sabato 11 aprile 2026

Al di là

Sono nella tempesta, prima o poi passerà, lo so. Al momento mi sta "regalando" momenti di tristezza, di malinconia, di rabbia.
Ci sono momenti in cui mi sento avvolta dalla solitudine, dal silenzio e mi prende un pò il panico. Sembra che siano spariti tutti dalla mia vita: amici e parenti. Oppure che mi sia allontanata io da tutti loro quasi senza accorgermene (almeno in alcuni casi, per quel che riguarda altre situazioni il mio allontanamento è stato deliberato, voluto).
Sto imparando a fare le cose da sola, a cercare aiuto da sola, a costruire anche brevi collegamenti in base alle mie esigenze. Mi sembra di essere "regredita" ai primi decenni della mia vita, quando mi guardavo intorno e guardavo il mondo che mi sembrava allora (ed in parte mi sembra anche adesso) una sorta di isola misteriosa ed in parte pericolosa. 
Abbiamo venduto, nel frattempo, la casa dove sia mia sorella che io abbiamo vissuto per trent'anni. Stiamo raccogliendo ricordi, rimasugli di vita, fotografie, posate e bicchieri mai utilizzati, asciugamani ricamati a mano anch'essi mai utilizzati... Ogni cosa, ogni bicchiere, ogni fotografia è un colpo al cuore che bisogna superare in nome dell'impellente consegna dell'appartamento. Trent'anni evaporati nell'arco di pochi mesi. E' così che va la vita, anche così. E credo che sia giusto, in fondo. Si vive il presente e non il passato, il tempo che abbiamo davanti ogni giorno. Ed è così che sto cercando di fare, lasciando il passato al passato, sforzandomi di rimanere centrata nell'attimo presente.
Sono un pò stanca, sia fisicamente che emotivamente. Quando sarà stipulato il rogito e saranno sistemate altre piccole cose che chiuderanno tutto, non so come starò. Mi capita di pensare che potrebbe esserci una sorta di "tracollo emotivo" ma sto lavorando anche su questo, affinché prevalga la salvaguardia della mia salute. Per questo ho iniziato ad andare da uno psicologo, perché voglio guarire emotivamente, voglio pensare a me stessa, a recuperare quella che realmente sono. Voglio finalmente guardarmi al di là dei condizionamenti e delle sovrastrutture che mi sono state costruite intorno e che mi sono costruita anch'io.
Voglio finalmente iniziare a volermi bene sul serio.

domenica 22 febbraio 2026

Addio

Mia madre è morta nel giorno del mio compleanno. Adesso è libera. Gliel'ho sussurrato quando le ho dato l'ultimo saluto, quando lei giaceva già nella bara, oramai lontana, libera da quel corpo che le aveva procurato tanti dolori.
Non so come mi sento. Ci sono tante cose in sospeso e tante cose sulle quali sto riflettendo. Non sono riuscita a piangere perché sono solo contenta che abbia smesso di soffrire. Qualche giorno dopo la sua morte, mentre ero in cucina intenta a preparare la cena, è apparso, agli occhi della mia mente, il suo volto di quando non stava ancora tanto male. Aveva un'espressione addolorata, ma ho percepito che non era per sé stessa. Ho sentito anche la sua voce dirmi "Mi dispiace". Sono rimasta immobile. Credevo di aver sognato o che la mia immaginazione mi stesse creando un brutto scherzo, ma non era così. Io quel volto l'ho visto davvero e quelle parole le ho veramente sentite.
So che, ora, lei è a conoscenza di molte cose che riguardano la mia vita, il mio sentirmi sempre fuori posto ovunque e con chiunque, mai supportata o incoraggiata ad essere serenamente quella che sono ma ostinatamente indirizzata verso quello che avrei dovuto essere. E lei, mia madre, è parte di questa storia. Ora lei lo sa.
Ho faticato e fatico ancora a volermi bene, perché non mi è stato mai "insegnato" a volermene. Ero sempre quella sbagliata, quella che non si adattava, quello strano "oggetto" che nessuno riusciva a capire, tanto ero diversa da tutto il parentame. Per questo hanno tentato di cambiarmi invece che di amarmi per quella che ero.
Adesso mia madre sa che tutte quelle ribellioni, quei silenzi, quei diari scritti tra lacrime di rabbia e di dolore erano grida di aiuto, richieste di comprensione, di amore, di abbracci. So che le dispiace, ma ora non c'è molto più da fare se non imparare ad amarmi da sola. A conoscermi. Ad apprezzare quelle doti che mi sono state date. La morte appiana un pò tutto. Passa e spazza via anche le cose immateriali. E lascia così, con le mani vuote, senza sentimenti e recriminazioni.
Al momento non provo granché. A volte sono triste e cupa. Spesso me ne sto in silenzio. Altre volte sono nervosa e scontrosa. Ma niente lacrime. Anch'io sono morta, molto ma molto tempo fa. Quello spirito così vivo, così ribelle, così assetato di affetto e di vita è morto. Gli sono state erette intorno le sbarre di un conformismo che impediva di coltivare un'esistenza "pericolosa" della quale, forse, vergognarsi più che essere orgogliosi.
Non voglio pensare più a cosa o chi potevo essere. Ora ho a che fare con quella che sono, anche se, a volte, mi sale su un pò di amarezza e qualche cenno di rimpianto.
Al "mi dispiace" sussurrato da mia madre ho risposto solo: "Lo so, non fa niente. Ora non si può più fare niente".

martedì 10 febbraio 2026

Per aspera ad astra

Abbiamo ricoverato mia madre in una struttura per lungo degenza fuori città. Avrà, spero, le cure e le attenzioni che noi non possiamo darle e che non le hanno mai date durante la degenza in clinica.
La situazione della sanità, a giudicarla da quello che mi è capitato di vedere, è drammatica. Mia madre è rimasta con le lenzuola sporche di sangue per almeno tre giorni, se non pure di più. Le hanno tolto le giacche del pigiama insanguinate e le hanno chiuse, bagnate, in un sacchetto della mondezza. La terapia gliela somministravano due giorni si e tre no. Una clinica pessima, alla quale spediscono letteralmente le persone che non possono essere ricoverate al Policlinico. Forse perché anziane, penso. Qui i poveri disgraziati rimangono per 60 giorni, poi devono sloggiare ed andare altrove, vale a dire in strutture private, perché prima che il "pubblico" trovi una struttura a prezzi decenti, bisogna necessariamente ricorrere al privato, i cui costi sono veramente ingiusti. Si specula sulla pelle di chi ha bisogno in modo indegno.
Comunque sia andata, ho promesso di non arrabbiarmi e non cadrò in questo tranello. Sono sufficientemente serena. La vicenda di mia madre mi ha "regalata" una dermatite da stress che sto cercando di far passare. Ho sempre pensato che certi eventi non siano casuali, quindi anche la dermatite ha un suo perché. La ragione l'ho cercata nel mio "antico" problema con la rabbia. Almeno queste le considerazioni che, nel passato, mi hanno costretta a soffocare un sentimento che, se vissuto
Adesso posso fare ancora qualcosa. Non voglio fare più dietrologia. Il passato non può essere più modificato né vissuto. Adesso è il momento in cui vivo. Hic et nunc. Per troppo tempo ho rimuginato, rievocato, rimpianto il passato. Tempo perso e questo un pò, lo confesso, lo rimpiango.
Comunque dermatite e rabbia. Sto prendendo dei rimedi naturali e sto facendo un grosso lavoro su me stessa. Sto lavorando sulla rabbia e sul lasciare andare, sul non mettere troppo i puntini sulle "i". Non è facile, ma sono abbastanza determinata a difendere la mia salute e la mia vita. 



