovunque, persino nei luoghi più "innocenti". Queste paranoie sono amplificate da chi, nelle alte sfere del potere, ha come fine ultimo la manipolazione e l'asservimento delle masse ai suoi voleri. Siamo strumenti facilmente condizionabili.
Un tempo leggevo più quotidiani. Facevo una sorta di "rassegna stampa" mattutina, confrontando titoli e contenuti. Ho smesso di farlo da un pò: ho notato che, a parte lo schieramento politico talvolta disgustosamente manifesto nelle testate giornalistiche, anche le notizie che hanno meno a che fare con la politica vengono strumentalizzate, manipolate, digerite e riproposte magari alterandole un pò per ottenere un effetto piuttosto che un altro.
Personalmente non riesco a capire dov'è la verità. Cos'è la verità, parafrasando Ponzio Pilato. Ci sono ventordicimila verità, in questo isterico mondo. C'è la verità di chi subisce ma anche quella di chi infligge tormenti. Persino chi è palesemente in torto, alla fine, rivendica una sua, a mio modo di vedere illogica e insostenibile, verità. E questo non ha fatto altro che scardinare progressivamente i valori con i quali hanno allevato quelli della mia generazione. Paradossalmente sono proprio alcuni di noi che glielo hanno permesso, arrendendosi prima di combattere.
Comunque sia, comunque vada, penso che l'importante è, per me, non perdere il mio timone interiore. Afferrarmici saldamente e non mollarlo nemmeno nella tempesta più furiosa. Cosa che, ultimamente, è piuttosto difficile. L'avanzare della vita reca con sé, inevitabilmente, turbamenti e paure. Tremori e timori. Certe volte mi vengono in mente immagini del passato, ricordi, emozioni... e tutto mi sembra così irrimediabilmente "passato" e irripetibile. Allora mi viene un pò il respiro corto ed un senso di smarrimento che confina con il panico, più o meno. Secondi che sembrano ore, poi tutto passa.
Panta rei.

lunedì 16 gennaio 2017

Cercare...

Oggi è il Blue Monday. Altra "invenzione" americana, stavolta non ci siamo impegnati nemmeno in una traduzione decente. Non sapevo cosa fosse fino a stamattina, quando il mio capo, entrando in ufficio, mentre si toglieva lo sciarpone d'ordinanza, ha dato il triste annuncio.
Qui si trovano notizie su quella che sembra essere un'altra operazione pubblicitaria stile Halloween (che io cordialmente detesto, sapevatelo), tutta incentrata su un melting pot (per restare in tema di anglismi) di psicologia e calcoli matematici. In effetti la giornata non è stata un granché, devo confessarlo. Sono stata funestata da un incomprensibile nervosismo che ho attribuito al mal tempo e al freddo; doveva venire la rappresentante Tupperware ed ha avuto un problema; ho provato "antiche" e fastidiose sensazioni che un po' mi hanno irritata. E qui mi fermo perché mi sembra sufficiente.
Adesso va un po' meglio. Strano, perché è sera e di solito mi assale una sorta di tristezza cosmica della quale ho imparato a non chiedermi l'origine. Mi sono fatta una tisana, mi sono mangiata dei gustosi supplì (la mia cena) e sto "covando" l'intenzione di iniziare a meditare (mi sono attrezzata con tutti i libri utili).
Stamattina mi sono goduta un meraviglioso, unico, irripetibile silenzio. In un oratorio. Ci vado tutti i giorni a cercare il Padreterno e un po' di serenità. Stamattina non c'era proprio nessuno. Le suore che hanno cura delle celebrazioni erano al caldo nella sacrestia a fare le preghiere mattutine. Il silenzio era come un materasso di gomma in cui affondare, interrotto piacevolmente soltanto dal gorgoglio della cascatella del presepe. Ho provato un intenso senso di pace. E' questo Dio? Non lo so. Lo cerco da una vita. Spesso lo perdo, a volte lo ritrovo per poi perderlo di nuovo.
Sono una persona un po' disordinata, confusionaria, spesso incostante. Ma non è questo il "problema". E' l'inquietudine, in realtà. Un senso di non completezza, di avere qualcosa, di trovare qualcosa, di niente che mi soddisfi mai completamente. I momenti di beatitudine, come li chiamo io, sono sempre brevi, se pure intensi. Come se mi sfuggissero ridendo per farsi inseguire, non curandosi dei giorni e giorni di condanna alla semioscurità dell'anima.
Vorrei essere tanto equilibrata, saggia, consapevole, coerente e cose del genere. Ma io sono anche questa: sono una sorta di vulcano costantemente in ebollizione. Sono incoerente, a volte. Ed anche poco equilibrata, confusa, smarrita.
Forse troverò Dio nel momento in cui inizierò realmente ad amare me stessa. E' questa la risposta?
Adesso sono in pace. La giornata è quasi terminata. Ho mal di schiena e voglia di distendermi. Domani è martedì. Mi aspetta il consueto appuntamento con il "meccanico" (è così che chiamo lo psicologo), che cercherà di convincermi a gettarmi allegramente nella massa, a socializzare, malgrado non ne abbia, al momento, la benché minima voglia. Detesto i compiti in classe e socializzare, al momento, non è il mio principale problema. Gliel'ho detto. Ma pare che lui sappia quale sia il mio bene meglio di me. Curioso: tutti sembrano sapere meglio di me cosa mi farebbe bene e cosa mi farebbe male. Bisogna chiarire la faccenda, prima che si convincano seriamente di avere ragione.

