Sono stanca. A volte i genitori sanno essere egoisti. Il loro destino si compie fagocitando il destino dei figli. Scopro che sono, in realtà, un insieme di pensieri non miei. Un insieme di regole, di valori - anche - che non appartengono a me. I miei sogni sono andati a farsi friggere in nome del dovere ed ora non mi resta che un pugno di mosche. Ho sbagliato tutto, questa è la mia sensazione.Sto facendomi del male. Sto svilendo ed "uccidendo" me stessa per punirmi di non aver saputo oppormi a quel "fagocitare i propri figli" che insegna la mitologia greca. I genitori vorrebbero che i loro pargoli siano riproduzioni di se stessi. Vorrebbero che percorressero le strade che loro hanno o non hanno percorso. Quasi che potessero vivere una seconda vita attraverso di loro.
Avrei dovuto oppormi quando avevo la forza e gli anni per farlo. Ma, adesso lo so, non ero completamente conscia di quello che stava accadendo. Adesso mi ritrovo, adulta, con un pugno di mosche in mano. Non ho potuto fare, nella vita, quel che avrei voluto fare (l'archeologa, per inciso). Ho fatto quello che dovevo fare, come un burattino senza volontà, senza desideri, senza sogni.
Eppure io i sogni li avevo. E tanti. Li ho lasciati andare come una bambina lascia al vento i palloncini colorati. Ho lasciato andare i miei sogni in nome di un prepotente dovere che, al pari di un inflessibile ragioniere, mi presentava il conto dei miei doveri. Ho chinato la testa. Ho trovato il posto fisso. Ho provato ad iscrivermi, all'università, ad una facoltà che poteva introdurmi al meglio nel mondo del lavoro. Ma non l'ho terminata. Non era quella la mia strada.
Che ne ho fatto della mia vita? Che ne ho fatto dei miei sogni, della mia bella mente? Mi ritrovo qui, ora, a scrivere su un blog, un bicchiere di birra da una parte, circondata dal disordine che ho dentro e che ho replicato fuori di me. Cosa ne è di me stessa? Credo di essermi "uccisa" diversi anni fa. Mi sento un lemure, un pallido fantasma, che vaga alla ricerca di un senso alla sua esistenza. Trascinando le pesanti catene di un destino che altri hanno deciso per me.
Forse per questo, tanti anni fa ormai, dicevo che era meglio nascere orfani. Perché sarei stata una tabula rasa, una lavagna sulla quale imparare a scrivere quel che avevo dentro. Perché non avrei avuto esempi o regole da seguire, né tantomeno avrei avuto degli imperativi categorici ai quali obbedire.
Ora sono qui, seduta a scrivere, a pensare, a piangere, a bere...
Istintivamente forse è anche per tutto questo che non ho avuto né voluto figli. Troppo doloroso è stato ed è ancora quello che ho portato come figlia in questo viaggio chiamato vita.
Dicono che non è mai troppo tardi, ma io mi sento in terribile ritardo sulla vita stessa. Cosa ho realizzato? Cosa sono? Chi sono? In certi momenti vorrei perdere la memoria. In certi altri vorrei sparire definitivamente, perché se il fine della vita è la morte, non ha senso prolungare l'agonia.
domenica 15 dicembre 2024
Cupio dissolvi...
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