domenica 25 gennaio 2026

Come una nave nella tempesta

E' molto tempo che non scrivo. Molte "tempeste" si sono avvicendate nella mia vita, fino a quest'ultima che, devastante per molti versi, sta condizionando la mia vita.
Ho iniziato un cammino in me stessa, tra alti e bassi, un cammino che mi riporta alla mia vera essenza, a quella che realmente sono, senza infingimenti pietosi. E, forse, proprio per questo, stanno attraversando la mia strada sensazioni, esperienze, emozioni che si ripercuotono anche sul piano fisico. Corpo e spirito sono legati indissolubilmente. Quello che non riesco a risolvere sul piano spirituale, quello che faccio fatica ad accettare, "esplode" sul fisico come un grido di aiuto che sembra voglia dirmi: "Riconoscimi!". 
Mia madre è stata colpita da un ictus che le impedisce una vita "normale". Dall'ospedale è stata ricoverata in una clinica ed ora passerà ad una casa per lungodegenti. La parte destra del suo corpo è paralizzata, non muove né la mano né la gamba destro. Non parla bene, quel che dice a stento si riesce a capire. Non è autosufficiente. 
Questa situazione, piombata improvvisamente nella mia vita come un meteorite, sta facendo emergere sentimenti sempre negati o nascosti, sia nei confronti di mia madre che nei confronti di mia sorella. E' come se stesse impietosamente disvelando il nostro modo di essere e di reagire agli eventi. Una dura lezione di vita e di conoscenza.
I miei sentimenti nei confronti di mia madre e di mia sorella sono contrastanti. Al momento sono venuta alla conclusione che i legami famigliari non sono necessariamente da accettare e sopportare, ma possono anche essere messi in discussione e, se del caso, rifiutati. Per quel che mi riguarda è quello che mi sta accadendo. Non mi sono mai sentita parte integrante della famiglia in cui sono nata. Ne ho sofferto, mi sono arrabbiata, mi sono addolorata, ho fatto del male a me stessa perché non accettavo questa separazione. Ora è diverso.
La diversità di cui mi sento portatrice e che mi separa dalla mia famiglia biologica sto cominciando a viverla come una normalità, come un mio modo di essere che non è necessariamente "cattivo" (come ho creduto finora), ma alternativo. Con mia sorella non c'è più un rapporto ed ho fatto pace con questo. Va bene così, non devo più accettarla come mi era stato imposto un tempo e come mi imponevo anch'io. Del resto non ho scelto questa famiglia, anche se una mia amica sostiene che in qualche modo, in un tempo chissà quanto passato, in una dimensione diversa, io l'abbia fatto.
La malattia invalidante di mia madre l'ho vissuta ed in parte ancora la vivo come una "seccatura", come qualcosa che poteva essere evitato (lei ha cominciato a non prendere le medicine essenziali da non so quanto e questo ictus potrebbe essere stato causato proprio da questo). All'inizio ero arrabbiata con mia madre, con la sua testardaggine, con il suo non ascoltare i consigli. Adesso sono rassegnata. Va così e, forse, è un bene.
Vado in clinica a giorni alternati a quelli di mia sorella, dopo il lavoro. Le dò da mangiare, cerco di capire le frasi incomprensibili che dice, cerco di arginare gli scatti di rabbia che ogni tanto ha. Con il tempo ho imparato a prendere le distanze da lei e dalla sua malattia. Per salvarmi, anche se in parte sto "pagando" quello che è successo prima. Cerco di vivere gli istanti, oltre che i giorni, che mi rimangono liberi da questi "doveri" come meglio posso. Cerco di dar loro significato senza impegolarmi nei pensieri, nelle angosce che questa situazione mi "regala". Cerco di vivere sviluppando lo spirito più che la mente. Non è facile, cado a volte (sempre più raramente, devo dire) nel panico, nell'angoscia, nella tristezza. 
Mi aggrappo ai miei libri, alle mie passioni, al lavoro, alla vita centellinata negli istanti, nei colori, nelle cose e nelle persone belle che mi capita di incontrare e con le quali cerco di interagire. Non rifiuto più la solitudine che mi fa da compagna di viaggio. In questa solitudine ho incontrato tanti insegnamenti, tante vie.
Ho solo bisogno di un pò di serenità, ora. Un pò di tranquillità. Non di felicità. La felicità è eterea e passeggera, la serenità accompagna i passi di ciascuno con costanza ed equilibrio. Mi sono ripromessa di far tesoro di tutti gli insegnamenti che mi sono dati. Spero che tutto questo tsunami fatto di dolore, di rabbia, di sacrificio, di tristezza finisca presto. Ho voglia di vivere serenamente, senza odiare nessuno, avendo saldato, con gentilezza, tutti i conti con le persone con le quali li avevo in sospeso.

lunedì 31 marzo 2025

In viaggio con me stessa

Ho intrapreso il viaggio più difficile, quello dentro me stessa. 
In me stessa porto ancora quella bambina bisognosa di affetto ed attenzioni. E' lì, con i suoi capelli lisci a caschetto e la frangia sugli occhi. E' lì che mi guarda, con quei grandi occhi tristi, ad implorarmi di volerle bene, di fare attenzione alla sua esistenza. Di prenderla per mano.
Ho una gran tenerezza nei confronti della me bambina. Avverto tutta la sua fragilità, quella che, in parte, ancora mi affligge. Avverto il suo bisogno di avere sicurezze, affetto, conforto. So anche che solo io posso darle tutto questo. Dovrò trovare le parole giuste, rovistando nelle cassepanche dell'esperienza, del cammino finora fatto, di quello che ho letto. Ma, credo, la cosa che più di ogni altra è fondamentale è un grande, caldo abbraccio. Per farla sentire al sicuro.
Il mondo è diventato un posto pericoloso, brutto, sciatto, popolato di pupazzetti plastificati, rifatti, preoccupati solo del loro aspetto fisico e non del niente che hanno dentro. La me stessa bambina è spaventata, si sente indifesa, fragile. Spesso si stringe a me chiedendomi con gli occhi aiuto, protezione.
Lo smarrimento che spesso provo è anche il suo. Il suo è primordiale, popolato di mostri, di rumori improvvisi che non conosce; il mio è più mediato dalla ragione, dall'analisi dei fatti. E' uno smarrimento che non deriva da mostri e rumori strani. E' uno smarrimento per la sensazione di mancanza di umanità, di bellezza, di empatia da parte di quelli che si definiscono donne e uomini.
Ciascuno ha la sua strada da percorrere, comunque. Addentriamoci, mano nella mano la me bambina ed io, in questa foresta in cui l'oscurità è appena filtrata dalle fronde di alberi sconosciuti. Mettiamo bene i piedi sul terreno e teniamo saldo il cuore. Coltiviamo la fiducia che non siamo nati per morire o per essere infelici. Dobbiamo crederci fino in fondo. E cerchiamo la bellezza anche nell'oscurità. Perché sono convinta che la bellezza c'è, magari un pò strapazzata, un pò nascosta. Bisogna "avere occhi" per vederla. Ci guiderà lei e la fiducia che omnia vincit amor...
Andiamo, dunque.

domenica 15 dicembre 2024

Cupio dissolvi...