Il vuoto del nulla

Voglio trovare un senso a questa vita
Anche se questa vita un senso non ce l'ha
(Vasco Rossi)


E' una domanda che mi vien su specialmente quando leggo i titoli dei giornali (a volte non ho il coraggio di andare oltre i titoli). La gran parte dell'umanità mi sembra avvolta in una spira di violenza, sofferenza, indigenza, narcosi collettiva. E c'è una piccola parte della medesima umanità che si comporta come se non fosse di questo mondo, come se non fosse fatta della stessa "materia" di chi soffre, di chi ha fame, di chi subisce o fa violenza.
Mi sorprendono e, in parte, mi disgustano le notizie di siti per stramiliardari, in cui costoro fanno sfoggio della loro "ricchitudine"; allo stesso modo mi lasciano perplessa (in negativo) i social in cui ci si espone come carne in macelleria, tette e culi un tanto al chilo. Ragazze più o meno belle con la bocca a culo di gallina, i glutei esageratamente evidenziati, le pose che rasentano quelle delle pornostar... Perché? Perché tutto questo "sfoggiare", sbattere in faccia ricchezza o corpi palestrati, siliconati, gonfiati? La vita è, dunque, solo superficie, apparenza?
Ste cose mi rattristano. Mi sembra di essere circondata da un mondo fatto a bolla di sapone, finto, pronto a scoppiare da un momento all'altro. Mi sento fuori posto, una specie di disadattata, autistica, che tarda a capire. Perché se tutti fanno così, tu che non capisci sei lo scemo di turno.
Ieri, ad esempio, in una nota trasmissione televisiva (nota soprattutto per le polemiche che suscita e il trash che produce), è stata ospitata una ragazzina di 18 anni (per me a 18 si è ancora "ragazzini"), una schermitrice, molto carina, che sul suo profilo Instagram si mostra in diverse pose, audaci, ammiccanti, culo e tette sempre attentamente in vista, sguardo malandrino, bocca rigorosamente a culo di gallina. Motivo dell'ospitata: un giocatore di calcio avrebbe chiesto, sempre su Instagram, alla suddetta ragazzina, di mandargli un particolare più ravvicinato del lato B (un giro di parole per dire "culo") perché aveva il dubbio che fosse rifatto (dubbi esistenziali davvero! Di quelli che non ci dormi la notte e non ci mangi il giorno). Lei si è piccata, gli ha risposto che era "malato" e lui l'ha bannata. Ora lei è pentita e vorrebbe rimettersi in contatto con la macchina da soldi. Non si sa mai.
Ecco, a me ste cose mi disgustano un pò. E' il trionfo dell'ignoranza, dell'apparenza, del vuoto. Si, il vuoto totale, assoluto, irrimediabile. Vite annoiate che passano da un selfie ad una chat ad un altro selfie senza soluzione di continuità. Se appari sei, esisti. Questo l'assioma. La vita diventa, quindi, una sorta di spettacolo continuo, finquando madre natura non decide di "bastonarti" facendoti calare le tette e ammosciandoti il viso e il culo, che poi sono - a ben vedere! - la stessa cosa.
Tutt'intorno è più o meno così. Vite spese ad imitare, più che a coltivare la propria originalità. Mi sembra di camminare e vivere in un mondo di cloni, di bambole gonfiabili, senza anima, senza cervello. E' spaventoso. L'incomunicabilità non è mai stata a questi livelli. Ci si parla sui social networks, mica di persona. Ci si mette insieme via chat. Si litiga e si fa pace su whatsapp; si muore per un "like" non dato...
Forse è vero che c'è troppa cocaina nell'aria.
Forse è vero che siamo al tramonto e che dovrà esserci un'umanità nuova...
Sicuramente è vero che in questo modo non si può andare molto avanti.

