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| Foto: Eleonora Olivetti |
Non è facile districarsi tra le maglie dei pensieri, di un ritmo di vita che non è il mio, di sensazioni ed emozioni che non so come e se governare, di "attraversamenti" che mi tremano le vene e i polsi perché non so dove mi porteranno e come sarò "dopo".
Su internet e sui social ci sono cataste di belle frasi di maestri di vita, tratte da religioni o movimenti spirituali accompagnate da immagini che hanno l'intento di rilassare e predisporre al benessere l'anima e la mente. Guardo le immagini, leggo le frasi e non le sento risuonare dentro come dovrebbero. Mi sembrano un insieme di lettere che formano parole delle quali mi chiedo il significato.
Indubbiamente questa vita - intesa come esistenza in un momento ben preciso, in una società con dei ritmi e delle meccaniche strutturate - per me come per altri ha passaggi difficili da percorrere e, innanzitutto, da accettare. Tutto e tutti vanno troppo veloci, troppo imperniati su una superficialità, un'esteriorità che lascia - almeno a me - l'amaro in bocca ed un senso di vuoto che mi sgomenta. Non riesco ad adattarmi a tutto questo. Si consuma tutto e tutti troppo velocemente. Si scivola sulle vite degli altri come su una pista da sci, incuranti delle acque profonde, incuranti della vita e del vissuto di chi si incontra, di chi si sfiora, di chi si lascia.
In questo momento se mi guardo intorno avverto il vuoto. Mi ripeto costantemente - perché ne sono certa - che è un'esperienza che devo fare consapevolmente, attenta a cogliere i suggerimenti e gli insegnamenti che mi deve lasciare. Ma la mia natura umana, fragile e limitata, è spaventata, si sente indifesa ed esposta a venti e tempeste che non è sicura di potere e sapere governare.
Mi sento come se camminassi in una sorta di bolla enorme. Solo io. Mi volto, cerco una mano amica, un volto, un'attenzione, una sollecitudine... Trovo, è vero, tutto questo nel mio compagno di vita e non voglio assolutamente sminuire il suo contributo a farmi stare meglio di quanto mi senta. Ma c'è solo lui. Siamo solo noi due. Cerco di non chiudermi al mondo, cerco di intrecciare con gli altri un rapporto meno superficiale, meno scontato. Ma, mi dico amaramente, spesso mi sembra di esserci solo io, sembra che agli altri importi poco, occupati come sono a correre, correre, correre ed apparire.
Sono stanca, lo confesso, anche di ascoltare. Mi piace farlo, ma mi si riversano addosso problemi, lamentele, stanchezze che mi angustiano, mi annichiliscono. E non c'è, se non molto raramente, il contraccambio. Qualcosa non va in tutto questo. Devo cambiare qualcosa. Il mio approccio al mondo ma, penso, soprattutto il mio bisogno degli altri che, forse, è talmente manifesto da permettere a taluni di approfittarsene.
Credo che al bisogno devo sostituire il piacere e cominciare a pensare di non avere necessariamente il contraccambio. Come devo cominciare ad arginare il fiume di lamentazioni e sfoghi che mi si riversa addosso con la "scusa" che so ascoltare. E' difficile quest'ennesimo cambiamento. Mi sento come se stessi, immobile, titubante, sull'orlo di un burrone. Dall'altra parte c'è un altro percorso da fare. Devo solo saltare, ma mi chiedo se ce la farò. Se riuscirò a saltare sufficientemente a lungo per atterrare su una nuova pista. Il baratro che vedo, che c'è (o forse no) tra me e l'altra sponda mi spaventa. E' il nulla, il buio, il voto. Non posso, lo so, rimanere a lungo ferma. Devo prendere coraggio e spinta e tuffarmi.
Adesso, oggi, però, mi sento così sfiancata, sola, vuota che ho voglia solo di sedermi e piangere.
Su internet e sui social ci sono cataste di belle frasi di maestri di vita, tratte da religioni o movimenti spirituali accompagnate da immagini che hanno l'intento di rilassare e predisporre al benessere l'anima e la mente. Guardo le immagini, leggo le frasi e non le sento risuonare dentro come dovrebbero. Mi sembrano un insieme di lettere che formano parole delle quali mi chiedo il significato.
Indubbiamente questa vita - intesa come esistenza in un momento ben preciso, in una società con dei ritmi e delle meccaniche strutturate - per me come per altri ha passaggi difficili da percorrere e, innanzitutto, da accettare. Tutto e tutti vanno troppo veloci, troppo imperniati su una superficialità, un'esteriorità che lascia - almeno a me - l'amaro in bocca ed un senso di vuoto che mi sgomenta. Non riesco ad adattarmi a tutto questo. Si consuma tutto e tutti troppo velocemente. Si scivola sulle vite degli altri come su una pista da sci, incuranti delle acque profonde, incuranti della vita e del vissuto di chi si incontra, di chi si sfiora, di chi si lascia.
In questo momento se mi guardo intorno avverto il vuoto. Mi ripeto costantemente - perché ne sono certa - che è un'esperienza che devo fare consapevolmente, attenta a cogliere i suggerimenti e gli insegnamenti che mi deve lasciare. Ma la mia natura umana, fragile e limitata, è spaventata, si sente indifesa ed esposta a venti e tempeste che non è sicura di potere e sapere governare.
Mi sento come se camminassi in una sorta di bolla enorme. Solo io. Mi volto, cerco una mano amica, un volto, un'attenzione, una sollecitudine... Trovo, è vero, tutto questo nel mio compagno di vita e non voglio assolutamente sminuire il suo contributo a farmi stare meglio di quanto mi senta. Ma c'è solo lui. Siamo solo noi due. Cerco di non chiudermi al mondo, cerco di intrecciare con gli altri un rapporto meno superficiale, meno scontato. Ma, mi dico amaramente, spesso mi sembra di esserci solo io, sembra che agli altri importi poco, occupati come sono a correre, correre, correre ed apparire.
Sono stanca, lo confesso, anche di ascoltare. Mi piace farlo, ma mi si riversano addosso problemi, lamentele, stanchezze che mi angustiano, mi annichiliscono. E non c'è, se non molto raramente, il contraccambio. Qualcosa non va in tutto questo. Devo cambiare qualcosa. Il mio approccio al mondo ma, penso, soprattutto il mio bisogno degli altri che, forse, è talmente manifesto da permettere a taluni di approfittarsene.
Credo che al bisogno devo sostituire il piacere e cominciare a pensare di non avere necessariamente il contraccambio. Come devo cominciare ad arginare il fiume di lamentazioni e sfoghi che mi si riversa addosso con la "scusa" che so ascoltare. E' difficile quest'ennesimo cambiamento. Mi sento come se stessi, immobile, titubante, sull'orlo di un burrone. Dall'altra parte c'è un altro percorso da fare. Devo solo saltare, ma mi chiedo se ce la farò. Se riuscirò a saltare sufficientemente a lungo per atterrare su una nuova pista. Il baratro che vedo, che c'è (o forse no) tra me e l'altra sponda mi spaventa. E' il nulla, il buio, il voto. Non posso, lo so, rimanere a lungo ferma. Devo prendere coraggio e spinta e tuffarmi.
Adesso, oggi, però, mi sento così sfiancata, sola, vuota che ho voglia solo di sedermi e piangere.

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