Sono stanca. A volte i genitori sanno essere egoisti. Il loro destino si compie fagocitando il destino dei figli. Scopro che sono, in realtà, un insieme di pensieri non miei. Un insieme di regole, di valori - anche - che non appartengono a me. I miei sogni sono andati a farsi friggere in nome del dovere ed ora non mi resta che un pugno di mosche. Ho sbagliato tutto, questa è la mia sensazione.Sto facendomi del male. Sto svilendo ed "uccidendo" me stessa per punirmi di non aver saputo oppormi a quel "fagocitare i propri figli" che insegna la mitologia greca. I genitori vorrebbero che i loro pargoli siano riproduzioni di se stessi. Vorrebbero che percorressero le strade che loro hanno o non hanno percorso. Quasi che potessero vivere una seconda vita attraverso di loro.
Avrei dovuto oppormi quando avevo la forza e gli anni per farlo. Ma, adesso lo so, non ero completamente conscia di quello che stava accadendo. Adesso mi ritrovo, adulta, con un pugno di mosche in mano. Non ho potuto fare, nella vita, quel che avrei voluto fare (l'archeologa, per inciso). Ho fatto quello che dovevo fare, come un burattino senza volontà, senza desideri, senza sogni.
Eppure io i sogni li avevo. E tanti. Li ho lasciati andare come una bambina lascia al vento i palloncini colorati. Ho lasciato andare i miei sogni in nome di un prepotente dovere che, al pari di un inflessibile ragioniere, mi presentava il conto dei miei doveri. Ho chinato la testa. Ho trovato il posto fisso. Ho provato ad iscrivermi, all'università, ad una facoltà che poteva introdurmi al meglio nel mondo del lavoro. Ma non l'ho terminata. Non era quella la mia strada.
Che ne ho fatto della mia vita? Che ne ho fatto dei miei sogni, della mia bella mente? Mi ritrovo qui, ora, a scrivere su un blog, un bicchiere di birra da una parte, circondata dal disordine che ho dentro e che ho replicato fuori di me. Cosa ne è di me stessa? Credo di essermi "uccisa" diversi anni fa. Mi sento un lemure, un pallido fantasma, che vaga alla ricerca di un senso alla sua esistenza. Trascinando le pesanti catene di un destino che altri hanno deciso per me.
Forse per questo, tanti anni fa ormai, dicevo che era meglio nascere orfani. Perché sarei stata una tabula rasa, una lavagna sulla quale imparare a scrivere quel che avevo dentro. Perché non avrei avuto esempi o regole da seguire, né tantomeno avrei avuto degli imperativi categorici ai quali obbedire.
Ora sono qui, seduta a scrivere, a pensare, a piangere, a bere...
Istintivamente forse è anche per tutto questo che non ho avuto né voluto figli. Troppo doloroso è stato ed è ancora quello che ho portato come figlia in questo viaggio chiamato vita.
Dicono che non è mai troppo tardi, ma io mi sento in terribile ritardo sulla vita stessa. Cosa ho realizzato? Cosa sono? Chi sono? In certi momenti vorrei perdere la memoria. In certi altri vorrei sparire definitivamente, perché se il fine della vita è la morte, non ha senso prolungare l'agonia.

domenica 3 novembre 2024

Adesso basta

Deviantart.com

E' il momento degli addii, del distacco, del "a non più rivederci". Definitivo. Irreversibile. Io sono così: difficilmente torno sui miei passi, perché ci penso e ripenso e quando prendo una decisione che molti potrebbero definire "drastica" è perché l'ho maturata nel corso dei giorni, dei mesi.
In questo periodo - in realtà un mese - che ho cambiato (finalmente!) lavoro, sto prendendo coscienza di molte cose. Non sempre piacevoli, è onesto dirlo.
Il periodo appena passato della mia vita mi ha vista quasi "mendicare" un pò di amicizia, di attenzione. Il mendicare comporta, però, dover rinunciare ad una parte di quel che si è per adeguarsi a chi vogliamo che si interessi a noi. Il che, tradotto in soldoni, vuol dire adeguarsi, spesso tacere, altre volte assentire malgrado le perplessità.
Ora credo che nessuna amicizia degna di questo nome valga questi compromessi. 
Nel momento del distacco dalla "vecchia" vita, molte conoscenze (oramai penso siano e siano state solo tali) sono scolorite, evaporate, dissolte. Per me è arrivato il momento della solitudine. Trovarmi in una sorta di deserto senza avere punti di riferimento (al di là della mia amica storica, ovviamente, che purtroppo non vive nella mia stessa regione). Ma penso che sia proprio questo quello che doveva accadere: il deserto. Imparare a contare su me stessa, imparare a non aver timore di esprimermi perché non c'è nessuno da perdere. E pure se fosse, pure se rischiassi di perdere qualcuno, evidentemente non valeva la pena di tenerlo al mio fianco, quel qualcuno.
Il deserto è camminare nelle strade della mia città da sola, attraversando la folla senza lasciarmene fagocitare. Significa resistere alla "tentazione" di mendicare. Non c'è niente da mendicare. E' il momento di avvolgermi nel mio abbraccio e ritornare a me stessa.
Adesso devo smaltire ancora un pò di risentimento, di rabbia, di tristezza. Tutto così profondamente umano... Ma è anche il momento di non forzare i tempi. Di assaporare la bellezza di essere sola, avvolta dal tempo, dal vento, dal mondo, dalla lentezza. Senza avere paura. Non è come, appena bambina, mi gettarono in piscina nell'acqua alta, io che ho sempre avuto paura dell'acqua. Non è più così.
Adesso sto imparando a lasciarmi andare. Sia quel che sia. Dopotutto siamo solo in parte costruttori del nostro destino. Ci sono forze imponderabili (per fortuna, mi vien da dire) che provvedono a non farci cadere rovinosamente, a non perderci. Per fortuna. Devo solo lasciare che sia. Abbandonarmi. Vivere giorno per giorno ed essere quella che sono. 
Il cammino è iniziato. Con qualche esitazione, è vero, ma indietro non ci torno.



domenica 24 marzo 2024

Tempo di silenzio

Deviantart - Amicizia

Sto operando una sorta di epurazione, nella mia vita. Non ho più voglia di stare con chi mi fa sentire a disagio. Questo disagio, lo riconosco, in parte deriva da sensazioni, emozioni non risolte. Ed è proprio il mio intento di risolverle che mi fa allontanare da certe persone.
Un detto afferma che non è che la gente cambia, ma, piuttosto, che si rivela.  Ed è vero. C'è molta ipocrisia, in giro. Del resto viviamo in un'epoca che fonda tutto sull'immagine che si da' agli altri.
Al momento sono sola, nel senso che le amicizie sono, oramai, evaporate. Ho bisogno di silenzio e di cercarmi, trovarmi, capire dove voglio andare, qual è il mio sentiero. Alle volte la "vecchia me" si lascia prendere dalla malinconia per non poter condividere i miei pensieri e le mie sensazioni con un'amica o un amico. Poi passa. E' bene che stia sola per un po'. E' bene che non torni a perdermi nuovamente, ignorando gli stimoli a cercare qualcosa di più e di diverso dall'ipocrisia, dalla noia, dall'esteriorità.
Differentemente dal passato, questa solitudine non mi pesa più di tanto. Sono, in fondo, in compagnia delle mie sensazioni e delle mie emozioni che, spesso, non riesco a comunicare perché non riesco a trovare le parole per farlo.
Mi sto riavvicinando alla fede. In realtà non me ne sono mai allontanata. Credo che la fede faccia profondamente parte di quel che sono. Permei le mie cellule ed il mio spirito. Inutile che io lo neghi. E' difficile credere malgrado il silenzio e Dio è anche silenzio. Io devo accettare il silenzio di questi giorni, di questo periodo così particolare e così difficile. Devo resistere alla "smania" di accendere la tivvù, di ravanare sul cellulare, di aprire diecimila libri. Devo esercitare la pazienza, perché il silenzio, prima o poi, mi parlerà.
Alle persone che sono entrate e che stanno uscendo dalla mia vita auguro ogni bene. Spero che possano essere felici e serene, che possano realizzare i loro sogni, che godano sempre di buona salute. Non ho recriminazioni da muovere nei loro confronti: quella "me" non c'è più. Vorrò sempre loro bene, in qualche modo, ma non apparteniamo alla stessa "onda". Siamo un mare diverso, siamo cieli differenti, siamo voli non uguali.



domenica 17 marzo 2024

Il tritacarne lavoro...