lunedì 9 gennaio 2017

Out of here

Continuano le temperature polari. Stamattina mi sono "addobbata" stile Amudsen alla conquista del Polo Sud. Passerà anche quest'inverno, anche questo freddo e nel frattempo cerco di godermi per quel che posso i minuti, i secondi ed anche i silenzi. Perché Roma è straordinariamente silente, in queste fredde mattine di gennaio.
Sul bus si sta tutti zitti zitti, affondati nei giacconi, nelle sciarpe, nei cappelli e nei telefonini. Nemmeno i gruppetti di donne, solitamente impiegate nelle pulizie degli uffici, ci "allietano" con il loro cicaleccio. Le strade del centro sono semideserte, fatta eccezione per quelli che, come me, devono andare a lavorare e che, frettolosi e raccolti in se stessi, sfilano silenziosamente tra un bar ed un vicolo deserto. Fa tutto una strana impressione, a dire il vero. L'unica "nota di colore" è l'albero di natale che ancora brilla in piazza Venezia. Nella tristezza delle feste appena trascorse, è forse la sola cosa che riesce a strappare un sorriso ed uno sguardo sognante.
Non sono tanti nemmeno i turisti che di solito "infestano" le strade. Il freddo deve aver scoraggiato anche loro. C'è un sole vivido e chiaro, una giornata bellissima. Eppure... eppure una leggera vena malinconica un pò offusca il godimento di questa luce, di questo cielo sgombro dei nubi. E' come se mancasse qualcosa che non so cosa sia. E' come se avvertissi un angolo vuoto dentro di me, ma non ricordassi cosa l'occupava prima.
Mi rifugio, allora, nei piccoli gesti di ogni giorno, per trovare, nella quotidianità, un senso, un pò di tranquillità. Riordino la scrivania, la casa, i documenti sul pc; cerco di fare la "brava massaia" con un certo grado di impegno; mi occupo, con più interesse di prima, della spesa, della cucina, dei lavoretti da far fare all'idraulico. L'angolo buio rimane sempre lì, ma è meno angosciante, un'ombra nella quale non si nasconde l'uomo nero di quando ero piccola.
Probabilmente queste ombre che, di tanto in tanto, attraversano il mio orizzonte, riflettono la malinconia di cose non vissute, di tutte quelle spinte dello spirito sedate da un'educazione rigida, dalle paure, dalle inibizioni e dalla consapevolezza che ora quelle cose, quelle emozioni, quei "panorami" non possono più tornare. Forse quelle ombre sono i rimpianti. Sono leggeri come il fumo di una sigaretta: trasparenti, si allontanano alla prima folata di vento. Ancora permangono, dentro di me, paure e inibizioni. Le avverto come se fossero dei freni potenti, delle corde che mi tirano indietro nel momento in cui provo a slanciarmi in avanti. E' come se, a volte, fossi "frenata".
Bene, non è il caso di evocare più certe cose. Non ho voglia di concentrarmi sulla soluzione dei "problemi", perché mi farebbe perdere la vita. Lo stesso errore che tante volte ho fatto in passato, il "padre putativo" di quelle ombre che, ogni tanto, vengono a trovarmi. Ecco, stasera lascerò andare i pensieri a correre altrove. Me ne starò come seduta in veranda a guardarli giocare, fuori da me. Io voglio starmene così, incantata e vuota.

