domenica 11 aprile 2021

Confessioni - Quarta parte

E rieccomi. Queste "confessioni" mi stanno risultando un po' difficili. Certe volte mi sembra di scrivere di un'altra persona. Mi meraviglio di tante cose che non corrispondono a quella che sono. Eppure... eppure ero io.
Comunque, scrivevo dell'amicizia, in precedenza. Già, l'amicizia. Sempre idealizzata, cercata, ambita, desiderata, agognata. Avrei voluto avere un amico del cuore, qualcuno al quale confidare tutto quello che tenevo custodito nel mio animo. A quindici anni ce l'hanno quasi tutti. Già. Quasi.
Le mie confidenze a quindici anni le facevo ad un diario, un'agenda rossa riciclata, sulle cui righe amavo scrivere con la penna stilografica. Ce l'ho ancora, quell'agenda. Ogni tanto vado a sbirciare tra le pagine oramai ingiallite e non mi ritrovo. Rivedo l'adolescente che ero con tutte le sue paranoie, ma non mi riconosco. 
Quelle righe vergate da una scrittura regolare, quasi infantile, parlano di una sete d'affetto, di amore, incredibile. Forse inestinguibile. E l'amicizia è una forma d'amore. Ed io quell'amore non lo avevo, all'epoca. Se ripercorro i rari ricordi di allora, mi rammento che non riuscivo a comprendere cosa di me non piacesse agli altri. Una volta davo la colpa agli occhiali troppo spessi, un'altra al fatto di avere forme un po' generose; un'altra ancora al fatto che non ero troppo "sveglia", nel senso che non capivo le dinamiche degli adolescenti, dei loro desideri. Forse per un'educazione troppo severa, che aveva teso a proteggermi da tante (troppe!) cose.
Comunque di amici, nella mia vita, ne sono transitati pochi. Pochi veri, intendo. Le amicizie superficiali, invece, sono state diverse ed appaganti quanto può essere un piatto di pasta quando hai fame. Poi, però, finisce tutto.
Adesso? Ogni tanto soffro di crisi di astinenza, lo confesso. Il vuoto affettivo è rimasto, se pure mitigato da altri amori, da altre compensazioni che non sono un modo per accontentarmi. Quando ero più giovane avvertivo una voragine, adesso c'è solo uno spazio vuoto che tale è rimasto: quello dell'amico o dell'amica del cuore. Spesso, quando sto male (e l'anno passato, per motivi diversi, è stato per me un annus horribilis) mi viene una sorta di ansia che deve essere placata: devo parlare con qualcuno, cercare chi conosca il mio linguaggio ed il mio vissuto. Puntualmente non trovo mai nessuno. Scorro la rubrica sul cellulare e non provo l'istinto di chiamare nessuno.
Questo mi fa riflettere, molto più di quanto già non riflettessi un tempo. Se non c'è nessuno che vorrei chiamare vuol dire che, in realtà, non c'è nessuno che io consideri un amico vero. Sto cercando di accettare la mia fondamentale solitudine, che è la solitudine di molti, in definitiva. Il che non esclude che possa avere relazioni pseudo amicali a breve termine. Le accetto per quello che sono e per quel che durano. Anche se il vuoto resta lì.
Passo molto tempo in silenzio, ora, cercando di superare anche quegli attacchi di panico e quella sensazione di soffocamento che spesso mi assalgono. Cerco, in ufficio, di non alzarmi più alla ricerca di qualche anima buona che si faccia due chiacchiere con me. Rimango seduta. Respiro profondamente. Mi concentro. Cerco di calmare la mente e lo spirito e di sentire il silenzio per quello che è. Fuori e dentro di me.
Ci sono persone con le quali dialogo. Al momento ho rinunciato ad utilizzare il termine "amico". Non lo farò finquando non avrò messo a posto le "cose" dentro di me. Non ci sentiamo di frequente. Spesso i dialoghi sono incentrati sul lavoro e le frustrazioni del lavoro. Ci si vede, raramente (adesso, poi, per niente!) si va a cena fuori. Quando succedeva, prima dell'era covid, personalmente mi sentivo spesso a disagio. Ma, forse, era "colpa" del personaggio che mi ero costruita, il camaleonte. L'ansia da prestazione, insomma.
Adesso sento l'esigenza primaria di fare amicizia con me, di vivere me stessa come realmente sono e di superare i timori della non accettazione da parte degli altri. Di correre questo "rischio", il rischio di volermi realmente bene e di accettarmi per quella che sono. Malgrado avverta i "morsi" della fame di amicizia, devo imparare ad ignorarli. Per il momento. Devo imparare a stare da sola. In silenzio.

Nessun commento:

Posta un commento