Foto da deviantart - città surreale

A volte mi sembra di vivere in uno di quei film di fantascienza di quelli inquietanti, tristi, angoscianti, che lasciano ben poche speranze di cambiamento in meglio. Mi sembra di essere aliena a tutto quello che mi circonda e nel quale, mio malgrado, sono immersa: città, ritmi, gente.
Succede spesso quando, la mattina presto, me ne sto seduta in macchina vicino al lavoro. Arrivo sempre presto, non avendo l'accesso (sono tra i paria!) al garage devo anticipare i tempi. Succede d'inverno, quando il giorno stenta a scoprire il cielo e le luci degli uffici, intorno, sembrano spettrali, irreali, quanto il silenzio ed il buio che mi avvolge.
Non c'è quasi mai nessuno, quando arrivo nel parcheggio. Sistemo il mio macinino e mi lascio avvolgere, cullare quasi, dall'assenza irreale di rumori, di voci. 
Vado avanti, ultimamente, molto sulle forze. Il "problema" principale è proprio il lavoro. Il mondo del lavoro è cambiato drammaticamente, oserei dire. Siamo "unità lavoro" senza quasi diritti e solo con doveri. "Unità lavoro" da spremere fino allo sfinimento, all'alienazione mentale.
Questo bellissimo e disgraziato Paese somiglia sempre più alle fredde architetture che mi circondano nelle mattine invernali. Ostile, non accogliente, indifferente. Qui si riesce ad avere un pò di serenità solo se si è raccomandati da qualcuno politicamente importante, oppure se si è sufficientemente leccaculo, se ci si prostra ad ogni richiesta e chissenefrega del prossimo, oppure si è disposti a tutto, salvo poi pentirsi come coccodrilli che hanno mangiato troppo.
Le architetture della periferia sud di Roma sono lo scenario ideale di questa nuova era, di questa umanità che è disumanità. Quei palazzi tutti uguali, quei lampioni dalla luce fioca, quelle strade semibuie, quelle aree semiabbandonate, quei marciapiedi devastati dalle radici dei pini e dalle piante promiscue mai estirpate. Quelle aree preda dell'incuria, che il buio della mattina occulta... 
Me ne sto lì, tutte le mattine, dal lunedì al venerdì, pioggia o freddo che ci sia, ad osservare, a cercare una ragione a quei terribili cambiamenti di questa società spietata, fredda, non empatica. Non ci sono ragioni se non l'avidità ad ampio spettro. Non c'è rimedio alcuno, almeno non ne vedo i prodromi. Chi ha un'anima, una sensibilità, chi è empatico fatica a vivere alla luce fredda di questo mondo freddo.
Io fatico a vivere, ultimamente. Fatico a lavorare, ad interagire con gli altri. Mi sto rendendo sempre più conto che mi sto ritirando in me stessa, che mi sto "compiacendo" del silenzio che mi avvolge, che non mi sembra di aver niente da dire a nessuno. Mi sembra di non essere più capace di far niente. Mi sento come una bambina che si è persa, troppo inesperta per cercare una soluzione, una via d'uscita. Mi sento nuda, al freddo, sola, anche se sola non sono.
Ho capito che mi sono "sdoppiata". C'è una me stessa che ama l'archeologia, l'arte, la buona tavola, le risate di gusto, la vita all'aria aperta, i viaggi. E c'è una me stessa che, invece, è sempre più simile ad un'automa: non pensa, non ama niente, prova disgusto di tutto. 
Credo di dover prendere, quanto prima, una decisione che investa l'intera mia vita. La decisione di salvarmi, di non ammalarmi. La decisione di mandare tutto e tutti al diavolo e di ricominciare senza curarmi del tempo passato o dell'età o di quello che so o non so. Ci sto pensando da molto tempo. Non voglio che la mia anima muoia.


lunedì 1 gennaio 2024

Uscire dal buio

Primo giorno di un nuovo anno. Intorno c'è il silenzio. Tutti dormono. Ieri sera ci sono stati festeggiamenti che si son prolungati fino alle ore piccole. E ci sono stati i botti, un modo discutibile (a parer mio) di terminare un ciclo ed aprirne un altro.
I ricordi - inevitabili in questo periodo dell'anno - mi hanno riportata, per un po', ai tanti capodanni passati fuori casa. Avevo una sana voglia di stare con gli amici e divertirmi. Un anno sono andata via persino con la febbre. Ricordo i "famigerati" trenini con il sottofondo della samba, le risate, i brindisi, l'allegria tipica di chi è giovane e avido di vita.
Questi ultimi anni sono stati un po' sotto tono. L'età ha in parte il suo peso, ma anche la sensazione di essere intrappolata in una sorta di prigione dalla quale non riesco del tutto a liberarmi.
Ieri ho prenotato una visita culturale per domenica prossima. Sono mesi che non esco dalla tana. Mesi che non mi nutro di bellezza. Mi sono avvolta nella tristezza e nella routine come se fossero delle coperte. Alla fine, però, mi hanno quasi soffocata. C'è tanto, fuori, da vedere. Devo riprendere la vecchia me per mano e sradicarla da una situazione che si è fatta stagnante come una pericolosa palude.
Mi sono resa conto, mentre i fuochi d'artificio rompevano, ieri sera tardi, il silenzio, che mi sono adagiata su una situazione che, per certi versi, non posso cambiare perché non dipendente del tutto da me. Sono diventata poco reattiva, quasi rassegnata. Non ho cercato un modo per andare avanti, non ho attivato tutto quello che poteva distrarmi dal periodo che stavo vivendo. Ho rinunciato ad avere una vita ed a coltivare le cose che ho sempre amato: archeologia, arte, fotografia, passeggiate, viaggi...
E' tempo di cambiare. Un passo alla volta. Non mi sento, in verità, molta forza. Il "leone ruggente" che ho dentro di me e che si sente ferito e arrabbiato, mi succhia un bel po' di energia. Certe volte non mi capisco, vorrei cambiare il modo di approcciare gli eventi ma mi sembra sempre di fallire. Non riesco a coltivare l'autostima, il "ben pensare" di me. Forse l'educazione, forse chissà...
E' tempo di cambiare. Lo credo fermamente. Sono giunta ad un'età nella quale più forte è il richiamo alla riflessione, al conoscere me stessa. Gli anni della spensieratezza e della leggerezza sono lontani. E' tempo di raccogliere i frutti anche di quei tempi leggeri.
Sabato scorso ero al Campidoglio, in attesa che aprissero i cancelli per poter visitare una mostra. Mi sono seduta sulla stessa panchina sulla quale ero seduta tanti anni fa quando - a 16-17 anni - venivo qui a pensare, a fare i conti con una certa qual solitudine, la stessa - più o meno - che mi accompagna fraternamente anche adesso.
Improvvisamente è come se la me stessa di allora fosse seduta accanto a me. Quella ragazzina sola e pensierosa, che aveva gli occhi fissi su quel panorama di rovine e che si sentiva lontana anni luce dal mondo e da quel momento. Ed è stato come guardare un'altra me, una me che non era più, quasi un'estranea. Un fantasma. Avrei voluto prendere per mano quell'adolescente e farle compagnia, ascoltarla parlare, confidarsi, confessare le sue paure e le sue speranze. Le foglie di questo strano inverno continuavano a cadere leggere e silenziose. Ho percepito chiaramente quanto sono diversa da quella che ero un tempo e non è solo una questione anagrafica.
Tornando a casa, dopo essermi immersa nella bellezza, ho deciso che è ora di uscire dal buio in cui mi sono cacciata da sola. E' ora di prendere per mano quell'adolescente e di ripartire. Da me. Per vie altre. Voglio tirar fuori da me il coraggio e la determinazione per far questo viaggio che non posso più rimandare.

