lunedì 17 settembre 2018

Echi di primavera...

Lunedì afoso. L'umidità rende irrespirabile l'aria. Stamattina, chissà perché, sono stata letteralmente assalita da un flusso di ricordi che oserei definire "ancestrali". Si sono materializzati, quasi dal nulla, i volti di ragazzi e ragazze che ho frequentato ai bei tempi della spensierata gioventù. E' stato un colpo basso. Secco. E poi di lunedì...
Mi son chiesta quanto è rimasto di tutti noi, quanto è rimasto dei nostri sogni e delle nostre speranze. E cosa, alla fine, siamo diventati tutti quanti. E se era quello che volevamo, quello che siamo diventati.
Com'è possibile che gli anni più belli (perché lo sono, è inutile negarlo), le esperienze più importanti e formative e le persone con le quali condividi la primavera della vita con annessi e connessi alla fine evaporino come neve al sole. Spesso mi sono "incolpata" di queste dissoluzioni, attribuendole al mio "cattivo" carattere, ad una certa timidezza o pigrizia.
Con il tempo ho imparato che a volte le cose vanno così, che non sempre ci sono le risposte alle domande. Per molto tempo ho pensato che coloro con i quali dividevo le prime esperienze, le serate fuori al pub, le prime pizze, le prime confidenze, le prime simpatie dovessero essere quelli con i quali avrei camminato sempre nella vita. Perché ci conoscevamo meglio, perché è importante con chi fai i primi passi nel mondo dei "grandi", perché eravamo come fratelli.
Si cambia. L'ho imparato tardi. Fa parte del naturale svolgersi della vita. E' la vita stessa che, spesso, ti cambia. Rimane, di quegli impareggiabili, splendidi anni, la struggente malinconia dei ricordi, dei momenti, di qualche non confessato rimpianto.

mercoledì 25 aprile 2018

Cattivi maestri...

Eva Sacconago (Foto: varesenews.it)
Mi incuriosiscono moltissimo le storie di vita "comune", quelle confinate in alcuni programmi televisivi di seconda serata, come se fossero storie di vite che è meglio non conoscere, che è meglio dimenticare e non considerare. Tanto chi li vede i programmi in seconda serata?
Per fortuna sul web viene offerta una varia scelta di repliche di questi programmi ed ogni tanto mi "diletto" a guardarne qualcuna. Uno dei programmi a mio parere meglio strutturati è sicuramente "Un giorno in Procura", che trasmette stralci di processi controversi, talora forti e drammatici, a volte molto noti come il processo per il delitto di Avetrana, a volte quasi sconosciuti.
Questa volta ho visto, in "religioso" silenzio, è il caso di precisarlo, il processo a suor Mariangela Farè, accusata di una serie di atti che non ci si aspetterebbe che una suora possa commettere, ultimo dei quali, gravissimo quanto gli altri, spingere una giovane donna, Eva Sacconago, di 27 anni, al suicidio. E' stata una visione difficile, drammatica, lo confesso, che mi ha lasciato un senso di nausea oltre che un immenso sentimento di pietà e di rammarico per una vita così sfortunata e spezzata precocemente. Un senso, un sentimento, che tuttora mi accompagna attraverso alcune riflessioni, essenzialmente a motivo della fede che, comunque, mi accompagna nel mio cammino.
La storia di Eva Sacconago, perché è lei la vera protagonista, bisogna riconoscerle almeno questo, anche se è morta, è una storia dura e complessa di una ragazza fragile e smarrita lungo le strade dell'adolescenza e dell'età adulta che ha incontrato una cattiva educatrice. Una pessima educatrice, che non ha esitato ad approfittare di un'anima fragile, confusa, disorientata.
Certe storie mi turbano, lo confesso, si insinuano nelle pieghe delle mie convinzioni religiose contaminandole con la diffidenza. Razionalmente posso convenire che la maggior parte di uomini e donne che scelgono la via della fede sono profondamente motivati. Emotivamente, però, percepisco anche che la debolezza della natura umana può deviare e stravolgere certe motivazioni.
Ho a lungo riflettuto su questa storia e sulle sue implicazioni nelle vite di chi vi è stato coinvolto a vario titolo e nelle vite di chi l'ha solamente conosciuta per mezzo dei media, come me. Non ho messo in discussione la mia fede in Dio: non è responsabile del comportamento degli esseri umani, delle loro scelte. In fondo abbiamo deciso e voluto essere liberi che, a mio parere, resta la scelta migliore. E scegliendo la libertà di azione e di pensiero ce ne accolliamo anche le conseguenze.
Metto, piuttosto, in discussione la moralità, il buon senso, la capacità di comprendere - l'intelligenza, in fondo - di certuni che dicono di voler seguire strade ben precise e di continuare a farlo malgrado abbiano una vita palesemente in contrasto con i valori che quelle strade richiedono.
Se, poi, tutto questo porta al suicidio di una giovane, fragile, vita non nego di provare una rabbia che non esito a definire "giusta". Una reazione misurata e razionale ma non meno veemente. Ho imparato a gestire la mia rabbia. Questa "suora", questa che diceva di essere una donna di fede, meriterebbe ben altro rispetto ai quattro anni che le sono stati dati dalla giustizia, con annessi e connessi.
Ha commesso un omicidio senza essersi materialmente sporcata le mani del sangue della sua vittima. Un omicidio dell'anima e del corpo. E mi tornano evangeliche immagini di pietre legate al collo...

