In questo periodo così difficile e "strano", il periodo della pandemia, in cui tutti siamo stati in qualche modo costretti a cambiare vita, sogni, abitudini e nel quale abbiamo dovuto tutti confrontarci con una miriade di notizie allarmanti al limite del terrorismo mediatico, che ci hanno bombardato impietosamente, sopravvengono - ciliegina sulla torta! - anche vicende umane poco rilassanti.
La pandemia ha creato nuovi poveri, ha spazzato via intere famiglie ed affetti, ha rimodulato i rapporti personali, amicali e familiari. Ha messo le distanze, costretto a lasciar scoperti solo gli occhi, ci ha messo in fila ai supermercati come nel periodo di guerra. La pandemia ha separato le persone, le ha fatte morire da sole in ospedale, le ha "sparate" in ogni parte d'Italia. La pandemia ci ha fatto guardare l'un l'altro con diffidenza e, poi, ci ha spinto alla solidarietà, pure tra la paura.
Nel quartiere dove vivo si sono attivate diverse associazioni, diversi gruppi formati da giovani e meno giovani che si sono incaricati di assistere i più deboli e soli: gli anziani, le famiglie povere, i bambini, chi non aveva (ed ancora non ha) soldi per mangiare e curarsi. Sono cose così belle da sembrare quasi irreali. Alla solidarietà "prima" non eravamo molto abituati. Prima della pandemia, quando tutti, più o meno, correvamo come vespe impazzite verso chissà cosa, sfiorandoci, urtandoci, maledicendoci... No, "prima" la solidarietà aveva davvero poco spazio. Anche nella mia vita, nei miei pensieri. Lo ammetto.
Anche io correvo, insoddisfatta e distratta, tra nugoli di gente, su autobus sempre troppo pieni, impegnata in una routine lavorativa che, oramai, non mi dava alcuna soddisfazioni ma solo mortificazioni. Quante volte ho espresso giudizi affrettati ed emesso sentenze superficiali. Quante volte mi sono esposta quasi a voler fare la paladina di chissà quali battaglie, più per gli occhi degli "altri" che per il mio benessere.
Anche io correvo, insoddisfatta e distratta, tra nugoli di gente, su autobus sempre troppo pieni, impegnata in una routine lavorativa che, oramai, non mi dava alcuna soddisfazioni ma solo mortificazioni. Quante volte ho espresso giudizi affrettati ed emesso sentenze superficiali. Quante volte mi sono esposta quasi a voler fare la paladina di chissà quali battaglie, più per gli occhi degli "altri" che per il mio benessere.
Ed ecco la pandemia. Ed oltre alla pandemia il trasferimento. L'ennesimo. Oramai ho perso il conto di quanti ne ho fatti. Trasferimento nella sede più distante da casa (ovviamente!) ed in un servizio "difficile". In un momento della mia vita in cui vorrei solo essere lasciata in pace, fare il mio dovere quotidiano e pensare alla pensione e a che fare dopo la pensione. In piena pandemia. E poi, di corsa, in "lavoro agile" (traduzione dell'anglismo smart working), senza sapere cosa e come fare, con colleghi e capo che per lo più non conosco e con una maturata diffidenza nei confronti di tutti.
Si, diffidenza. Se sono dove sono oltre a me stessa lo devo anche a chi si è inchinato al mestiere di spia, di cane da riporto. Ovviamente la mia responsabilità è molto più alta: chi è causa del suo mal pianga se stesso. Ma diciamo che almeno il 5% lo attribuisco all'azione di colleghi poco corretti, ansiosi di rendersi utili (idioti) del satrapo.
Queste vicende, sicuramente "normali" per molti, mi hanno letteralmente cambiata la vita, quella interiore, quella psicologica. Mi sto scoprendo sempre più fragile ed impaurita. La fragilità ha mandato all'aria tutto ciò che pensavo di aver costruito, tutto ciò che pensavo di essere, tutto quello che credevo fosse certezza... Forse è un bene, al momento non lo so. Attraverso giornate in uno stato che io chiamo "depressione" e giornate in cui riesco a star meglio. Non riesco ad accettare "questo" cambiamento in "questo" momento. Mi sono posta di traverso, nei confronti del nuovo lavoro: non ho voglia di imparare, non ho voglia di fare, non ho voglia e basta.

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