lunedì 25 dicembre 2023

Natale 2023

Natale. Sono un pò malinconica. Forse colpa dell'età o, forse, colpa degli eventi. O, ancora, forse colpa di entrambi. Inevitabilmente la memoria va ad un tempo più sereno, quando l'unica preoccupazione era preparare l'albero, il presepe e la tavola ed aspettare la mezzanotte per i regali. Nessuna preoccupazione, nessun sogno infranto, nessun desiderio disatteso.
Molte delle persone con le quali ho festeggiato quei natali non ci sono più. E' la vita. Per me il natale è sensazioni ed emozioni, più che festeggiamenti a base di scorpacciate e bevute.
Oggi me ne sto a casa con un pò di tosse. Il tempo è grigio e triste. Non c'è niente di speciale, in questo giorno. Cristo non si stanca di rinascere per regalarci un pò di speranza. Malgrado le guerre, le devastazioni, gli odi tribali, le truffe, gli inganni, l'indifferenza. Cristo è un bell'esempio di resilienza, davvero! Tenacemente, ogni anno, torna a ricordarci che cambiare è possibile, una vita più spirituale è possibile, che la materia non può darci quella felicità e quella serenità delle quali siamo così affamati.
C'è silenzio, intorno, oggi. Come ieri sera, la sera della vigilia, quando ci si siede tutti a tavola con parenti e affini a consumare il rito della cena della vigilia. Un silenzio che non sa di commozione o di fervida attesa, ma di rassegnazione, quasi. O sono io ad avvertirlo in questo modo. Ieri non ho nemmeno aspettato la mezzanotte. 
Tante persone hanno "attraversato" la mia vita, in questi anni. Fugaci lampi di un'età più verde mi illuminano per un attimo i ricordi. Ci sono momenti che vorrei tornare a quegli anni. A quell'incoscienza. Inevitabilmente a natale, un pò come alla fine dell'anno, si fanno i conti con quello che si è fatto ma, soprattutto, con quello che non si è riusciti a fare. Con i "fallimenti", con i sogni che sono rimasti tali e via elencando. La vita va avanti, non c'è tempo per rimuginare, nemmeno per avere rimpianti. Non ha senso. Il passaggio su questa terra è così breve.
Ogni giorno si rinasce un pò, ogni giorno si comincia daccapo, come se non ci fosse stato uno ieri, altrimenti non se ne esce vivi. Il tempo che è stato mi ha formata per quella che sono. Ora è venuto un altro tempo. Più riflessivo, più intimista, oserei dire scomodando un'espressione tanto cara a filosofi e compagnia cantante. Ora misuro i miei passi con più attenzione, quasi mi vien da contarli. Ed i miei pensieri si sono fatti più silenziosi, più raccolti. Ora vivo le mie emozioni con una libertà che "prima" non mi era consentita. Mi capita di piangere e di non nascondere lo smarrimento a chi mi sta intorno. Non me ne vergogno come un tempo perché penso che la vera forza stia anche nella capacità di vivere la propria fragilità.
Ecco. Il natale è questo insieme di sensazioni ed emozioni, per me. Ed il mio pensiero va a quello che nel mondo sta andando storto. Va a chi muore sotto le bombe, qualunque sia la sua nazionalità, la sua religione, il colore della sua pelle. E va anche a chi soffre in un ospedale, a chi non ha una casa nella qual ripararsi e riscaldarsi. Potremmo vivere tutti meglio di quanto viviamo, ma qualcuno ha deciso che rompere le palle al prossimo è il suo sport preferito. Questo mondo può nutrire tutti se lo trattiamo responsabilmente, se ci impegniamo a trasformare il sogno di un paradiso terrestre in realtà. Ma gli umani, evidentemente, recano in loro l'imprinting della disobbedienza, della contraddizione, della violenza.
Buon natale, per quel che questo mio augurio può valere. Decidete voi cosa auguravi. Io vi auguro di non avere rimpianti, ma solo ricordi.

sabato 9 dicembre 2023

Bridge over troubled water


Adesso avrei bisogno proprio di un "traghettatore", che mi aiutasse ad attraversare questo fiume in piena, questo oceano, queste cascate tumultuose. Al di là si aprono praterie sconfinate da esplorare. Devo e voglio farcela. E' tempo di dire "basta".
Ho pianto tanto ed ancora sto piangendo. Ho detto a Dio che sono stanca, che mi aiutasse a cambiare, a rompere certi legami, certi fastidiosi (ormai) legami. Mi aiutasse a prendere le distanze, a non lasciarmi coinvolgere.
Mi sento come se fossi esplosa in mille atomi. Come se fossi polverizzata. Ora devo ricostruirmi. Devo cominciare da zero. Nulla di quello che è stato finora deve più essere.

venerdì 8 dicembre 2023

Navigare necesse est...

Sono due anni che non scrivo su questo mio spazio. Due anni nei quali ho navigato "a vista" tra alterne vicende - scogli - tra il riso e il pianto, la speranza e la disperazione.
Tutto è un pò cambiato, nella mia vita. Ad un certo punto di questi due anni di "silenzio stampa" mi sono ritrovata a girarmi intorno e a vedere null'altro che il vuoto, il silenzio, il "niente", il mare, il cielo. Si sono alternate diverse sensazioni: panico, paura, disperazione, solitudine... Ad alcune non riesco tuttora a dare un nome. Tutto mi è diventato sconosciuto, spesso ostile. Ho dovuto rapportarmi con la solitudine. Ci siamo studiate a vicenda, con diffidenza, almeno da parte mia.
In passato ho fatto di tutto pur di non trovarmi faccia a faccia con la solitudine. Ho frequentato gente che mi annoiava e che non capiva la mia "lingua". Così ho imparato a parlare la loro. Ho accettato comportamenti che mi lasciavano perplessa, che spesso criticavo. Cene, pranzi, uscite senza senso. Almeno per me. Tornavo a casa più sconfortata che se fossi rimasta sola.
E' un pò come la storia della morte che aspettava quel soldato a Samarcanda:

Vide tra la folla quella nera signora,
vide che cercava lui e si spaventò

Ho cominciato a correre anch'io come quel soldato. Correre tra vite che mi sfioravano appena e che ho considerato migliori della mia, se non altro un'àncora di salvataggio da quella solitudine che sembrava inseguirmi tenacemente. Ho creduto che queste vite potessero lasciarmi un pò di quella "polvere magica" che illuminava le loro. Almeno in apparenza. Perché ora tutto è cambiato. 
Non c'è più quella polvere magica e non c'è molto da invidiare in quelle vite, in quelle storie. Nessun esempio, nessuna trasformazione. Non era, non è, la mia vita. Ancora non so cosa sia, la mia vita. Non posso, però, viverla attraverso gli altri. Non posso viverla come un affamato che mendica una mollica dell'altrui miseria. No, non è così che va. Non è così che deve essere. 
In questi due anni di "silenzio stampa" ho cercato di capire il senso del mio vivere. Ho preso in mano questa cosa così fragile, preziosa, sconosciuta ed ho cercato di studiarla, di capirla, di liberarla. Ancora scorie del passato funestano il passaggio. Scorie che mi relegano spesso nel mutismo e nella rabbia. 
Ora, però, ho imparato a danzare con la mia solitudine. Passi incerti, lenti, talvolta goffi, ma ho accettato (per disperazione?) di danzare sulle sue note. Sto imparando a non riempire più i silenzi e gli spazi del mio vivere.
T'aspettavo qui per oggi a Samarcanda,
eri lontanissimo due giorni fa.
Ho temuto che per ascoltar la banda
non facessi in tempo ad arrivare qua

Confesso che non è ancora molto facile, per me. Questo mondo mi turba, mi fa sentire smarrita. In questi due anni ho imparato - non senza difficoltà - a non guardare né pianificare il futuro, per quanto prossimo possa essere. Ho imparato a guardare all'immediato. A non coltivare speranze inutili senza rinunciare, però, a sperare. Ho imparato anche a piangere senza vergognarmi di farlo. Ho imparato a chiedere.
Ora è il momento di imparare a gestire la mia rabbia, profonda, spesso furiosa. Mi sento in credito con alcune persone. Ho dato loro troppo ricevendone in cambio solo rimproveri ed una immagine distorta di me. E' il momento di dire basta, per non farmi ancora del male. La rabbia fa male prima di tutto a me. I suoi segni fisici mi hanno afflitta per un pò. Non è giusto. Non per gli altri, ma per me. Devo imparare a sollevare la testa senza guardare in cagnesco chi mi butta addosso i suoi giudizi gratuiti, velati o palesi che siano. La solitudine mi insegnerà anche questo, lo so. 