Se qualcuno fa perdere la fede a una di queste persone semplici
che credono in me, sarebbe meglio per lui essere gettato
in mare con una grossa pietra legata al collo.
*Marco 9, 42*

sabato 24 marzo 2018

Uomini impotenti

Credo che ci sia un termine per tutto, non solo per la vita. Credo che ci siano tanti "termini", che bisogna accettare, metabolizzare, come va di moda dire oggi. C'è un momento in cui, inevitabilmente, si dice "basta". A tante cose. Pure alle persone.
Questo è un periodo di tanti "basta". A leggere i giornali, ad ascoltare i telegiornali, ci si sente soffocati, smarriti, sfiancati: tanti, troppi "femminicidi". Termine orribile: io parlo di omicidi di donne, di mogli, di madri, di sorelle, di figlie. Omicidi. Uomini che uccidono le donne, come se fosse il titolo di qualche giallo avvolto nelle nebbie di un lontano nord, freddo e ghiacciato, privo di passioni se non quella che porta al gesto estremo.
L'impressione "a freddo" (perché di quella "a caldo" è meglio non parlarne...) è che ci siano uomini, non tutti per carità, che sembrano totalmente incapaci di gestire sia le relazioni personali che i sentimenti. Incapaci. Forse per una non corretta educazione, quella che prevede che il "maschio" eserciti questa sua appartenenza sessuale attraverso prepotenza, arroganza, sopraffazione e violenza. Eppure ad educare questi esemplari di maschi sono proprio, spesso, le donne. Qualcuno vede, in questi "uomini", una sorta di predisposizione emotiva, psicologica, genetica alla violenza. In sostanza l'origine del loro agire si troverebbe, secondo costoro, in qualche genoma non propriamente per la quale.
Con tutta onestà, ritengo che ci siano persone "votate" al male, alla violenza e che attraverso questa esprimano una sostanziale incapacità a rapportarsi con gli altri e ad affrontare tutto ciò che ritengono essere "contro" di loro. Un pò come i bambini ai quali si toglie il giocattolo preferito e che pestano i piedi giungendo fino a gesti eclatanti, come lanciare oggetti, per esempio. Ma un bambino non è un uomo ed esprime in maniera inconsapevole quella selvaggia natura che è comune a tutti noi, in fondo. Ed è lì, su questa natura selvaggia, primitiva, istintuale, che bisognerebbe andare ad agire, a educare, a correggere. Cosa che, purtroppo, spesso, troppo spesso ultimamente, non accade.
C'è una generazione di madri e di padri che non meriterebbero di essere madri e padri. Distratti, egoisti, deboli, impreparati, inesistenti. Primitivi anch'essi come i figli che allevano. Ovviamente non tutti i pargoli che nascono da queste nefaste unioni finiscono per diventare quei mostri impotenti che vediamo sbattuti sui giornali o nei video, molti prendono - per fortuna - strade diverse, decidono di "emanciparsi" veramente. Vogliono strapparsi a certe situazioni di estremo, terribile degrado; riescono a riscattarsi e a "purificarsi" da quella che molti vogliono essere una maledizione genetica.
Restano gli altri, gli impotenti, i deboli, i frustrati, gli ottusi. Quelli che non sanno gestire le emozioni e le pulsioni. Quelli che non dovrebbero mai sposarsi e mettere al mondo figli. Lo so, sono dura, ma ne ho fin sopra i capelli di vite tranciate di netto, scompaginate, ferite a morte o, nella "migliore" delle ipotesi, a vita. Ho la nausea di questi uomini incapaci, inetti, violenti e di donne che non vengono sufficientemente ascoltate, protette, amate.
Questi crimini possono essere prevenuti e tante vite femminili ma anche tante vite ai loro primi passi, possono essere salvate. Occorre solamente applicare severamente le leggi. Occorre che certi uomini vengano allontanati dalle famiglie e che le donne vittime di questi uomini siano protette. Se un uomo perseguita la sua compagna o moglie che sia, deve ricevere pene durissime sin dai suoi primi tentativi. Non gli può essere data un'amichevole pacca sulla spalla da altri uomini, quelli che la legge dovrebbero farla rispettare, quelli che dovrebbero stare dalla parte delle vittime, con la raccomandazione di "non farlo mai più". No. Perché quella non è una pena, è un'autorizzazione a reiterare il reato.
Ci sono uomini, in parallelo a questi disgraziati, che sarebbero ugualmente da perseguire: sono quelli che dovrebbero ascoltare e non ascoltano; dovrebbero punire e non puniscono; dovrebbero credere e non credono. E, purtroppo, accanto a costoro, ci sono pure donne nemiche di altre donne: giudici, madri, sorelle, amiche... E questa è la realtà più dolorosa e difficile da accettare.
Le storie finiscono. Altre ne possono cominciare. Quando la vita finisce, però, non c'è più alcuna speranza di riscatto, di gioia, di nuove possibilità.