lunedì 2 gennaio 2017

Vuoto di senso e senso di vuoto, parafrasando Battiato

Secondo giorno dell'anno.
Ogni giorno è un nuovo inizio, voglio vederla così, in questa fase della mia vita. E' naturale che abbia la tentazione a fare dei "piani" per il futuro, ma il futuro non è pianificabile. La vita riserva imprevisti e colpi di scena, quindi tanto vale vivere qui ed ora. Hic et nunc, dicevano i nostri saggi avi.
Le feste sono passate. E' l'unica osservazione nel merito di questo fine d'anno che mi viene da fare. Il freddo è arrivato pungente e puntuale come le cartelle di Equitalia. Altrettanto puntuale l'attentato di Istanbul, in una discoteca, l'ultimo dell'anno. A ricordare di non dimenticare di aver paura. E così pure i casi di meningite che stanno flagellando in particolare la Toscana, ma un caso si è registrato anche a Roma. Stesso registro: la paura. Viviamo immersi in una quotidiana atmosfera di opprimente paura. Magari passo pure da complottista, ma la paura è funzionale al controllo e penso che ci siano menti piuttosto malvage e sottili, dietro tutte queste paranoie esistenziali.
Sono anni bui, tristi, freddi. Certuni hanno scritto che tali furono quelli del Medioevo, ma almeno il Medioevo ha avuto quegli splendori artistici e quei potenti slanci spirituali che mancano enormemente oggi. Oggi il vuoto e il nulla la fanno da padroni assoluti anche nell'arte, intesa come massima espressione delle capacità umane a tutto campo: musica, pittura, scultura, recitazione e compagnia cantante.
Ieri sono andata da mia madre e con lei ho guardato (😫) uno di quei programmi pattumiera offerti dalla tivvù. Un programma che certuni devono aver giudicato talmente interessante et bello et maraviglioso da riproporlo ad uso e consumo di qualche annoiata casalinga che sta cercando di appisolarsi sul divano dopo il pranzo-harakiri del primo dell'anno. La celebrazione del nulla, del vuoto, nell'inconsistente, dell'inesistente, del cattivo gusto, della provolonaggine fatta passare per furbizia.
So che a mia madre questo genere un pò piace, le "tiene compagnia" (ohibò!) ed ho represso un sospiro, ma non il disgusto. I convenuti in questa sorta di "salotto per casalinghe annoiate" disquisivano tra loro, con i toni delle anatre spaventate in uno stagno, di una certa sfilata sul "red carpet" della mostra del cinema di Venezia. Detesto gli anglismi, è come se ogni volta che li si usa si desse una pugnalata al nostro magnifico idioma. Avrei preferito "passerella", ma tant'è: red carpet è stato detto e red carpet sia. Tanto la volgarità e l'insulsaggine è pari a quella di certe mode d'oltreoceano.
I saggi convenuti, dunque, disquisivano sull'abbigliamento di due fanciulle senza arte né parte, che hanno vissuto il loro primo (e spero ultimo) quarto d'ora di notorietà presentandosi, accompagnate da quello che è stato definito "stilista", con indosso due "creazioni" che nulla lasciavano all'immaginazione e, soprattutto, hanno risolto il problema che assilla i migliori cervelli italioti: ma le modelle ce l'hanno le mutande sotto i vestiti? Beh, se si vedevano gli spezzoni, mandati e rimandati generosamente almeno una ventina di volte, si aveva la risposta.
Ecco con quali eccelsi argomenti di conversazione abbiamo aperto le danze del 2017. Ecco lo specchio del vuoto e del vacuo che rende così tristi questi anni. Vuoto di cervelli, di idee, di creatività, di inventiva, di originalità, di buon senso. Vuoto assoluto, sempiterno, angosciante. Trovarsi a discutere delle parti intime di due morte di fama è la celebrazione di quel che siamo diventati. E questo, a dire il vero, mi spaventa molto. Arriverà il giorno in cui i robot ci fregheranno per sensibilità, me lo sento.