Fiumi poi campi, poi l'alba era viola,
bianche le torri che infine toccò,
ma c'era sulla porta quella nera signora
stanco di fuggire la sua testa chinò.
Eri fra la gente nella capitale
so che mi guardavi con malignità.
Son scappato in mezzo ai grilli e alle cicale,
son scappato via ma ti ritrovo qua.

domenica 21 novembre 2021

Tempi senza futuro

E' da un pò che non scrivo qualcosa. Gli eventi personali si sono accavallati, sovrapposti, dipanati in una sorta di trama di film drammatico.
Mio cognato è morto. Un tumore al fegato, non curabile, non operabile. Un'agonia vissuta quasi in diretta innanzitutto da mia sorella, poi da me, che lo sentivo al cellulare quasi ogni giorno. Sentivo la sua voce farsi più affannata e sofferente. Sentivo le sue parole, ancora improntate alla speranza di uscirne fuori o, forse, a posteriori, volte a dare a me e a chi ci parlava la speranza che sarebbe guarito, che sarebbe andato finalmente in pensione e si sarebbe goduto la vita. 
La morte di mio cognato è stata ed è tuttora un trauma difficile da superare. Soprattutto per mia sorella, naturalmente, che ha seguito in diretta il progressivo frantumarsi delle speranze di guarigioni, il progressivo deteriorarsi della salute di suo marito. Ma è stato un trauma anche per me, che in mio cognato ho trovato il fratello che avrei voluto avere.
Era una persona allegra e leggera, mio cognato. Sorrideva e rideva spesso, era di compagnia, andava d'accordo con quasi tutti ed era benvoluto (che strano utilizzare questo termine) da tutti. Era stato praticamente "adottato" dalla mia famiglia, poiché la sua non era di quelle che possono definirsi famiglie amorevoli ed unite. Una famiglia disfunzionale, l'ho chiamata io, con una madre interessata solo ai soldi ed un fratello praticamente inesistente e legato alla madre in modo simbiotico quasi.
Ora mio cognato, mio fratello, non c'è più. Mia sorella è distrutta. In lei si alternano il dolore, la rabbia, lo sconcerto, la tristezza, la solitudine. Mi sento impotente. Cerco di aiutarla, ma sono consapevole che non posso farlo più di tanto. Non posso sollevarla dal suo dolore, è un'impresa titanica. E sono piombata in qualcosa che somiglia alla depressione anch'io. Sto riprendendo le gocce di calmante (tutte di origine naturale, ovviamente) per riappropriarmi di quella quiete che tanto mi manca.
Si sono sovrapposte troppe cose, ultimamente: la pandemia, il nefasto trasferimento di lavoro, la morte di mio cognato... Troppo spesso sento le lacrime a fior di ciglia e non riesco a piangere. Mi chiedo se c'è una fine a questo tunnel oscuro e quando arriverà. I giorni mi sembrano tutti uguali, monotoni, quasi inutili. Faccio una fatica tremenda a cercare una motivazione per andare avanti, a cercare qualcosa di bello in tutto quello che mi circonda. 
Sono stanca. E' come se fossi caduta a terra e faticassi a rialzarmi. Perché è come se non mi volessi rialzare, come se volessi semplicemente essere lasciata lì, a terra. 
A volte mi assale la paura, lo confesso. Paura di non farcela, di andare sempre più giù, di finire in chissà quale girone infernale che mi risucchi l'anima ed anche la vita. E non è giusto. Non voglio che sia così. Voglio vivere. Voglio godere delle bellezza di questa vita, dei colori, dei luoghi a me cari, del silenzio, del sole, del cielo... E' una resistenza disperata, con le unghie e con i denti. 
Ho paura, un sentimento complesso, sfaccettato, che comprende tante altre sensazioni, emozioni, pensieri, timori. Paura di qualcosa che non so cosa sia, che non vedo ma che avverto solamente a livello emotivo, psicologico, di sensazione. Ed è peggio, penso, aver paura di qualcosa che non si può toccare.
Ce la farò? Non lo so. Ragiono giorno per giorno, vivo giorno per giorno, non riesco a fare più previsioni, non ha senso. Non ha più senso. Un giorno ce la faccio, il giorno seguente mi sembra di annegare. Navigo a vista. Ancora non mi sono adattata alla leggerezza, all'imponderabile, alla lievità. Ancora mi sembra di avere catene che mi tirano in basso.
Mi è rimasta solo la fede...

venerdì 30 luglio 2021

Tempo di salpare

Vorrei andar via. Salpare per mari sconosciuti. Distendere le vele come si distendono le braccia al cielo in cerca di un abbraccio.
Mi sembra di essere rimasta intrappolata in una sorta di labirinto senza uscita, almeno in apparenza. Il vivere si è fatto difficile, aspro, a tratti scoraggiante. Ci sono momenti in cui avverto profondamente l'inutilità di continuare. Mi aggrappo al mio Dio e piano piano mi calmo, razionalizzo, cerco di non gettare all'aria le conquiste fatte, di non arrendermi.
A tutti i problemi pregressi si è aggiunta una grave situazione familiare. E' piovuta dal cielo come la grandine in agosto. Inaspettata, terribile. Improvvisamente è cambiato tutto, per il mio piccolo nucleo familiare. Ci siamo sentiti tutti fragili, impauriti, smarriti. Sensazioni che ben conosce chi si è trovato e si trova di fronte ad una di quelle malattie talmente tanto terribili che si evita persino di nominarle.
I contraccolpi sono stati intensi, ancor più amplificati dalla mia situazione personale. Sono aumentati i sintomi dell'ansia che, nel contempo, ho dovuto imparare a gestire per fornire un minimo di supporto emotivo. Sicché mi sono resa conto che stavo dando l'impressione di una persona sostanzialmente tranquilla e con i nervi saldi, quando dentro mi si era aperta una voragine oscura.
E' un periodo bruttissimo, iniziato lo scorso anno, amplificato dalla pandemia, dalla confusione di notizie sul virus, dal mio trasferimento in un posto che mi ha regalato l'ansia e gli attacchi di panico di cui ancora soffro. Ho certezza che, da qualche parte, esista la luce, la fine di questo incubo che sembra volerci ingoiare tutti.
Ho fatto interessanti scoperte su me stessa, questo devo riconoscerlo. La vita, in qualche modo, mi ha messo per l'ennesima volta con le spalle al muro per farmi capire di ritornare a me stessa. Per farmi comprendere che non è compiacendo gli altri che si cresce, ma ascoltando se stessi malgrado chi vorrebbe tirarci per la giacchetta da tutte le parti. Non mi sono mai conosciuta bene. Ho finito per fare cose che "pensavo" di volere, in realtà così non era.
Adesso ho solo voglia di lasciare. Partire. Salpare per quei mari che non ho mai esplorato. Sono stanca dell'immobilità e delle abitudini. Ci sono cose che non ho visto, paesaggi, città, borghi, mari, monti, fiori. Non è mai troppo tardi. Non solo per partire, ma anche per non aver più paura.


venerdì 16 aprile 2021

Fluire...