giovedì 22 marzo 2018

La primavera tarda ad arrivare

Le cose importanti sono altre. Avevo iniziato questo post sacramentando contro i "centri nevralgici" che guidano il carrozzone che è oramai diventato l'ente in cui lavoro. Poi mi sono fermata. Qualcosa non andava, in quello che stavo scrivendo. Non avevo voglia di scriverlo, ecco. Le parole suonavano stonate, persino l'esposizione era frammentaria ed incoerente. Quel post non dovevo scriverlo, questo è quanto. Perchè le cose importanti sono altre. Qui, sul posto di lavoro come nella vita, siamo solo di passaggio.
Ultimamente sto riflettendo molto sulle cose della vita. Sto riflettendo sui miei comportamenti, sui miei progetti... In realtà sto cercando di ricostruirli, questi progetti. Mi sembra di avere a che fare con un puzzle minuzioso. Finora non ho fatto altro che dare importanza a situazioni e persone che importanza ne hanno ma in misura ridotta. Ho esagerato ed esasperato. E' tempo che riporti tutto su un piano più equilibrato e ragionevole.
Il lavoro mi serve per vivere e per togliermi qualche sfizio. Non è la mia vita, è solo una parte di essa, anche perché non è quello che avrei desiderato fare. E' qualcosa di decoroso che svolgo decorosamente, tutto qui. Le persone che mi circondano, con le quali mi trovo ad interagire per motivi di lavoro, non le avrei mai scelte, se mi fosse stata data la possibilità di farlo. Ma questa è, del resto, anche una scuola di vita che mi aiuta a interfacciarmi con persone diverse ogni volta. Soprattutto tutto questo ha un'importanza relativa.
E' ciò che sono e che voglio essere ad avere importanza. Per troppo tempo mi sono persa di vista inseguendo fole, miti, "ideali" (spesso fuori luogo) di liberté-egalité-fraternité del tutto fuori contesto e fuori dalla realtà. Contestualizzare, questa è la parola d'ordine. Gli ideali sono una cosa, la realtà è un'altra. A volte finiscono miracolosamente per coincidere, ma il più delle volte divergono drammaticamente.
Nel mondo, così come è fatto, così come noi umani l'abbiamo "ridotto", c'è poco spazio per la libertà, per il rispetto, per l'uguaglianza, per i più puri sentimenti fraterni. Sia che le notizie che leggiamo quotidianamente sui giornali siano pilotate sia che non lo siano. Non dico che gli ideali non esistono. Ci sono, eccome se ci sono. Penso solamente che non posso "sprecare" la mia vita dietro l'impossibile. Se mai la devo impiegare proficuamente dietro il possibile.