Ho telefonato ad una mia amica, oggi, per il suo compleanno. Non ci sentivamo da tanto, troppo, tempo. Ci siamo conosciute frequentando la stessa associazione, abbiamo fatto viaggi interessantissimi e bellissimi, ci siamo divertite ed abbiamo fatto parte di un gruppo di persone che si vedeva anche al di fuori dell'associazione.
Poi, dopo un po' di anni, è venuto il "tempo della separazione", come lo definisco ora io. Il tempo in cui tutto finisce ed ognuno se ne va per la sua strada; il tempo in cui ci si perde, ci si stanca. Forse, anche. Ma lei ed io, quelle rare volte che ci siamo sentite durante questo tempo di separazione, abbiamo sempre conservato un certo contatto.
Se c'è una cosa che sto imparando e comprendendo è, appunto, rivalutare e ricostruire i rapporti, quelli che interessano, ovviamente. E, soprattutto, non prendermela troppo per chi è "scomparso". 
Ho cominciato a pensare che molto spesso le persone hanno quasi timore o vergogna di ammettere, con se stessi e con gli altri, che ci si può "stancare" degli amici. Che si può sentire il bisogno di prendere qualche boccata d'aria, di guardare altrove, di fare altro, di non sentire, non vedere... Credo sia abbastanza comprensibile. Può succedere. 
Per molto tempo - troppo! - sono stata intransigente: non ammettevo che le amicizie potessero finire senza una spiegazione, un perché, una ragione.  
Ne parlavamo con questa mia amica. Adesso sono più per una linea morbida. La vita forgia, anche a costo di prenderti a pugni. E con me lo sta facendo. Mi sta facendo comprendere, duramente, che è rimanendo fluidi che si può raggiungere la tranquillità. Ma non si impara ad essere fluidi da un momento all'altro. E quando si ha una certa età è pure più difficile lasciarsi andare, fluire.
Comunque, va bene così. Va bene che certe persone si siano allontanate. Spero che stiano bene e che siano serene. Abbiamo fatto insieme un bel tratto di strada, ci siamo divertiti ed abbiamo visto e fatto tante belle cose, che rimarranno incise nei miei ricordi e per le quali li ringrazio. Ho ancora bisogno di metabolizzare qualcosina, ma è poca cosa. I bei ricordi bastano. Ci saranno altre vite da incontrare.
Al momento il mio "parterre" amicale è esiguo, ma va bene così. Non sento di aver bisogno di più di quel che ho perché sento il bisogno di approfondire, riallacciare legami, frequentare. Insomma ho bisogno di fare il punto della situazione, della mia situazione, in questo tornado che mi ha presa e scaraventata non so dove.
Con la mia amica ci siamo ripromesse di sentirci con più frequenza. Lei (fortunata!) è in pensione. Non appena questa situazione sanitaria si regolarizzerà, ci rivedremo anche. E riallacceremo quel legame che avevamo e che non si è mai logorato. Sono contenta.
Adesso è tempo di imparare a fluire. Con la speranza che il tornado che mi ha investito si allontani. 

domenica 11 aprile 2021

Confessioni - Quarta parte

E rieccomi. Queste "confessioni" mi stanno risultando un po' difficili. Certe volte mi sembra di scrivere di un'altra persona. Mi meraviglio di tante cose che non corrispondono a quella che sono. Eppure... eppure ero io.
Comunque, scrivevo dell'amicizia, in precedenza. Già, l'amicizia. Sempre idealizzata, cercata, ambita, desiderata, agognata. Avrei voluto avere un amico del cuore, qualcuno al quale confidare tutto quello che tenevo custodito nel mio animo. A quindici anni ce l'hanno quasi tutti. Già. Quasi.
Le mie confidenze a quindici anni le facevo ad un diario, un'agenda rossa riciclata, sulle cui righe amavo scrivere con la penna stilografica. Ce l'ho ancora, quell'agenda. Ogni tanto vado a sbirciare tra le pagine oramai ingiallite e non mi ritrovo. Rivedo l'adolescente che ero con tutte le sue paranoie, ma non mi riconosco. 
Quelle righe vergate da una scrittura regolare, quasi infantile, parlano di una sete d'affetto, di amore, incredibile. Forse inestinguibile. E l'amicizia è una forma d'amore. Ed io quell'amore non lo avevo, all'epoca. Se ripercorro i rari ricordi di allora, mi rammento che non riuscivo a comprendere cosa di me non piacesse agli altri. Una volta davo la colpa agli occhiali troppo spessi, un'altra al fatto di avere forme un po' generose; un'altra ancora al fatto che non ero troppo "sveglia", nel senso che non capivo le dinamiche degli adolescenti, dei loro desideri. Forse per un'educazione troppo severa, che aveva teso a proteggermi da tante (troppe!) cose.
Comunque di amici, nella mia vita, ne sono transitati pochi. Pochi veri, intendo. Le amicizie superficiali, invece, sono state diverse ed appaganti quanto può essere un piatto di pasta quando hai fame. Poi, però, finisce tutto.
Adesso? Ogni tanto soffro di crisi di astinenza, lo confesso. Il vuoto affettivo è rimasto, se pure mitigato da altri amori, da altre compensazioni che non sono un modo per accontentarmi. Quando ero più giovane avvertivo una voragine, adesso c'è solo uno spazio vuoto che tale è rimasto: quello dell'amico o dell'amica del cuore. Spesso, quando sto male (e l'anno passato, per motivi diversi, è stato per me un annus horribilis) mi viene una sorta di ansia che deve essere placata: devo parlare con qualcuno, cercare chi conosca il mio linguaggio ed il mio vissuto. Puntualmente non trovo mai nessuno. Scorro la rubrica sul cellulare e non provo l'istinto di chiamare nessuno.
Questo mi fa riflettere, molto più di quanto già non riflettessi un tempo. Se non c'è nessuno che vorrei chiamare vuol dire che, in realtà, non c'è nessuno che io consideri un amico vero. Sto cercando di accettare la mia fondamentale solitudine, che è la solitudine di molti, in definitiva. Il che non esclude che possa avere relazioni pseudo amicali a breve termine. Le accetto per quello che sono e per quel che durano. Anche se il vuoto resta lì.
Passo molto tempo in silenzio, ora, cercando di superare anche quegli attacchi di panico e quella sensazione di soffocamento che spesso mi assalgono. Cerco, in ufficio, di non alzarmi più alla ricerca di qualche anima buona che si faccia due chiacchiere con me. Rimango seduta. Respiro profondamente. Mi concentro. Cerco di calmare la mente e lo spirito e di sentire il silenzio per quello che è. Fuori e dentro di me.
Ci sono persone con le quali dialogo. Al momento ho rinunciato ad utilizzare il termine "amico". Non lo farò finquando non avrò messo a posto le "cose" dentro di me. Non ci sentiamo di frequente. Spesso i dialoghi sono incentrati sul lavoro e le frustrazioni del lavoro. Ci si vede, raramente (adesso, poi, per niente!) si va a cena fuori. Quando succedeva, prima dell'era covid, personalmente mi sentivo spesso a disagio. Ma, forse, era "colpa" del personaggio che mi ero costruita, il camaleonte. L'ansia da prestazione, insomma.
Adesso sento l'esigenza primaria di fare amicizia con me, di vivere me stessa come realmente sono e di superare i timori della non accettazione da parte degli altri. Di correre questo "rischio", il rischio di volermi realmente bene e di accettarmi per quella che sono. Malgrado avverta i "morsi" della fame di amicizia, devo imparare ad ignorarli. Per il momento. Devo imparare a stare da sola. In silenzio.

sabato 10 aprile 2021

Confessioni - Terza parte

Sia la pandemia che il cambio del lavoro, dopo un bel po' di tempo (un anno) mi stanno insegnando a guardare meglio dentro me stessa. A conoscermi meglio. A non adeguarmi all'ambiente circostante come se fossi un'iguana. A non cercare sempre di essere all'altezza delle aspettative degli altri, ma sforzarmi di imparare ad essere all'altezza delle mie aspettative.
I rapporti amicali hanno un loro peso, in questa fase del mio cammino. Al di fuori del lavoro, non ho amicizie. Dovrei riannodare i fili di alcune di queste, ma se lo facessi ora ho timore che commetterei i soliti errori. Adesso devo fare amicizia con me stessa. Finora non ho fatto altro che fuggire da me.
La solitudine, lo confesso, un po' mi spaventa. Ma è necessaria. E' nella solitudine che le cose si chiariscono, che i nodi vengono al pettine. Per troppo tempo sono sfuggita dalla solitudine. Ho allacciato rapporti che, forse, in momenti più equilibrati, avrei evitati. Questo, dunque, per me, è un momento di solitudine odiata ed amata e proprio per questo necessaria come l'acqua.
Meglio non deambulare oltre 😊. Sul lavoro ho incontrato delle persone con le quali ho stretto amicizia nel corso degli anni. Credo che la cosa che le abbia maggiormente attratte nei miei confronti sia sicuramente la cultura, innanzitutto, e poi una sorta di non conformismo. Insomma la curiosità è stato il pungolo ed io mi sono sentita lusingata e privilegiata da questi "avvicinamenti". Erano persone di una certa levatura, appartenevano a quello che mi sembrava - all'epoca - una sorta di "circolo esclusivo", all'interno dell'ufficio.
Non mi sentivo alla loro altezza, ma questo era dovuto ad una bassa autostima, un problema che mi ha sempre afflitta e che, certamente, mi auguro di risolvere grazie a questa forzata solitudine, a questa pandemia che si sta rivelando fonte di insegnamento, oltre che di dolore e di insofferenza. O, forse, proprio perché fonte di dolore e insofferenza alla fine bisogna trovarci dentro qualche senso che ne giustifichi l'esistenza.
Dal momento che non mi sentivo all'altezza di queste amicizie, ho cominciato a "costruirmi" un personaggio, a cercare di indovinare quali fossero le "regole guida" che modulavano i rapporti con queste persone. Ho cominciato a trasformarmi in un iguana, insomma 😄. Cercavo di carpire gli argomenti di conversazione che queste persone più gradivano, l'ironia, le cose che li divertivano e via elencando. A lungo andare è stato spersonalizzante. Me ne prendo tutta la responsabilità. Le mie ataviche e non risolte difficoltà hanno finito per consigliarmi nel modo sbagliato.
Queste amicizie durano da anni. Più o meno stancamente. Tra alti e bassi. La vita ci ha cambiato un po' tutti. La vita o il tempo. Riscoprendo la mia individualità, mi rendo conto di quanto poco mi sia rispettata, nella scelta delle amicizie. Non ho rispettato la mia anima, i miei desideri, i miei progetti di vita, quello che sentivo, insomma.
(continua...)

giovedì 8 aprile 2021

Confessioni - seconda parte

 

E' da un po' di tempo che sto prendendo in considerazione i miei pochi rapporti amicali. "Colpa" della pandemia, che ha reso necessario una sorta di "redde rationem" su diversi aspetti della mia vita.
Sto cercando di capire cos'è per me l'amicizia, cosa sono in grado di "offrire" ad un/una amico/a e cosa mi piacerebbe ricevere. Scrutare dentro me stessa comporta anche questo, capire. Soprattutto capire.
La pandemia ci ha tutti un po' isolati, costretti a chiuderci nelle case, nella solitudine di un ufficio dove siamo uno per stanza. Niente cene, niente aperitivi, niente gelati. Solo telefonate o videochiamate che appagano in parte la socialità, la voglia di comunicare. In questo contesto la solitudine è pesante. A me, perlomeno, sta pesando molto. A volte ho una sorta di attacchi di panico, mi sembra di girarmi e rigirarmi in una piscina, dove sono sul fondo e non riesco a riemergere. Sono assalita da un affanno immotivato: cerco qualcuno con cui comunicare, non importa cosa, basta parlare, dire, dirsi, guardarsi negli occhi, in faccia.
Non ho molti amici. Con il passare degli anni è come se avessi fatto (o avessi subìto) una sorta di scrematura. Le persone sono passate e andate via dalla mia vita. Ho capito che è un processo naturale, anche se avrei voluto avere un'amica o un amico fedele, che crescesse con me, che attraversasse con me le tempeste ed i momenti di calma. 
Ho incontrate molte persone. A vent'anni avevo pure una sorta di compagnia (come si chiamava allora) con la quale dividere le giornate festive, tra partite con il pallone, giochi all'aria aperta e cantate con la chitarra. E' stato un periodo molto bello che - lo confesso - qualche volta ho rimpianto.
Poi c'è stata la parrocchia e ci sono stati altri amici. Dodici anni divisi tra le prove del coro parrocchiale e le uscite serali in localini senza pretese, ma con tanta, tantissima allegria e voglia di stare insieme.
Con il lavoro, però, le cose sono sensibilmente cambiate. Non è stato un cambiamento improvviso, ma, piuttosto, lento e protratto nel tempo. Le amicizie si sono diradate. All'inizio per un rapporto affettivo sbagliato ho finito per perdere la maggior parte degli amici di un tempo. Poi ho iniziato a frequentare un gruppo di volontari che sono stati i miei amici per dieci bellissimi anni. Abbiamo condiviso tantissime cose: la passione per l'archeologia, i viaggi, le scampagnate, le cene, la vita... E' stata l'esperienza che ho più rimpianto in questi ultimi anni. Adesso ci penso con un sorriso. Credo di essere riuscita a metabolizzare, come molti amano dire. Avevo buone ragioni per lasciare il gruppo e a tutt'oggi credo di aver preso la giusta decisione.
Dopo queste "tumultuose" esperienze, sempre meno persone si sono affacciate nella mia vita. Sporadici rapporti amicali, alcuni dei quali con colleghe d'ufficio. Rapporti che tuttora perdurano ma sui quali sto riflettendo molto. Per quel che penso, i rapporti nati sul posto di lavoro rischiano di essere inficiati da qualche problema. Innanzitutto il fatto di condividere il luogo di lavoro con tutte le problematiche conseguenti. E poi, mi son chiesta, fino a che punto ci si sceglie? Fino a che punto queste amicizie sono condizionate dal condividere tempi e spazi?
(continua... forse)

martedì 6 aprile 2021

Confessioni - prima parte

Questi tempi così difficili e tragici mi stanno facendo riflettere su molte cose. Innanzitutto sullo stare sola con me stessa. Il virus, volenti o nolenti, ci ha allontanati dagli altri, ci ha costretti a camminare con le nostre malferme gambe. Con le mie malferme gambe.
Lentamente sto realizzando quanto poco mi conosca. Quanto poco conosca i moti del mio animo, i miei desideri, le mie paure, i miei smarrimenti. Lo scorso anno è stato come trovarmi in mezzo ad un tornado. Non che ne sia uscita, beninteso! E' che adesso sto raccogliendo tutto quello che il tornado ha sparpagliato intorno a me.
E' stato come se qualcuno fosse entrato in casa mia e l'avesse messa completamente a soqquadro. Di fronte al caos, al disordine, mi sono sentita smarrita ed ancora un po' lo sono. Alla pandemia si è aggiunto un trasferimento lavorativo che non ho ancora metabolizzato, in un settore che mi sta procurando non poco stress ed altri problemi di carattere psicologico. Finora non ne ho scritto perché ero consapevole di essere confusa, di non pensare chiaramente. Le poche righe che mi capitava di scrivere erano una sorta di caos di sentimenti, di emozioni, di paure.
Dunque mi sono resa conto di non conoscermi così bene come credevo. La me stessa ante covid è una persona che adesso mi è del tutto estranea, sconosciuta. Una persona che, per certi versi, viveva una vita non completamente sua. La me stessa di qualche tempo fa sembrava vivere per compiacere gli altri, per corrispondere all'idea che gli altri si erano fatta di lei. Per "sete" di affetto, di compagnia, di considerazione. Il prezzo è stato perdere me stessa. Lentamente e senza che me ne rendessi conto fino ad ora. Ora che ho a che fare con tutti i miei irrisolti, tutte le mie paure, tutte le mie "mancanze" che, lo so bene, non possono essere del tutto colmate.
Sto imparando che non si cresce necessariamente allo stesso modo. C'è chi matura prima, c'è chi certe cose le comprende più tardi. Ma, poi, mi chiedo, esiste davvero un "prima" ed un "dopo"? All'inizio mi sono colpevolizzata non poco perché non ero "all'altezza" degli altri, che certe cose le hanno capite e fatte prima di me. Pensavo che i miei tempi fossero sbagliati. Pensavo di dover "essere all'altezza" di una certa opinione di me che avevo maturato negli anni, vale a dire che dovevo essere idealista, amante della giustizia, onesta, leale, corretta e via elencando. Era un po' come fare i compiti in classe, insomma, ma questo l'ho capito solo da poco.
Il fatto è che non devo recitare una parte. Quelle qualità, quei valori, erano e sono i miei valori ma non andavano "recitati" come in una piece teatrale. Soprattutto non andavano esibiti come medaglie su una giacca. Alla fine c'è stato una sorta di "scollamento", in me. La giustizia si è trasformata in una malcelata rabbia per le ingiustizie che subivo (e non solo io, beninteso!) ogni giorno, soprattutto sul lavoro. L'idealismo ha sfiorato quasi l'assolutismo, quello che fa dire: chi non è con me è contro di me e va punito. Ho portato tutto all'esasperazione, all'estremizzazione. Una sorta di delirio.