mercoledì 31 gennaio 2018

Panta Rei

Come tutti gli esseri umani, ci sono cose e persone che tollero poco. Ho capito, però, che l'atteggiamento ostile, un pò rigido e da "divinità superiore" non paga e, soprattutto, non mi appartiene, non più. Adesso sfodero un sorriso di circostanza, non mi allontano "sdegnata", piuttosto parlo del vento e del tempo e glisso sugli argomenti più importanti.
Crescendo si impara. Lo ripeteva sempre mia madre quando avevo qualche anno (più di dieci, sicuramente!) di meno. Allora ero piuttosto scettica: cosa dovevo imparare? Solo ora, a distanza di un numero di anni considerevole, ho capito. Si impara a destreggiarsi nelle situazioni, si impara a gestirle e soprattutto si impara a sapersi gestire che, a ben vedere, è la cosa più importante.
Le persone e le situazioni mi hanno delusa nella misura in cui ho dato modo ad entrambe di farlo. Nella misura in cui ho investito in modo sbagliato su persone e situazioni, creandomi soprattutto delle aspettative. In realtà bisogna che io faccia - e ci sto provando - le cose e che frequenti le persone senza nulla a pretendere. Senza pensare che possa tornarmi indietro qualcosa o che le persone (e le situazioni anche) siano diverse da quel che sono.
Penso che la consapevolezza di questo, la consapevolezza che non ci sono aspettative, che cose e persone sono quel che sono, scioglie da qualsiasi legame, da qualsiasi giogo che intrappola nel facile gioco del "do ut des" di latina memoria. Penso (e comincio anche ad avvertire) che questo sollevare gli altri dalle nostre aspettative è fonte di una grande libertà interiore. Una libertà che voglio prendermi e tenermi stretta.
Per aspera ad astra.
Le vie difficili portano alle stelle.

giovedì 25 gennaio 2018

R.I.P.

Stasera un velo di tristezza scende insieme con il silenzio. C'è stato un incidente ferroviario, nei pressi di Milano, costato la vita a tre persone. Ci sono diversi feriti, ci sono lamiere accartocciate, vecchi binari collassati e il solito rimpallo di responsabilità.
Quando ci sono di mezzo le vite umane questi "tentativi" di individuare un "colpevole" a tutti i costi hanno un che di stonato. Ci vorrebbe un po' di silenzio. Sembra che nessuno tolleri più il silenzio. Un silenzio per piangere, ricordare, imprimere in cuore e memoria volti e ricordi.
Quelle persone, i morti e i feriti, stamattina andavano al lavoro, come tutti i giorni. Erano pendolari con tanti progetti, con tanti sogni, con la stanchezza, anche. Sembra che questo Paese, in questi ultimi dieci o più anni, vada letteralmente sgretolandosi. Sembra che solo i politici, confinati nel loro Olimpo dorato, non se ne accorgano e che continuino sterilmente a ripetere che tutto va bene. Non va bene quasi niente, oramai. E' come se ci fosse un "noi" e un "loro", ciascuno nel suo mondo. Noi nel nostro piccolo o grande inferno, loro in quell'empireo un tempo riservato solamente ad incorporee divinità.
Ma mi taccio. Adesso è tempo solo di piangere i morti e di sperare e pregare che i feriti si riprendano al più presto.

Esplorando nuovi sentieri

Sta finendo il mese di gennaio, tra recrudescenze di freddo e giornate con temperature che sfiorano e raggiungono i 18 gradi.
Sto facendo un buon lavoro su me stessa. E' un pò come se stessi preparando a ripartorirmi, in effetti. E non è facile ad una certa età, perché si devono fare i conti con una serie di sovrastrutture ben radicate e decise a "vendere cara la pelle". Semplificando molto, si tratta di abitudini. Le abitudini sono comode, rassicuranti. "Si è fatto sempre così", "Ho sempre fatto questa strada" e via elencando. Sono sentieri già battuti da altri, oppure creati faticosamente da noi stessi con un lavoro di "disboscamento" che a volte è immane.
Eppure tutto cambia. Il mondo cambia. La gente cambia. Noi stessi cambiamo e spesso non ce ne rendiamo conto. E quindi anche i sentieri, per quanto rassicuranti, vanno cambiati. Mi viene da pensare agli esploratori del passato, che partivano alla ricerca di nuove terre. Se si fossero fermati alle abitudini, ai sentieri già tracciati, se ne sarebbero stati comodi comodi in casa, di fronte ad un bel fuoco, con una tazza di the caldo in mano, piuttosto che affrontare i milioni di punti interrogativi e gli inevitabili disagi del cambiamento, dell'esplorazione.
E' tempo, per me, di abbandonare certi sentieri già tracciati e di avventurarmi in altri percorsi. E' tempo di mollare anche tutto quello che ho sempre pensato di me stessa e di scoprire cose nuove, sperimentare atteggiamenti diversi.
Sono comprensibilmente curiosa e stimolata. Non mi capitava di esserlo, oramai, da anni (se non da decenni) e penso che sia un buon segno. Almeno per oggi. "Nel diman non v'è certezza", recitava Lorenzo de' Medici ed è un'affermazione che voglio fare mia. Oggi va così. Domani non mi interessa, non lo sto vivendo.
Carpe diem. Vivo solo questo momento.